IL FUTURO CHE NON C’E’

IL FUTURO CHE NON C’E’

di Fiorenzo MEIOLI

Oggi crediamo di vivere nel miglior mondo possibile, di godere di una libertà infinita e non ci rendiamo conto che è soltanto ristretta alla sfera privata: possiamo si vestirci come vogliamo, vagliare liberamente le offerte del palinsesto televisivo, comprare l’ultimo modello iPhone, possiamo esercitare il diritto di voto, scegliere tra le offerte del mercato e tanto tanto altro ancora.

Però non riusciamo più a modificare la realtà, non abbiamo più il potere di decidere e siamo succubi dell’unica ideologia rimasta nel tempo della fine delle ideologie.

Un tempo le crisi erano la condizione per il progresso, oggi, al contrario, tracciano interrogativi e generano un ritorno ad un lontano passato.

Tutto ciò che oggi chiamano progresso è soltanto un ritorno all’Ottocento.

QUALCUNO È ANCORA COMUNISTA

QUALCUNO È ANCORA COMUNISTA

Folla per Berlinguer

di Ivana FABRIS

Così, a quanto pare, chi è stato comunista oggi dovrebbe aspirare a parlare solo di centrosinistra e impegnarsi a crearlo.

Curioso come i dirigenti ex PCI oggi invochino i sacri numi tutelari del centrismo.

Adesso a nessuno venga in mente di rispondere che quella era la vocazione del PCI se non vorrà essere seppellito da chilometri di argomentazioni a confutazione.

Troppo facile e troppo semplicistico liquidare il maggior partito comunista d’occidente con l’analisi tipica da veteroqualunquista di destra e di sinistra.

Per nulla a caso, è affatto chiaro come la dirigenza di quel partito si sia decolorata nel bagno chimico del centrismo e una larga fascia della base, invece, no.

Sono migliaia le persone in quella base che piuttosto di abiurare le proprie idee di giustizia sociale, nel tempo in cui sarebbe stato urgente addirittura rafforzarle, hanno preferito allontanarsi dalla politica e smettere persino di votare.

Tra noi ancora in TANTI sono comunisti e ancora vogliono pace, pane, lavoro e libertà.

Laddove, oggi, libertà significa unicamente diritto all’esistenza e rinnegamento e sconfitta dei mercati e del neoliberalismo.

Dalla piazza, quest’oggi, dirigenti che hanno fatto tutta la loro storia più importante proprio nel PCI, hanno invece nuovamente confermato che gli unici Apostoli là presenti non erano Pietro e Paolo, legittimi titolari della piazza, ma proprio gente come Bersani o Pisapia.

Sono loro i veri Apostoli. Gli Apostoli del PD.

Sinceramente devoti al PD, con un macchinoso comportamento tipico della politica dell’inganno, molto comune di questi tempi, hanno lasciato il PD per tornare al PD dopo esser stati eletti come dissidenti del PD.

Vedere un Bersani che lascia la Ditta non ha fondamento logico alcuno.

Dopo aver votato qualunque legge contro ai lavoratori e alle fasce deboli del paese, pur di non spaccare il partito, assistere al suo improvviso abbandono che tanti (troppi) vogliono credere che sia in nome di una ritrovata fede nel sol dell’avvenire, è qualcosa che non solo non ha senso logico ma neanche dignità.

Sperare nell’idea romantica del rinsavimento di quello che tanti vedono essere come un eroe buono che è caduto sotto al peso del renzismo, è a dir poco risibile.

Fa persino impressione che gente come lui e D’Alema, colpevoli della sconfitta della sinistra italiana nel corso degli ultimi 30 anni, possano avere ancora credito.

Una banda di traditori che sopravvive grazie al leaderismo, al divismo che ha infettato una parte della base della sinistra nostalgica e incapace di analisi e di verità.

Se Dante oggi fosse qui a scrivere la sua Commedia, questi li avrebbe destinati al IX cerchio dei dannati, proprio dove chi tradiva la più alta e nobile Istituzione – la Politica – finiva tra le fauci di Lucifero, il primo e più grande dei traditori.

Chi pensa a questi traditori, ancora come a qualcuno di sinistra, dovrebbe svegliarsi dal sonno della ragione e fare quel che abbiamo fatto noi che comunisti lo siamo ancora e che ha fatto anche Dante coi traditori politici del suo tempo: mandarli al diavolo.

LIBERISMO E ORDOLIBERISMO, DETTI IN BREVE

LIBERISMO E ORDOLIBERISMO, DETTI IN BREVE

Criminali bancari

di Massimo RIBAUDO

Una professoressa di Lettere mi ha chiesto su Facebook di sintetizzare in breve il significato delle dottrine neoliberiste e di quelle ordoliberiste.

Lo so che non si dovrebbe fare, lo so che un commento su Facebook non può in alcun modo sostituire volumi e volumi di studi e analisi approfondite sugli argomenti accademici più complessi. Ma ormai quei volumi li leggono sempre di meno e non vengono neppure affrontati nei corsi universitari.

Quindi, bisogna rischiare la sintesi e l’incompletezza, pur di dare qualche indicazione su temi che riguardano la nostra vita, la scuola, le pensioni, la sanità. Si, perché se ci sono tagli alle pensioni, alla scuola e alla sanità è perché viviamo in un’Europa ordoliberista.

Il liberalismo è la teoria politica ed economica che sancisce che il MERCATO sia un meccanismo perfetto in grado di autoregolarsi e, quindi prescrive di adottare leggi dello stato che garantiscano alle aziende private il completo dominio su qualsiasi diritto sociale (e l’eliminazione di ogni diritto sindacale), di generare il massimo profitto dallo sfruttamento del lavoro umano e dell’ambiente naturale.

Detto così sembra terrificante. Lo è.

Ma non lo vediamo perché il mercato ci offre il contentino della libertà di parola che è totalmente inutile se i diritti politici vengono annullati da leggi elettorali maggioritarie non rappresentative e da media completamente asserviti al modello.

In più proprio tale modello economico, sociale e politico si fonda sul continuo porre in stato di shock le popolazioni attraverso notizie relative al terrorismo, a omicidi privati, epidemie inventate, e alla paura di invasioni di immigrati.

Quindi, distoglie l’attenzione dalle sue norme, dalla sua propensione alla più feroce e statica ineguaglianza, alla competizione del singolo contro il singolo e al darwinismo sociale per farla convergere sulle patologie sociali e individuali che lo stesso modello crea: criminalità, corruzione, guerra tra i poveri.

L’ordoliberismo è molto più subdolo perché prevede che a gestire il modello sia lo Stato (e non le corporation private in collusione con le istituzioni pubbliche), insieme alle banche e assicurazioni private, per soffocare nella schiavitù del debito la popolazione.

La maggiore paura della popolazione deve essere quella di perdere casa, o il lavoro e di non riuscire a pagare i debiti, i quali, visti i bassi salari, e i forti tagli alla spesa pubblica, è costretta a contrarre.

I Trattati europei sono tutti derivanti dall’ideologia ordoliberista.

Il neoliberalismo ha origini dalla cosiddetta “scuola di Chicago” e dalle teorie di Friedrich August von Hayek, ed è un’evoluzione del modello capitalistico americano, l’ordoliberalismo è il modello della cosiddetta economia sociale di mercato (austro-franco-tedesco), evoluzione del capitalismo renano, che mantiene un po’ di welfare solo per la classe media obbediente al sistema.

In questo modo la stessa proteggerà stato e banche e colpirà ancora di più le classi impoverite (che hanno la COLPA di esserlo perchè non pagano i debiti) pur di non cadere in povertà essa stessa.

Prima o poi anche l’ordoliberalismo si trasformerà in neoliberalismo perchè le banche si divoreranno tra loro come sta succedendo.

La radice filosofica del neoliberalismo è lo gnosticismo (che deriva dal puritanesimo) che afferma che gli esseri umani sono IMPERFETTI e solo una classe superiore di esseri perfetti (in quanto giusti e parsimoniosi e ricchi per grazia di Dio) possa ricondurli alla perfezione originaria dell’inizio dei tempi.

Vi sembrano teorie folli? Lo sembrano anche a me. Ma stanno dominando l’Occidente e faranno di tutto per dominare il mondo.

p.s. C’è un articolo, del blog Il Pedante, che spiega molto bene il modello ordoliberista come seguito in Italia: E’ il SOCIALISMO DEI RICCHI.

STUPRO: E’ QUESTA LA GIUSTIZIA?

STUPRO: E’ QUESTA LA GIUSTIZIA?

vittima dello stupro
di Maria G. DI RIENZO

La Repubblica, 29 giugno 2017: “Ha lasciato Pimonte, in provincia di Napoli, ed è tornata in Germania, con la sua famiglia, la giovane di appena 15 anni che lo scorso anno subì una violenza sessuale per mano di 12 coetanei tra cui il fidanzato”.

A rendere nota la notizia è il garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Campania Cesare Romano che, attraverso un comunicato, denuncia “l’insensibilità istituzionale dimostrata da chi aveva assunto impegno di interessare gli organi giudiziari sull’epilogo della vicenda e di voler recuperare un più attento protagonismo nell’accompagnare, almeno in questa ultima fase, la minore e la sua famiglia”.”

La “condanna collettiva” della comunità per i perpetratori non è avvenuta.

Le “iniziative necessarie a proteggere la minore e a sensibilizzare gli adolescenti” locali non sono state adottate.

Disprezzo e isolamento “hanno aggravato il disagio psicologico” della ragazza al punto che “la famiglia ha deciso di abbandonare il paese di Pimonte”.

E, conclude il garante, “chi ha avuto il coraggio di denunciare è costretto ad abbandonare la comunità dove era rientrato con entusiasmo e dopo tanti sacrifici, mentre gli autori dei fatti denunciati, che sono stati messi alla prova nello stesso Comune, continueranno a scorrazzare indisturbati. Questo il modello per i nostri giovani? Questa la giustizia? Questa la protezione?“

Quando si tratta di donne e di violenza sessuale, sig. Romano, purtroppo la risposta è sì.

Il quotidiano che riporta la sua denuncia dice che anche che all’epoca dei fatti qualcuno, tra i genitori dei violentatori minorenni, si permise di dire che la giovane “se l’era cercata”.

Sicuramente lei ricorda abbastanza dettagliatamente la vicenda per sapere che l’umiliazione sistematica della ragazza era cominciata quando gli stupri ancora continuavano: i giovani delinquenti che le infliggevano violenza fisica la fermavano per strada per farle subire anche la violenza psicologica di commenti denigratori e battute squallide.

Erano sicuri – e lo sviluppo della vicenda dà loro ragione – che a dare la responsabilità alla vittima non sarebbero stati solo i loro genitori.

Perché? Perché lo stupro e l’aggressione sessuale sono equiparati al “sesso tout court” nell’opinione pubblica e in modo così pervasivo che i membri delle istituzioni da lei giustamente riprese come “insensibili” non possono chiamarsene fuori – a meno di non fare uno specifico sforzo in quella direzione: istruendosi, informandosi, smantellando i propri pregiudizi e riconoscendo che essi hanno la propria radice nel sessismo e nella misoginia.

Se le molestie in strada sono “apprezzamenti”, se i commenti volgari sulle donne in pubblico sono “divertenti”, se la violenza sessuale nelle relazioni è “erotica”, lo stupro di gruppo continuato per mesi di una quindicenne non può che essere un “complimento”: valida il livello di attrazione di costei per l’altro sesso, che è attualmente – e in Italia in maniera particolare – l’unico valore ascrivibile a una femmina umana.

Ma se ancora quest’ultima non ringrazia e si ribella, basta buttarle addosso la responsabilità di quanto altri le hanno fatto: la società italiana trova molto più facile stigmatizzare il comportamento della vittima (abbigliamento, attitudini e abitudini, carattere ecc.) che chiedersi come mai continua a crescere al proprio interno un numero così alto di stupratori e molestatori.

fonte: https://lunanuvola.wordpress.com/2017/06/30/e-questa-la-giustizia/

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