MIGRANTI: UN TEMA SUL QUALE ESSERE SINISTRA NON E’ FACILE, MA NOI VOGLIAMO ESSERLO

MIGRANTI: UN TEMA SUL QUALE ESSERE SINISTRA NON E’ FACILE, MA NOI VOGLIAMO ESSERLO

bambina-migrante-salvata

di Bruno DELL’ORTO

Il pragmatismo è caratteristica fondamentale poiché l’agire concretamente, tramite metodi atti al conseguimento di una serie di obbiettivi intermedi, magari in vista di un ultimo punto d’arrivo, consente di portare a reale compimento ciò che altrimenti rimarrebbe una serie di apprezzabili, ma incompiuti intenti.

Su questo è inutile discutere, ma è altrettanto chiaro che perseguire scopi che paiono solutivi nella contingenza, in assenza di una visione di fondo e quando le questioni riguardano fenomeni complessi, può portare ad effetti non solo a lungo termine deleteri, ma fin pericolosi.

Quando poi questo è riferito al governo di un paese, i pericoli possono riguardare in prospettiva sia i processi democratici che le condizioni di vita dei cittadini stessi, autoctoni od immigrati che siano.

Per questo le ideologie sono fondamentali, se non religiosamente intese con dogmi e preconcetti, perché mettono in condizione di rivolgere i propri sforzi verso il tipo di società ideale che si intende perseguire come un concreto punto d’arrivo.

Stabilito questo, quindi, occorre rimuovere tutti gli ostacoli che si frappongono tra lo status quo e tale determinato modello.
Ciò significa innanzitutto capire chi sono nemici, resistenze ed interessi che in questi ostacoli si concretizzano.

Altro concetto fondamentale, a mio avviso, risiede nella concezione che, una volta adottata una posizione di SINISTRA, essa non può per coerenza ed etica risultare subordinata e circoscritta a/in termini di confini, nazionalità, etnia.

Se quanto qui sopra esposto è condiviso, però, c’è qualcosa nel modo di porsi di molti compagni che ancora mi sfugge.

In sintesi, tutti coloro che parlano di:

-forzatamente rimpatriare gli immigrati
-chiudere le frontiere
-introdurre norme a tutela esclusiva degli Italiani,

è molto probabile che o non abbiano inteso chi sia il vero nemico, oppure, animati da assoluta mala fede, intendendolo come vantaggioso, scientemente adottino un atteggiamento distonico, in conseguenza del quale risultano comunisti coi propri pari e fascisti con qualsiasi straniero che di loro stia peggio, facendo finta di non capire quali logiche accomunino entrambi allo stato di vittime.

LA FORZA DI QUESTE DONNE DEL SENEGAL

LA FORZA DI QUESTE DONNE DEL SENEGAL

Donne del Senegal

Era il mio bel vagone semi vuoto e uno dei pochi con l’aria condizionata.

Ero già rilassata quando alla prima fermata salgono 10 donne, rumorose, invadenti e maleodoranti.

Si appropriano del vagone, parlano a voce alta, tutti nel vagone abbiamo sguardi infastiditi e confusi dal chiasso. Una delle donne davanti a me tira fuori una matassa aggrovigliata di nastri colorati. Le guardo meglio; sono belle, colorate, allegre, forti.

Capisco che quei nastri sono per le treccine, avevo visto prima in spiaggia una signora farle ad una bambina. Guardandole meglio, il fastidio è scomparso e mi sono immaginata da dove venissero.

Ho capito solo “Senegal” ripetuto nelle loro chiacchiere confuse.

Mi sono chiesta come saranno arrivate qua in Italia e mentre rimango imbambolata a guardarle mettere a posto la matassa, una di loro mi guarda e sorride. Non posso evitare di sorridere ampliamente e dirle guardando ciascuna di loro, che sono molto belle. Sorridono a me e tra di loro ridono e parlano.

Non sanno l’italiano se non “bella” e “treccine”. La ragazza davanti a me e quella a fianco a me non hanno paura di sfiorarmi.

Anzi, le nostre braccia e gambe sono appoggiate l’un l’altra. Io a loro non do fastidio, non gli faccio “schifo”. Cerco di immaginarmi come sia dover fuggire dal proprio paese per cercare un minimo di pace o un futuro e ritrovarmi a lavorare sotto il caldo a far treccine a sconosciuti. Cerco di immaginarmi come mi sentirei se dovessi combattere ogni giorno con sguardi brutti, con sguardi che urlano “mi dai fastidio”.

Cerco di immaginarmi lontana dal mio paese, con la mia cultura, le mie abitudini, i miei colori, la mia famiglia. Cerco di immaginarmi obbligata a lasciare la mia casa per vivere dove non mi vogliono. Perché ormai è ciò che la nostra società trasuda giornalmente. E penso ai miei nonni. Scappati negli anni ’40 in Venezuela. Chissà come sarà stato. Chissà se erano i benvenuti.

E penso che io la forza di queste donne forse non l’avrei. Perché loro la forza, la dignità, la speranza la emanano talmente tanto, che la posso toccare. E non servo certo io a loro per informarle che le stimo, ma lo faccio. E vorrei poterglielo dire, ma sarebbe dura da spiegare. E penso che prima di essere emigranti, fuggitivi, extracomunitari, stranieri, siamo umani.

E l’umano è uguale ovunque. O almeno dovrebbe. E che tutto il mondo è paese.

Perché questo viaggio mi ricorda un viaggio che feci, dove nel mio scompartimento a 6, entrò una famiglia italiana; chiassosa e mal odorante. E non erano ne colorati,ne forti, ne sorridenti. Solo chiassosi, invadenti, maleodoranti e maleducati.

LA BUFALA DEL “I DEBITI SI PAGANO PERCHÈ ABBIAMO VISSUTO AL DI SOPRA DELLE NOSTRE POSSIBILITÀ”

LA BUFALA DEL “I DEBITI SI PAGANO PERCHÈ ABBIAMO VISSUTO AL DI SOPRA DELLE NOSTRE POSSIBILITÀ”

schiavi del debito

di Massimo RIBAUDO

Si continua, in una parte ancora troppo numericamente considerevole della base di sinistra, ad esporre i numeri falsi di una teoria economica, quella neoclassica come utilizzata a proprio uso e consumo dall’ideologia neoliberista.

Illustri economisti di scuola neoclassica hanno dimostrato da tempo – si veda anche Krugman o Amartya Sen – che non stiamo vivendo una crisi di debito pubblico, come sostenuto ormai solo da Il Foglio e qualche articolo del Corriere della Sera, ma da una crisi di debito privato provocato dal calo della domanda globale, come asserito da tanto tempo dal professor Alberto Bagnai, di scuola Keynesiana (i suoi mastri sono Federico Caffè e Augusto Graziani).

Perchè cala la domanda di beni e servizi?

La teoria neoclassica non ha gli strumenti per rispondere, essendo una teoria basata solo sull’offerta di beni.

Ma qualche sospetto gli stessi neoclassici se lo stanno facendo venire.

Un esempio. Se lo stato non fornisce più i servizi essenziali e ognuno di noi li deve acquistare sul mercato privato, se le pensioni sono da fame, il consumatore, spenderà di meno per una vacanza, o per un cinema, per andare dal dentista.

Se gli stipendi, lo dice Paul Krugman, non la Pravda, sono rimasti fermi da 15 anni, e anzi sono calati, ognuno di noi non solo non potrà vivere “al di sopra delle sue possibilità”, ma non potrà proprio vivere.

Le argomentazioni portate da quella sinistra sono sempre le stesse: se si torna alla moneta nazionale, aumenta l’inflazione.

In più continua a pensare a debiti e crediti tra gli Stati come quelli che può contrarre un singolo cittadino o una famiglia.

Lo Stato NON è una famiglia, o un’azienda.

Non funziona così.

Ce lo hanno fatto credere per 30 anni. E sarà molto difficile uscire da questa assurda illusione che non ha precedenti nella Storia.
In realtà più lo Stato spende più le famiglie sono ricche. Il debito statale, se fosse proprio tutto debito interno potrebbe essere illimitato.

E per quanto riguarda l’inflazione, le analisi da fare sono altre.

Nel passato più recente, l’inflazione fu in gran parte generata da shock esogeni. Tipo l’aumento del petrolio.
Non c’è un solo studio che conferma il passaggio diretto tra svalutazione e inflazione.
E siamo timidamente usciti dalla deflazione, ma la disoccupazione non accenna a scendere. Quindi, la ripresa non esiste. Il paese è morto.

Sicuri che un po’ di inflazione (5-7%) invece non ci farebbe bene?

In più nessuno tra questi sostenitori del neoliberismo, stando a sinistra (sic!), considera mai che il problema è proprio che le banche non sono pubbliche. Mentre il risparmio e il credito sono funzioni pubbliche.
Quando lo capiremo sarà sempre troppo tardi…

Il neoliberismo fonda il suo potere sul debito privato.

Questa parte di sinistra, invece, continua a credere ad un modello che è completamente falso.

Gli Stati non hanno creato debito per i servizi, ma per tre guerre perse (Afghanistan, Iraq e la guerra agli stupefacenti), e per risanare le perdite delle banche per prestiti immobiliari folli.

Hanno dato credito per l’acquisto di case sapendo che gli acquirenti non avrebbero mia potuto ripagare il debito. Poco male, pensavano, ci riprenderemo le case.
Ma poi, vista la crisi di debito mondiale, non sono riuscite a rivenderle.

L’euro è lo strumento per tenere al più basso livello i salari nel sud Europa. La diminuzione dei salari, crea sempre maggior crisi di domanda, e la continua domanda di austerity da parte della BCE e della Commissione Europea eliminano ogni possibilità di rilancio dell’economia nazionale.

Queste sono le cause reali della crisi economica

Otto miliardari possiedono la metà di tutto il reddito mondiale del 50% più povero e c’è ancora chi crede alle favole del neoliberismo?

Beh, oggi, con tutto quello che si può leggere e sapere – da fonti sia neoclassiche, sia keynesiane, sia marxiste -mi sembra davvero assurdo.

LE ULTIME ORE DI UNA PICEA SMITHIANA

LE ULTIME ORE DI UNA PICEA SMITHIANA

Picea smithiana a Villa Pamphilj di Roma – (foto di Antimo Palumbo)

di Antimo PALUMBO

A Roma continuano a cadere (sgretolati per sempre) pezzi di una collezione botanica centenaria.

Secoli di storia, una storia verde e ricca, che un po’ alla volta senza che nessuno se ne accorga si sta cancellando.

I giornali? Tacciono.
I comunicati degli amministratori del verde? Inesistenti.
Una tabula rasa su una storia legata a papi, principi, principesse, appassionati/e di giardini e di alberi. Un susseguirsi di giunte ignoranti sta portando a una rovina culturale senza precedenti.

Tutto muore.
L’unica Sequiadendron giganteum che c’è in un parco pubblico a Roma? Sta morendo.
Palme da collezione? Stanno morendo.
Siepi di bosso e tasso? Muoiono o se non muoiono sono attaccati da rovi, edera o rampicanti infestanti.

Quello che una volta era il giardino d’Europa oggi sta diventando uno scenario triste, uno scenario fatto di erba secca e di terra smossa, di alberi rari storici morti o moribondi.

A picco. Il verde di Roma sta andando a picco.

A Villa Pamphilj nel giardino del teatro viveva da numerosi anni una rara Picea smithiana.

Il 10 Aprile di quest’anno ho fotografato le sue infiorescenze, uno spettacolo della natura, una rarità botanica, l’unica specie a Roma.

E cosa scopro oggi? Che è stata tagliata. Fatta a pezzi. Con un taglio poco ortodosso.

Ecco intanto quello che rimane della Picea smithiana.

In una villa storica tutelata dalla carta di Firenze si può assisitere a questo scempio. Mi ripeto uno sfregio alla cultura botanica della nostra città, una cultura che ha permesso le meraviglie che rendono unica la nostra città nel mondo.

Quello che resta della Picea smithiana nei giardini di Villa Pamphilj di Roma – (foto di Antimo Palumbo)


Per questo mi chiedo e invito a farlo chi ci legge.
Perché è stata tagliata? E’ forse un furto di legno avvenuto di notte?
Perchè nessun giornale romano o sito o blog ne ha parlato?

Il verde di Roma sta andando a picco.
Facciamo qualcosa subito. Ma veramente subito.

EFFETTI DELLA DESERTIFICAZIONE. ANCHE UMANA

EFFETTI DELLA DESERTIFICAZIONE. ANCHE UMANA

di Cristina COCCIA

La recente devastazione provocata da tutti gli incendi nelle nostre aree boschive – le cui cause non sono state ufficialmente esplicitate, ma che ormai tutti possiamo immaginare – ha provocato numerose conseguenze: un pesantissimo impatto sugli ecosistemi in termini di contaminazione fisica e chimica di TUTTE le matrici ambientali, di perdita di habitat per specie selvatiche animali e vegetali, di perdita di biodiversità e di danni che TUTTI noi – in diversa misura – abbiamo pagato e continueremo a pagare anche in tempi molto lunghi.

Tra questi danni c’è il fenomeno della desertificazione – che raramente viene citato dai recenti articoli divulgativi sul fenomeno degli incendi boschivi – che riguarda molte zone della nostra penisola.

La UNCCD (Convenzione delle Nazioni Unite per Combattere la Desertificazione, 1994) definisce la desertificazione come “degrado del territorio nelle zone aride, semi aride e sub umide secche attribuibile a varie cause fra le quali variazioni climatiche e le attività umane”.

Un recente rapporto sulla situazione ambientale in Italia stilato dall’INEA pone l’attenzione su una questione: più del 50% del territorio è stato considerato potenzialmente a rischio di desertificazione.

Intere regioni come la Sicilia, la Sardegna, la Calabria, la Basilicata, la Puglia e la Campania, e parte di altre regioni, come Lazio, Toscana, Molise, Marche e Abruzzo, sono potenzialmente a rischio.

Il 4,3% dell’intero territorio italiano (1,2 milioni di ettari) è già sterile e il 4,7% (1,4 milioni di ettari) ha già subito fenomeni di desertificazione.

Tra le cause che contribuiscono al processo di desertificazione ci sono fattori antropici e fattori ambientali – come la litologia, la morfologia e l’idrologia del territorio, o il suo grado di copertura vegetale. Tra i fattori antropici ci sono invece l’inquinamento, l’urbanizzazione, le coltivazioni intensive e gli incendi.

La degradazione dei nostri territori – e voglio sottolineare “NOSTRI” perché tutti dobbiamo averne cura – è connessa alle pratiche agricole scellerate e a un uso delle risorse idriche non sostenibile. Inoltre, il fenomeno dell’abbandono dei campi in seguito alla crisi dell’agricoltura ha contribuito all’avanzare del problema.

Non possiamo permettere che la DESERTIFICAZIONE UMANA e culturale che sta subendo la nostra popolazione – sempre più ridotta a massa indifferenziata – si traduca anche in desertificazione dei nostri ambienti.

Prendersi cura di un territorio significa anche avere il rispetto per il suolo come PRIORITA’ POLITICA, al pari dello sviluppo di qualsiasi settore dell’economia.

Noi siamo legati alla nostra terra: se ce lo dimenticheremo sarà la Natura a ricordarcelo!
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