LETTERA ALLA MINISTRA VALERIA FEDELI

LETTERA ALLA MINISTRA VALERIA FEDELI


di Dario CECCHERINI

Gentile Ministra,
non Le dispiaccia leggere alcune considerazioni al termine di un’estate in cui più volte si è parlato di scuola anche per effetto di Sue dichiarazioni.
Lei ha una responsabilità importante e sa bene che la parola responsabilità, che deriva dal latino ‘responsare’, forma intensiva di respondere, implica il potere e la capacità di dare risposte veridiche e fondate a giuste richieste e legittimi bisogni.

PRIMO MOVIMENTO

Allegretto
Proprio sul finire dell’anno scolastico (9 giugno), a seguito di una sollecitazione di genitori che non sapevano come occupare i figli nel lungo tempo della sospensione delle lezioni, Lei ha preso l’impegno di garantire dal prossimo anno l’apertura estiva delle scuole.

Naturalmente l’avrà detto dopo aver fatto verificare la possibilità di diffusi interventi di riqualificazione dei nostri edifici scolastici per dotarli di ambienti ospitali, adatti all’accoglienza, di cortili ombreggiati, di sale climatizzate; senz’altro avrà in mente un progetto di attività adatte al periodo estivo e non v’è dubbio che avrà avuto conferma della possibilità di retribuire nella misura dovuta gli insegnanti e gli educatori che svolgeranno quelle attività.

Perché vede, Ministra, da questo angolo remoto dal quale Le scrivo, per la mia ridotta esperienza di 29 anni di insegnamento, ad oggi, salvo alcune eccezioni, aprire nel periodo estivo le nostre scuole potrebbe consentire nulla più che attività di sauna collettiva, pratica della sofferenza condivisa, osservazioni di specie varie – e fors’anche mutanti – di insetti.

SECONDO MOVIMENTO

Allegro moderato
Era il 30 giugno e, prima ancora che l’OCSE certificasse che gli insegnanti italiani sono tra i peggio retribuiti di Europa (in questo caso tuttavia l’adeguamento agli standard europei non è preso in considerazione né tanto meno ripetuto ad nauseam), Lei, gentile Ministra, ha detto che i docenti italiani dovrebbero guadagnare il doppio. E qui vorrei chiederLe se nel dire questo Lei si sta anche impegnando perché accada o se invece si è trattato della consueta gratificazione verbale, di fatto derisoria, di cui nessuno sente il bisogno.

Dopo circa dieci anni di blocco dei contratti avremo a quanto pare un aumento in busta paga di 45 euro circa netti (peraltro ancora non del tutto certi). Siamo un po’ lontani dal doppio che secondo Lei meriteremmo.

Lasci dunque stare certe affermazioni se non corrispondono a nessuna intenzione o possibilità reale.
Molto meglio il silenzio.

Ma senz’altro mi sbaglierò e nell’anno a venire le tabelle OCSE certificheranno un radioso balzo in avanti del trattamento economico degli insegnanti italiani, cosa di cui La ringrazio fin da ora.

A questo punto Lei mi dirà che in questi anni qualcosa si è fatto per la Scuola, che finalmente si è tornati ad assumere. Vero, non sarò io a negarlo.
Pare tuttavia che fosse un obbligo e, se un obbligo, non si vede per quale ragione si dovrebbe applaudire, come non si applaude chi parcheggia correttamente, chi paga regolarmente le tasse, chi regolarmente viene a scuola.

Senza poi ricordare gli ubriachi algoritmi che lo scorso anno governarono l’assegnazione di sede dei neoassunti.

TERZO MOVIMENTO

Adagio
Sul finire di questa estate ecco il lancio, accompagnato da fanfara, della sperimentazione per cento scuole del cosiddetto “liceo breve” (quattro anni anziché cinque), dopo una primissima fase che aveva riguardato soltanto poche scuole.

L’indirizzo è chiaro. Subito si è detto che si tratta di adeguarsi a uno standard europeo, che, così come accade negli altri paesi, anche da noi gli studenti devono potersi congedare dagli studi superiori a 18 anni. Tuttavia, in diversi Stati, evidentemente asiatici, quali la Germania, la Danimarca, la Svezia, la Finlandia, la Polonia, la Lituania, la Slovenia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Bulgaria, l’Ungheria, il Lussemburgo, l’Estonia, gli studenti si congedano dai licei a 19 anni. Insomma niente più che improvvida retoricuzza.

Passo oltre e leggo e ascolto quel che si intende fare – a dire il vero la chiarezza non è molta.
Si dice:
– che non sarà un impoverimento;
– che in quattro anni dovrà essere assicurato lo stesso patrimonio di conoscenze e di competenze raggiungibili negli attuali cinque anni di corso;
– si afferma che il monte orario complessivo dovrà essere lo stesso;
– si ipotizza un inizio delle lezioni anticipato al primo settembre;
– orari pomeridiani;
– la collocazione delle attività di alternanza scuola-lavoro esclusivamente nei periodi di vacanze natalizie, pasquali, estive (di notte no?);
– si garantisce ancora, se il monte orario non potrà essere lo stesso, che comunque, grazie all’uso intensivo delle nuove tecnologie informatiche, saranno raggiunti gli stessi risultati.

Tutto questo ho letto e ascoltato, gentile Ministra.
Al di là dell’evocazione dell’atto magico per eccellenza, quello affidato alle nuove tecnologie, considerate con euforia verbale acceleratori e moltiplicatori di sapere e saper fare (e nessuno che dimostri precisamente come potrebbe accadere), osservo, e sono questioni queste alla fine meno importanti, che forse solo Escher potrebbe immaginare architetture (orarie) capaci di contenere cinque anni di lezioni in quattro, che iniziare il primo settembre non basterebbe e obbligherebbe tuttavia ad avere un servizio trasporti già pronto e solo per quella scuola in quella data, che gli orari pomeridiani richiederebbero per giunta scuole dotate di spazi di accoglienza e permanenza, servizi mensa.
Immagino infine l’entusiasmo degli studenti nell’impegnare tutte le loro vacanze nell’alternanza scuola-lavoro.

Ma Lei mi risponderebbe o mi farebbe rispondere che saranno le scuole che liberamente si candideranno a garantire il rispetto delle condizioni poste dal Suo Ministero.
E io non potrei che accogliere la Sua obiezione.

Vorrei allora, gentile Ministra, alzarmi dalle contestazioni di ordine pratico.
Veda, che si possa concludere a 18 anni il ciclo scolastico, è senz’altro possibile, ma solo se si ripensa a tutto il percorso e a ogni singolo segmento, a ogni ciclo, ridefinendone contenuti e obiettivi. Così è un atto di improvvisata e immotivata ghigliottina.

O forse un motivo ci sarà. I più maliziosi dicono che sarebbe un modo per ridurre il bisogno di personale scolastico, ma sicuramente non sarà così, ci mancherebbe.
Quando mai le “riformette” della scuola negli ultimi decenni sono state determinate dal taglio della spesa?
Come è noto, sempre e soltanto il frutto di un lungo e appassionante dibattito pedagogico.

Oggi però l’esigenza modernissima è di fare presto (per essere competitivi, naturalmente).
La scuola deve essere un transito rapido e in questa brevità gli studenti devono imparare qualcosa – ma non troppo -, tentare di capire che cosa fare dopo, inoltrarsi in centinaia di ore di alternanza scuola-lavoro, devono essere coinvolti in ogni genere di utile e meritevole campagna informativa; a nessuna professione poi, a nessuna divisa può e potrà essere negato un incontro al mattino con gli studenti per far sapere loro cosa sono e cosa fanno ( ad oggi non si sono presentati soltanto le Giubbe Rosse, i Lupi dell’Ontario, la Guardia pretoriana, i Lanzichenecchi).

Gli insegnanti poi devono sapere fare di tutto e in tempi di lavoro sempre minori: conoscere la materia, saperla insegnare, meglio se con abilità istrioniche, conoscere una lingua straniera e i più vantaggiosi programmi informatici, saper cogliere gli smottamenti emotivi di un alunno, saper risolvere gli intrichi relazionali di un gruppo classe, sapere interloquire con famelici genitori, dar vita ad attività extracurriculari, saper procacciare denari con progetti capaci di intercettare finanziamenti regionali, nazionali, europei.
Manca di saper ballare e cantare. Per ora.

Nel deserto educativo e civile del nostro paese alla scuola si chiede tutto, negli spazi residui anche di insegnare. Perché il senso comune che da tempo si sta costruendo è che le cose importanti sono al di fuori della scuola o in quel che accadrà dopo, che la scuola è soltanto un tempo di attesa fatto di mero addestramento e sempre più da riempire con ipotesi e illusioni di futuro.

Così ecco il sempre maggior peso dato all’alternanza scuola-lavoro, la possibilità sempre più frequente di essere ammessi al primo anno di università ancor prima di aver superato l’Esame di stato, l’anticipo di un anno dell’uscita dai Licei.

Gentile Ministra, apprendere (bene) e comprendere (bene) sé stessi, dotarsi degli strumenti necessari, costruire senso critico non richiede fretta. Anzi. Ha bisogno di tempi distesi, di sedimentazione, di rigore e di intesa.

È il frutto più bello di una relazione con uno spazio umano e con un ambiente didattico che non può essere generato da una confusa forza centrifuga.
Uscire prima dalla scuola, tagliando un anno ai licei, con minori conoscenze, minori capacità, minore consapevolezza, crea un rischio ancora più grande di sbandamento, di deragliamento, di asservimento, che si scelga di tentare di entrare nel mondo del non-lavoro o di proseguire con studi universitari.

Mi sono ancora care le parole di Karl Kraus, che ricordava «che la vita non si fonda esclusivamente sul profitto. Che l’uomo è posto nel tempo per avere tempo e non per arrivare con le gambe da qualche parte prima che col cuore».

Apra, gentile Ministra, una riflessione e una discussione vera su tutto questo, Lei ne ha la responsabilità e la facoltà.
Operi per conservare la molta qualità che c’è nella scuola pubblica, garantendone le eccellenze e le peculiarità (non sempre è buona cosa uniformarsi ad altri modelli).

E poi, impegni il Suo Ministero e il Governo a rafforzare e qualificare sempre più le scuole che operano in aree di disagio (e quante ce ne sono nel nostro paese!); ripensi in profondità e dia nuova dignità alle scuole professionali; combatta in ogni luogo e in ogni modo la dispersione scolastica; coinvolga e rimotivi, con serietà e concretezza, gli insegnanti; faccia in modo che si intervenga sul patrimonio edilizio, dall’adeguamento alle normative antisismiche all’efficienza energetica fino alla riqualificazione di spazi interni ed esterni.
Vedrà che, se correttamente sollecitate, non mancheranno idee ed energia per costruire al meglio il futuro della Scuola pubblica.

Ma La prego anche di interrogarsi sul fatto che la scuola non basta, che c’è una sfida educativa che va oltre i 18 anni o i 19 anni, che riguarda le generazioni dei padri, quelle generazioni sempre più aggredite non soltanto da analfabetismo funzionale, ma anche da un analfabetismo di ritorno culturale e civile che le rende permeabili alle retoriche e alle mistificazioni, ai linguaggi dell’egoismo, della prevaricazione, della violenza.
Anche di questo dovremmo parlare.

Questo Le scrive, dalla penombra della provincia, un insegnante di liceo che ama e spera di continuare ad amare il suo lavoro.
Cordialità

Dario Ceccherini

TERRORISMO: AVER PAURA È LECITO

TERRORISMO: AVER PAURA È LECITO


di Claudio KHALED SER

Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà la verità“, cosi’ teorizzava il dottor Goebbels.
Per i politici italiani vale l’aforisma contrario: possono ripetere una verità cento, mille, un milione di volte e sembra sempre una bugia.
Ce ne hanno dette sempre cosi’ tante, negli ultimi 70 anni, che ormai solo un demente potrebbe accordar fiducia alle loro parole.

Se poi il politico è Paolo Gentiloni, qualunque cosa dica, vera o falsa che sia, sembra un ritornello noioso e retorico.
Quindi suona falso come una campana rotta.
L’affermazione enunciata all’inaugurazione del Meeting di CL: «I terroristi non ci costringeranno a rinunciare alla nostra libertà», frase sentita non so quante volte, pronunciata da varie autorevoli ed insulse bocche, dal 2001 in poi.

Ma ci fate o ci siete ?

Certo, a 16 anni dalle Torri Gemelle, in Occidente, le donne non girano tutte col burqa e i campanili non sono diventati minareti, e a diminuire la nostra propensione allo shopping non sono stati gli Osama bin Laden o gli uomini in nero del Califfo, ma la crisi economica che ci ha ridotti “agli stracci”.

Chi veramente, per quanto assurdo vi possa sembrare, è stato costretto a rinunciare concretamente a una parte della propria libertà sono gli uomini dalla carnagione olivastra, arabi o indonesiani che siano, cubani o brasiliani pure, che negli aeroporti vengono controllati più scrupolosamente degli altri viaggiatori e guardati con sospetto (nonché odio e terrore) sui treni e negli alberghi.

Vittime di equivoci nelle ultime settimane, un rapper libanese, un comico francese che ripassava un copione ad alta voce, un turista sardo in Austria e perfino un cosplayer in Canada
Pure Magic é finito nelle bocche di fuoco dei soliti idioti che mica l’avevano riconosciuto..
L’anno scorso era toccato al calciatore Nainggolan in Belgio. Vedendolo tutto ricoperto di tattoo con quella faccia un po’ cosi’, alcuni integerrimi clienti dell’hotel avevano chiamato la Polizia.

Diciamoci la verità, oggi il vicino se non ci terrorizza, quanto meno ci infastidisce.

Nessuno di noi è più libero come prima, a parte i razzisti e gli xenofobi, che grazie alle orrende gesta dei degenerati dell’ISIS finalmente possono vomitare senza vergogna i loro pregiudizi, spacciandoli per analisi ragionevoli.
Proverbio milanese:
Qand la merda la munta in scran, o la spussa o la fa dann
(traduzione: quando la merda monta sulla sedia, o puzza o fa danno)
E a destra son tutti seduti comodamente.

Inutile mentire e fare i gradassi, siamo più paurosi, guardinghi e diffidenti e ci sentiamo meno sicuri: tutti i camion guidati dai fanatici dell’ISIS messi insieme hanno fatto meno vittime dei veicoli guidati da laicissimi imbecilli con l’occhio fisso allo smartphone, ma questo non sarà mai il titolo di apertura di un telegiornale.

E se oggi vediamo un onesto camionista nato a Rabat anziché a Casalmaggiore, incrociamo le dita e chiamiamo la Madonna.
E che dire di quello strano tipo, simil arabo, che con una borsa stretta tra le mani che sale sull’autobus 99?
Col cavolo che resto lì, me la faccio a piedi!

La verità, con buona pace di Gentiloni, è che non siamo gatti, la nostra vita é una e pure di pelle ne abbiamo una sola.
Saremmo tutti disposti a rinunciare almeno in parte alle nostre libertà se questo ci garantisse davvero la sicurezza.

Ma siccome la sicurezza non può garantircela nessuno, un po’ per la natura pulviscolare di questo terrorismo e un po’ per la mancanza di collaborazione fra Paesi europei, come ha sottolineato il premier spagnolo Mariano Rajoy all’indomani della strage di Barcellona, teniamoci la libertà e cerchiamo di farne il miglior uso possibile.

Ad esempio, criticando questo pseudo governo per il suo atteggiamento sul caso Regeni: se il terrorismo è di Stato, e di uno Stato partner in affari, la vita e la libertà di un cittadino italiano per lui (governo) non contano nulla.
E questo, cari ometti di Montecitorio, non é ammissibile.
Gridate tanto quando un extra comunitario piscia nei giardinetti della stazione e non ve ne frega una beata minchia quando lo fa sui diritti umani ?
Ah già ma questo ha la divisa e fa il generale.
E soprattutto ha i soldi.

Per i soldi si fa questo e altro” mi diceva l’illustre filosofa Ginetta che lavorava tra Via Pirelli e Piazza Duca d’Aosta.

FRATELLO SALVAMI DAL FREDDO DELL’ACQUA. IO NON SONO ARRIVATO, MAMMA

FRATELLO SALVAMI DAL FREDDO DELL’ACQUA. IO NON SONO ARRIVATO, MAMMA

Io non sono arrivato, mamma,

Ma non dirlo ai miei fratelli, né alle sorelle, né a papà.

Di’ loro che sono arrivato in quel posto

Di cui ci parlava tanto il nonno nelle sue lettere,

Dove i carri armati trasportano acqua

E le pallottole servono per giocare

Dove lui diceva che non mancava il pane

Né i soldi per pagare

Dove si continua a lottare

Per un mondo migliore.

Di’ loro che vivo in Italia

E che la mia imbarcazione non è naufragata.

[ Frédéric Gircour ]

L’acqua è fredda. Me l’aspettavo, ma il mio corpo non era preparato. Sento l’adrenalina entrare in circolo, i muscoli contrarsi e le pulsazioni aumentare, cerco di capire cosa stia succedendo intorno a me. Muovo le braccia come facevo da bambino al lago Qattineh quando mio fratello voleva insegnarmi a nuotare, mentre il fragore del mare sovrasta le grida. D’un tratto avverto una pressione sulla spalla sinistra e dei gesti convulsi. Non faccio in tempo ad inspirare. Vado giù.

Fa caldo. Una lama di luce entra da non so dove, forse da una fessura del portellone del tir, e le orecchie mi fanno male. Vorrei coprirle con le mani ma non posso muovermi. Ho i crampi ad una gamba e non posso muovermi. Vorrei intimare a tutti di stare zitti e di smetterla di gemere. La donna alla mia destra soffoca un singhiozzo disperato e avrei voglia di schiaffeggiarla; quella alla mia sinistra tiene il collo in iperestensione per agguantare più aria possibile dall’alto. La maglia lacera mi si è incollata alla schiena fradicia di sudore e provo quasi disgusto per il tanfo che si avverte nell’aria. Eppure siamo tutti figli della stessa terra. Ho la gola secca, mi fa male, vorrei gridare. Faccio respiri corti e agitati, non posso muovermi. Non posso.

Il mio volto riaffiora in superficie e prendo aria disperatamente. Comincio ad ansimare e scalcio per salire ancora, allontano chiunque sia intorno a me con dei colpi alla cieca. Il mare è mosso, un’onda mi ributta giù di nuovo e l’acqua mi brucia la gola e mi entra nei polmoni. Tengo gli occhi serrati e la mascella contratta. Sott’acqua qualsiasi rumore è ovattato e attutito e invece quando torno su sputacchiando e tossendo ogni suono esplode intorno a me. Sono stordito. Provo a mettere in pratica tutte le lezioni di nuoto che mi ha dato mio fratello e riesco a rimanere a galla: una foglia strappata dal vento in balìa dell’occhio di un ciclone. Cerco convulsamente la barca con lo sguardo.

Ho sete. Ho caldo. Mi manca l’aria. Siamo schiacciati e pressati come animali da macello. Questa è l’immagine più appropriata per descriverci: bestie in fuga che non hanno diritto alla dignità. Il ragazzino a pochi millimetri dalla mia clavicola ha la bocca spalancata e le labbra spaccate. Ha le palpebre semichiuse e vedo il bianco impressionante dei suoi occhi. È disidratato, sì mi sembra che abbia estremo bisogno di acqua. Di acqua non ne abbiamo. Ho perso la concezione del tempo, non posso muovermi, non c’è un buon odore nell’aria. Non riesco a muovermi.

Il barcone è lì, innocuo e placido, come se stesse aspettando con calma che salissimo. Sembra ancora una possibilità di salvezza ma sta scendendo impercettibilmente verso il basso, affonda secondo dopo secondo mentre viene sballottato dalle onde. Intorno a me il rumore del mare mosso e grida. Tutti gridano e chiamano dei nomi o emettono esasperati versi di panico. Il sole è tramontato e i miei occhi non distinguono bene i contorni e le figure che appaiono sfocate, quasi in preda a convulsioni. Per un attimo nuoto freneticamente verso la barca ma poi un gomito spuntato dal nulla mi spacca lo zigomo. Sento dolore, tanto, vorrei gridare, mi manca il fiato. State FERMI. Risparmiate energie e calore, controllate il vostro corpo. Mettete in moto quella merda di cervello che vi ritrovate.

Sento che la mia mente comincia ad allontanarsi. Voglio andare via, voglio uscire. La donna alla mia destra non singhiozza più, è immobile e ferma in una posizione innaturale da un po’, sembra quasi un manichino spezzato. Una bambola rotta. Non so da quanto tempo non la sento più lamentarsi. È così ridicola nella penombra che mi fa ridere. Vorrei ridere, mi esce un latrato strozzato. Mi chiedo se questo inferno avrà fine… Ho tanta sete. Il ragazzino disidratato ha abbandonato la testa su una spalla e ciondola seguendo i sussulti del camion, i riccioli sporchi e imbiancati di polvere. Faccio un leggero colpo di tosse, qualcuno respira affannosamente e qualcun altro ha la gabbia toracica compressa. Il mio naso non sente più odori. Guardo con più attenzione il ragazzino sfruttando la poca luce che entra dal fondo.

La costa non sembrava lontana. Ma ora con l’avanzare dell’oscurità non so più in che direzione sia. Nuvoloni neri si avvicinano e si accumulano sopra di noi ad oscurare gli ultimi residui di tramonto. Cerco di rimanere a galla con il minimo dispendio di energie, di isolarmi dal caos e dalle urla, combatto contro l’impulso di piangere e provo a rilassare il diaframma. Qualcosa mi pungola la schiena, fletto il collo e vedo un corpo riverso che viene sospinto dalle onde. Immobile. È un cadavere qui nel mare, uno dei tanti, non respira e non lo farà mai più.

Credo sia entrato in uno stato comatoso, forse a malapena respira. La mancanza di acqua ci sta condannando a morte, la sudorazione ci ha fatto perdere troppi liquidi, non abbiamo idea di quando usciremo da qui. Qualcuno probabilmente è già morto, qualcuno ha avuto crisi di panico, qualcuno si è semplicemente rassegnato a morire come feccia umana e aspetta mestamente la sua ora. Non so se era peggio prima, o se è peggio questo.

I soccorsi staranno arrivando, ne sono certo. Devo solo resistere e dimenticarmi del freddo, della stanchezza, del dolore, della barca, del mare mosso e gelido. Devo solo resistere. Non ho l’energia né le capacità necessarie per aiutare gli altri. Qualcuno nuota nella mia direzione, o meglio muove le braccia in modo disordinato, forse non sa nuotare. Urla qualcosa, mi raggiunge, non faccio in tempo a scansarmi, si aggrappa, mi sento spingere giù. Vado giù. Affogo.

Non sono più lucido, il mio corpo chiede pietà e mi fa male il cuore. Non so più da quanto tempo siamo qui dentro, pensavo fossero 15 ore invece sono mesi, anni, secoli, è un’eternità. Spero che finisca presto. Non so cosa, ma spero finisca. Qualcosa, questa cosa, tutto. Morire mi va bene, tanto le speranze non le voglio più. Aspetto. Ad un tratto nel mio delirio confusionale mi sembra di vedere una luce improvvisa e di udire delle voci, qualcosa si muove e tutto diventa bianco però forse sono solo allucinazioni… Sapete che vi dico, non mi importa: che finisca così.

Inghiottisco acqua salata e ho un conato di vomito. Mi agito, qualcosa continua a fare pressione su di me e a tenermi sott’acqua. Tossisco: grande errore. Le ultime riserve di ossigeno si liberano in mare sotto forma di piccole bollicine impazzite. Apro la bocca, il peso di un corpo mi impedisce di risalire in superficie, bevo e deglutisco altra acqua. Le bollicine schizzano via verso l’alto e io provo ad afferrarle e a seguirle. Mi brucia il petto e il mio cuore batte all’impazzata: grande problema. Il muscolo di una gamba si contrae in preda ai crampi e io inarco la schiena per il dolore: altro grande problema. Provo a lottare per liberarmi, per uscire fuori e poter respirare. Non ce la faccio… In fondo non conto nulla. Vorrei che mio fratello fosse qui, vorrei che venisse a salvarmi, che tendesse una mano dalla superficie. Vorrei che mi agguantasse e mi tirasse su e mi facesse respirare. Vorrei che mi portasse a riva. È così bravo a nuotare… Mi sembra di singhiozzare in cerca di aria, non capisco più dov’è il sopra e dov’è il sotto. Fratello, salvami.

C’è silenzio ora, smetto di muovermi. Le mie braccia rimangono sospese perché in acqua è come se non ci fosse gravità. La forza che mi teneva giù è scomparsa ma io a mia volta non ho più le forze per risalire. E allora, decido. Smetto. Mi lascio cullare un po’ dal mare e poi lentamente scompaio. Il mio cuore si ferma. Ci abbiamo provato. Io non sono arrivato. Io non sono.

 
fonte: https://cercatoredifavole.wordpress.com/2015/09/02/io-non-sono-arrivato/

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