LE DICHIARAZIONI DI GUERRA SI FANNO SU TWITTER

LE DICHIARAZIONI DI GUERRA SI FANNO SU TWITTER

Max Cavallari ph.

 

di Luigi BRANCATO

La macchina della guerra abbraccia sapientemente i nuovi mezzi di comunicazione perché a lei perfettamente funzionali.
E mette a nudo ancora una volta la sua malata antidemocratica retorica.

Ovviamente i social network difendono la decisioni di non rimuovere il tweet di Donal Trump. I suo tweet, dicono, sono di interesse pubblico. Ovvimente posizioni contrastanti vengono prontamente rimosse in quanto ‘non conformi alle politiche del social network‘.

E così, come accadeva con le tv e le testate giornalistiche di regime, solo una verità traspare. Ma adesso senza la ‘supponenza’ di voler fare informazione, quindi in maniera ancora piú subdola.

E così durante la pausa caffè al lavoro, ci rendiamo conto che il parrucchino più amato in USA ha distrattamente dichiarato guerra alla Corea del Nord in meno di 25 parole.

Non serve dare motivazioni politiche articolate per raggiungere il popolo e convincerlo, a chi servono elogi della guerra? È sufficiente impressionare con frasi forti e violente.
Possibilmente in pochi caratteri, con un tweet. Perché diciamocelo, al giorno d’oggi chi ha tempo di leggere lunghi e complessi articoli di analisi politica. Chi ha voglia di informarsi per costruirsi un pò di senso critico?

Perché per fare politica non servono consapevolezza, coscienza e conoscenza. Coerenza e onestá sono sopravvalutate.
No, bisogna avere l’ X-Factor.

Ce ne accorgeremo però, che la vita non è un film.
Con le bombe ad idrogeno, con esplosioni degne dei migliori film di Hollywood, con sangue che schizzerá come fosse ketchup.

Ma non perderemo tempo a piangere.
Posteremo video dei nostri cari sotto le macerie, selfies con bambini macellati e donne stuprate. E ci indigneremo.

Su Facebook, però, con post incazzati e faccine arrabbiate. E poi condivideremo foto di gattini e 10 cose incredibili che non sapevi di poter fare con i tappi di sughero.
Amen.
LAVORATORI SENZA SICUREZZA, MORTI ANNUNCIATE

LAVORATORI SENZA SICUREZZA, MORTI ANNUNCIATE

 

di Massimiliano DE ANGELIS

Incidenti sul lavoro, un altro morto. L’ultimo è quello di un operaio marocchino di 54 anni in provincia di Vercelli ed è il 592 esimo dall’inizio dell’anno; oltre 1000 lavoratori morti l’anno, 30 in più rispetto al 2016 e oltre 380.000 infortuni in poco meno di 9 mesi, dei quali una percentuale considerevole seri o gravi da lasciare invalidità permanenti sui lavoratori: i dati sono dell’INAIL.

Per non parlare di quanti infortuni non vengono denunciati perché riguardano lavoratori “in nero“ o semplicemente perché altrimenti aumenta il premio assicurativo alla ditta per la quale si lavora.

È una strage, una guerra non convenzionale dichiarata ai lavoratori, a chi lavora e produce facendo arricchire gli imprenditori prima ancora del Paese stesso, soprattutto per imprenditori incapaci o disonesti che, loro si, si avvalgono di tutele permesse dai governi come i voucher, come i contratti a progetto, come con le categorie speciali e altro ancora, dove si vedono sgravati dei contributi poi a carico della collettività in vece loro e che tutt’al più non versandoli si vedono “graziati” quando vengono scoperti.

Un’altra piaga che colpisce i lavoratori che può capitare come è successo a me, che dopo una denuncia di omessa contribuzione all’Ispettorato del lavoro ci si vede riconosciuti i soli contributi figurativi: una presa in giro.

Ma intanto che io venivo sfruttato e gabbato, il mio datore di lavoro apriva altre società, si comprava villini, automobili da diverse decine di migliaia di euro e non si faceva mancare numerosi viaggi all’estero alla faccia nostra e dello Stato. Quello Stato che poi lo tutelava a suon di corruzione nei suoi organi di controllo: altra piaga per i lavoratori.

La sicurezza sul lavoro…mi viene in mente com’era e come è ancora nel mondo della logistica.
Anni fa subii un incidente che a tutt’oggi ha lasciato i suoi segni sulle mie caviglie cambiando anche quello che ero solito fare e cioè andarmi a fare una partitella tra amici nel fine settimana a calcetto.

Ma ho visto di peggio. Un mio collega è rimasto zoppo perché ha visto – e ho visto – scoppiargli un piede sotto il peso di un carrello elevatore. Sangue dappertutto e io con un collega (nessuna cassetta di pronto soccorso dulcis in fundo) fermargli col mio maglione l’emorragia e bruciare carta igienica da poterlo coprire nelle parti scoperte.

Vedevo le sue ossa del piede ma non vedevo invece i responsabili e nemmeno il datore di lavoro.

Fui persino redarguito perché chiamai il 118 e molto peggio andò al mio collega infortunato: fu messo a riposo e, siccome dipendente di una cooperativa, di conseguenza non stipendiato.

Iil responsabile della sicurezza sul lavoro (parente del titolare, ovviamente) fece sì che risultasse che il lavoratore non avesse con sè le scarpe antinfortunistiche.
Questo è quello che succede nel mondo di certi lavori dove tu che produci a ritmi forsennati, sei solo un “accessorio” e quando non sei competitivo come vuole il sistema allora vieni scartato, eliminato come si fece con quel collega e con molti altri ancora per via del lavoro usurante.

Vedevo giovani non reggersi più in piedi perché per il datore di lavoro era costoso far fare un corso sulla legge 81 e sul sistema lavorativo e, di conseguenza siccome non più competitivi, messi nelle condizioni di lasciare quel lavoro.

Questa è una guerra non convenzionale, silente ma dichiarata ai lavoratori.

Essi sono solo un prolungamento delle macchine da produzione, sono solo un numero che non deve avere una anima.
La guerra del capitalismo neoliberista, una volta eliminato lo Statuto dei lavoratori, è anche questa.

I LUOGHI DELLA MEMORIA

I LUOGHI DELLA MEMORIA

 

di Franco DE IACOBIS

I luoghi della memoria…
Per i nostri padri erano la Val d’Ossola o le montagne tra Lazio e Abruzzo.
Per noi ragazzi del ’77, a Roma, uno dei luoghi a più forte connotazione simbolica è Piazza Walter Rossi.

Insieme con Viale delle Medaglie d’Oro, tristemente noto alle cronache come il posto in cui Walter fu ammazzato da un manipolo di ben addestrati tiratori scelti dell’allora Terza Posizione, dei NAR ed MSI.
Figli – bene di quella maggioranza silenziosa che votava un po’ per la DC de “Lo Squalo” Sbardella, ex picchiatore nero confluito alla corte di Andreotti, ma soprattutto per il MSI – DN di Almirante.

La nascente Banda della Magliana era sullo sfondo a far da mastice tra il crimine organizzato e questi mondi apparentemente lontani.
Ma cosa c’entra Walter, esponente di spicco di Lotta Continua, in tutto questo?

Semplice: Walter era un GRANDISSIMO ANTIFASCISTA MILITANTE.
Uno che presidiava fisicamente il territorio, che non le mandava a dire, che proteggeva le scuole dai continui raid neofascisti, fronteggiando gli avversari sia politicamente che, se necessario, in strada. Era scomodo.
Poco simpatico alla sinistra ufficiale che negli anni più critici si limitò a deprecare “la guerriglia urbana”: un incredibile errore di valutazione.

Quel giorno il commando nero uscì, coperto da un gippone della Celere (e da Cossiga…), dalla sede del MSI.

Fui testimone oculare, impietrito, della calma olimpica con cui i killer (si fecero i nomi di Andrea Insabato, mai indagato ufficialmente, e di Cristiano Fioravanti) fecero fuoco.
Un colpo. Un secondo. Un terzo: ginocchio a terra e con una pistola di grosso calibro a canna lunga, il killer aveva mirato e colpito la nuca di Walter che cadde riverso sull’asfalto in una pozza di sangue.

La polizia? Venne a perquisire noi, ostacolando oltretutto l’arrivo dell’ambulanza, ormai inutile.

Ebbene ieri notte ho fatto un giro in tutti quei quartieri di lusso: dormitori di lusso per arricchiti dell’ultim’ora.
Il cuore batteva. Le immagini di 40 anni fa davanti agli occhi.

Un’intera zona della città costruita senza un collettore fognario, abusivamente, al tempo del “Sacco di Roma”, da costruttori (chiamiamoli così per diplomazia…) del calibro di F.G. Caltagirone ed altri meravigliosi tenutari del potere DC dagli anni ’50 in poi.

I voti dell’MSI erano sempre decisivi nelle delibere comunali o nelle decisioni delle commissioni.
Mettersi di traverso a tutto questo, come tutta la sinistra alternativa fece, era davvero un qualcosa di potente e pericoloso per il potere: gli studenti manifestavano in piazza, il ’77 era appena divampato, il PCI non si esponeva ma aveva più del 30% dei voti, una combinazione assai temuta da DC e fascisti, organicamente alleati al Campidoglio e fuori.

Fecero muro nel più becero e violento dei modi.
Abbattere fisicamente i compagni era forse l’unica strada.

Ripercorrere i luoghi della memoria oggi, portando un fiore a Walter mentre tutti dormono, è stato illuminante: quei quartieri ancora oggi vanno DISINFESTATI dai razzisti in scooterone, poggiati al muretto sotto l’hotel Hilton,  figli di quei fascisti di allora che uccisero Walter e che oggi osteggiano lo Ius Soli.

Piazza Igea, ora intitolata a Walter, Piazzale degli Eroi…tutto il quartiere, le scuole superiori erano occupati dalle autogestioni e dai cortei ANTIFASCISTI.
Clima torrido. Allora si combatteva perché nel nostro territorio i fascisti NON VINCESSERO.

Ora ci si deve battere contro un nemico torbido ed invisibile: il qualunquismo, stretto parente e brodo primordiale in cui sguazzano certe balzane convinzioni.

Ciao Walter. La lotta è ancora aperta.
Ma faremo il possibile anche noi del MovES per far sì che la tua morte diventi un messaggio per TUTTI: ANTIFASCISMO!

GUERRINO, L’ANTIFASCISMO E LE MELE COTTE

GUERRINO, L’ANTIFASCISMO E LE MELE COTTE

 

di Massimiliano DE ANGELIS

Il legame con l’antifascismo iniziò per me in tenera età, ancor prima che precocemente imparassi a leggere: ascoltavo estasiato i racconti dei nonni, di papà e di zio Guerrino.

Scorrevano nella mia mente le immagini e le scenografie che nel frattempo mi creavo come se fossero film, come vivessi in quei film, in quell’epoca che per me era lontana e per loro vivida anche nei sentimenti.

Pian piano prendevo consapevolezza di quello che mi raccontavano ed ero avido dei loro ricordi, volevo che loro ne parlassero.
Divenni così in giovanissima età antifascista passando attraverso i loro racconti vissuti in prima persona: se io ero lì lo dovevo a loro e solo a loro, alle loro storie delle quali ci si poteva fare un libro.

Infatti il libro si fece dove si racconta la storia di Zio Guerrino che partì fascista ma tornò, come diceva lui, bolscevico.

Il libro “Le mele cotte” è un racconto di narrativa che parla di lui: di come egli partì con l’Armir, l’esercito Regio, alla volta del fiume Don, in Ucraina. Un paese, che grazie ai fascisti collaborazionisti Ustascia doveva far da ponte nell’aggressione militare alla grande Russia e che invece si trasformò in una gigantesca tomba per i 300.000 italiani lì impiegati.

Arrivarono, lui e il suo battaglione, in un giorno tranquillo e assolato in un villaggio di quel paese.
Presero il comando della vita di quegli abitanti mostrando loro, per lo più contadini, il moschetto dei loro fucili; presero il comando di ogni cosa, delle loro case, dei loro averi, dei loro terreni, del loro bestiame ma la vita continuava a scorrere tutto sommato tranquilla.

Si stavano instaurando anche dei rapporti con la popolazione locale che, seppur da occupanti erano comunque più “umani” di quelli che sarebbero arrivati più tardi. Infatti fu l’arrivo dei “veri” fascisti e di qualche nazista di grado che fece precipitare in modo repentino la situazione.

Il comando di ogni cosa divenne razzia e rappresaglia contro coloro che si opponevano a tale situazione.
Le donne venivano stuprate, i giovani uccisi, le loro case se non servivano al loro scopo, bruciate.

Mio zio si trovò così uno di quei giorni a prendere coscienza di quello che accadeva e rischiò la vita nella difesa di una giovane donna, schiaffeggiando il tedesco che approfittava del suo corpo sotto il ghigno di qualche fascista partecipante.

Inspiegabilmente i presenti allo stupro si fecero indietro e nulla successe a mio zio ma lui riuscì però a leggere  negli occhi della giovane la gratitudine, mentre piangente gli si rivolgeva in una lingua per lui incomprensibile.

C’erano degli italiani che erano “diversi” e zio Guerrino veniva rispettato come colui che era più forte dei nazisti e dei fascisti stessi agli occhi dei suoi commilitoni e degli abitanti della zona. Nessuno aveva osato così tanto.

Faceva il panettiere per servire l’esercito di stanza lì e di tanto in tanto trafugava un po’ del suo lavoro per offrirlo a qualcuno di quelle genti che furono derubate di ogni cosa.

Proprio lì prese coscienza di come erano i fascisti e di cosa fosse il fascismo.

Me lo ricordo che zoppicava. Fu l’unico della sua tenda a sopravvivere ad una incursione aerea russa: fu salvato da due mele cotte dategli da un tenente durante la ritirata ostacolata dal disgelo e dai razzi Katiusha dove lui si ricorda morente su una lettiga.
Quelle solo due mele cotte che furono poi il titolo di un libro di narrativa.

ANTIFASCISMO SEMPRE!

ANTIFASCISMO SEMPRE!

 

di Ivana FABRIS

Quelli che come me lo hanno vissuto, il movimento del ’77, non possono dimenticare che anno e che periodo storico furono in termini di violenza fascista.

La mia è stata una generazione a cavallo tra due forme di eversione che hanno causato tanti, troppi morti e un clima che non si dimentica facilmente.
Clima che ha generato un bisogno di pacificazione tale al punto di arrivare a vedere la caduta del muro e la fine delle ideologie (quella che ci hanno spacciata come tale) come qualcosa di cui avevamo persino bisogno per il tanto sangue che avevamo visto scorrere per le strade delle nostre città.

Non passava UN solo giorno senza attentati, morti ammazzati, morti incidentalmente, pestati, sprangati, aggrediti.
Erano anni in cui uscivi di notte ad attaccare manifesti e non sapevi se tornavi con le tue gambe.

Anni in cui per le vie del centro di Milano, dove ho vissuto e dove sono cresciuta politicamente, bastava un nonnulla e finivi accoltellato come successe ad Alberto Brasili per mano dei sanbabilini.
Anni in cui scendevi in piazza e se non ti massacravano i celerini, lo facevano i fascisti.

Walter Rossi morì così.
Due volte. La prima quando gli spararono in testa e la seconda quando nessuno fece giustizia.
Come tanti, troppi altri casi in cui non pochi compagni furono assassinati con la compiacenza del sistema che chiudeva un occhio se non due perchè quel fascismo serviva a chi deteneva il potere, perchè l’eversione era continuativa.

Mai, noi che quegli anni li abbiamo vissuti, avremmo però creduto di ritrovarci a vedere organismi come Casa Pound o Forza Nuova riprendere a sfilare con l’arroganza cui assistiamo oggi.
La protervia delle parole è la stessa di sempre.
La cultura che portano per le strade è ancora quella di 40 anni fa e ancor prima.

Ci hanno fatto credere che la lotta ideologica fosse finita; i dirigenti dei partiti storici della sinistra hanno fatto il massimo perchè ce ne convincessimo, finanche a sostenere che l’ANPI fosse ormai solo un simbolo di mera testimonianza.

Nel mentre la bestia fascista riorganizzava il suo potere sapendo che prima o poi sarebbe nuovamente servita al sistema.

Se è pur vero che spesso anche questo tema è un’arma di distrazione di massa, che è lo spauracchio del sistema per riconfermare voti al PD nel nome della sicurezza dinnanzi alla riapparizione di forze simili, è anche vero che quelle forze stanno crescendo, che sanno stare dove la sinistra non sta più: a fianco del disagio sociale, dalla parte dei problemi sempre più gravi che vive una sempre più larga parte del popolo italiano, fornendo solidarietà e risposte immediate.

L’era renziana, quella che viviamo ancora oggi, ha sempre più necessità dello squadrismo che cresce e dilaga  anche a livello verbale, attraverso i social media.
La società è sempre più caotica e sempre più violenta. Tutto porta a pensare che la Storia si stia ripetendo esattamente.

Il malcostume della politica, il disordine continuo ovunque, la perdita di certezze e la conseguente insicurezza del paese, l’assenza di regole in una sorta di nuova decadenza di fine Impero, la microcriminalità, lo stupro generalizzato e sfruttato dai media ad arte contro gli immigrati e tollerato se ad agirlo sono italiani, sono tutti fattori che concorrono alla richiesta che sta lentamente ma incessantemente crescendo, di un governo forte, di un premierato forte.

I simboli del neofascismo sono sotto agli occhi di tutti. In alcuni comuni siedono nei banchi delle istituzioni benchè la Costituzione parli molto chiaro nel merito.
Si potrebbe dire che la tolleranza verso quei simboli e ciò che rappresentano, mirino a normalizzare il fenomeno agli occhi degli italiani.

E dopo? Cosa accadrà quando la crisi azzannerà ancora di più come è sicuro che accadrà?
Come verranno viste quelle squadre che purtroppo è lecito pensare che fra non moltissimo, magari, gireranno per le strade al fine di garantire l’ordine pubblico?

Già vedere le principali piazze italiane e gli ingressi delle maggiori Stazioni ferroviarie militarizzate non lascia indifferenti ma lo sappiamo, ci si abitua a tutto, e non possiamo escludere si arrivi ad una rassegnazione e ad una normalità del veder circolare simboli e colori che abbiamo voluto illuderci fossero morti per sempre.

Le premesse, dato il momento storico, ci sono tutte, purtroppo, e non dobbiamo illuderci di essere al sicuro.
La stessa pulsione a destra dei paesi europei racconta che non è così impossibile che il peggio possa riapparire.

L’antifascismo, perciò, deve essere un valore che MAI (!!!) deve venir messo in discussione e MAI dovrà essere considerato testimonianza e obsoleto.
Solo una sinistra di classe potrà impedire il dilagare di questo orrendo e violento fenomeno politico e dovrà farlo intestandosi le lotte in difesa di un ceto medio scivolato nella condizione proletariato sempre più basso; dovrà riappropriarsi delle sue parole, dei suoi atti coraggiosi, delle battaglie più importanti per il Paese che sono molteplici.

Solo una sinistra di classe potrà riportare il tema e l’impegno antifascista alla sua identità, quella necessaria a sconfiggere la voglia di totalitarismi di ogni genere e forma, partendo proprio dalla lotta contro il capitalismo finanziario, contro le élite dominanti, contro il neoliberismo.

Perchè ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che l’economia non è la causa ma il mezzo con cui l’ideologia neoliberalista, partorita dalla destra più radicale e conservatrice globalista, sta imponendo il suo dominio al mondo e che i fascismi, di ogni genere e forma, sono funzionali a questo sistema di potere.

Ce lo dovrebbe aver insegnato il Cile cosa sia.
Cerchiamo di non dimenticarlo MAI.

 

 

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