G8 DI GENOVA: NOI NON DIMENTICHIAMO

G8 DI GENOVA: NOI NON DIMENTICHIAMO

Diaz Genova

di Bruno DELL’ORTO

Tra circa un mese saranno sedici anni da quel tragico G8.

Un incubo che ha per oggetto la sospensione totale dei diritti civili, ora nuovamente sanzionata dalla Corte Europea di Strasburgo,  sino a rendere Genova, durante quei quattro giorni, tale e quale ad una zona franca, blindata, impermeabile ai principi ed all’agire di uno Stato di Diritto.

Pinochet, Videla e Somoza uniti non avrebbero potuto meglio fare di quei Berlusconi, Fini e Scajola politicamente rei, nella migliore delle ipotesi, di aver instaurato un clima favorevole al verificarsi di quei crimini.

Ma l’autentica beffa indegna si concretizzò nel proseguo della vicenda, quando si videro addirittura premiati, nella sostanza, gli attori di quei giorni; sia quelli che effettuarono concretamente operazioni da bassa macelleria messicana, sia coloro che ricoprivano alte cariche e che avrebbero dovuto assumersene la responsabilità.

Una per tutte, rammento l’incredulità nell’apprendere della nomina di quel De Gennaro, a quel tempo capo della Polizia di Stato, alla presidenza di Finmeccanica!

Un altro aspetto da considerare tristemente, poi, è quello che riguarda gran parte di una società civile, talmente poco informata e partecipante ai fatti del Paese, da riuscire ancora oggi a produrre opinioni qualunquiste, superficiali, completamente scorrelate dalle oramai acclarate fattualità, e che suonano come un vero e proprio insulto rivolto alle vittime di quei giorni

COLPO DI STATO A RYAD

COLPO DI STATO A RYAD

Trump, Mohammad bin Salman Al Sa'ud,

di Alberto Negri

Un interessante articolo di Alberto Negri che spiega chiaramente come dietro la designazione del nuovo Principe Ereditario saudita vi è lo scontro tra Arabia Saudita e Iran per l’egemonia nel Golfo Persico ed in generale nel mondo arabo.

Descritto come dinamico ma impulsivo, il nuovo erede al trono saudita punta a ribaltare i rapporti di forza con l’Iran. Gli iraniani, che hanno accusato Riad per gli attentati rivendicati dall’Isis, hanno affermato che la successione è una sorta di «golpe mascherato».

Il giovane principe ritiene, come ha dichiarato in un’intervista a Al Arabiya, che «la guerra debba essere portata in Iran prima che arrivi in Arabia Saudita». Non ci sono dubbi sull’ostilità tra i duellanti del Golfo.

In questo conflitto gli Stati Uniti non sono certo arbitri imparziali ma attori principali, che si devono confrontare con gli sproporzionati obiettivi di un alleato americano dal 1945 ma anche con la Russia di Putin.

Hanno in pugno pace e guerra.

L’incontro di Mohammed bin Salman il 14 marzo a Washington con Donald Trump è stato fondamentale per definire i nuovi bersagli dopo la cocente delusione subita da Riad durante il mandato di Obama che aveva voluto l’accordo sul nucleare con l’Iran: isolamento del Qatar, amico di Teheran e dei Fratelli Musulmani, e apertura del fronte siriano contro la repubblica islamica, definita dai sauditi un pericolo «uguale» a quello dell’Isis.

Una tesi scellerata e contro ogni evidenza abbracciata da Trump e favorita da Israele, che vede nel regime sciita degli ayatollah un nemico «esistenziale».

Se prevalesse la linea saudita ci sarebbe un salto di qualità rispetto al passato. Gli Stati Uniti, da quando nel 1979 ci fu la rottura con Teheran, non hanno mai rinunciato a destabilizzare l’Iran ma nel quadro di una politica del «doppio contenimento» sia del fronte sciita che di quello sunnita, con l’obiettivo che nessuna delle due parti dovesse prevalere sull’altra.

Il dibattito su cosa fare con l’Iran adesso si è aperto all’interno della stessa amministrazione americana perché non può sfuggire che la presenza della Russia in Siria ha mutato la situazione a favore di Assad e dell’Iran, alleati cui Mosca per ora non intende rinunciare senza contropartite strategiche.

Il capo del Pentagono James Mattis, pure noto per le sue posizioni ostili a Teheran, frena su un conflitto con l’Iran, pericoloso proprio per la presenza militare americana in Siria e Iraq, che invece è visto con favore da altri esponenti del consiglio di Sicurezza Nazionale: il piano minimo è bloccare il corridoio iraniano di rifornimento che passa dall’Iraq al Sud della Siria e finisce ai terminali Hezbollah in Libano.

Il conflitto con l’Iran è un capitolo esplosivo di una sorta di guerra mondiale a pezzi cominciata nel momento in cui si pensò che nel 2011 Assad potesse essere abbattuto usando i jihadisti da parte di un fronte sunnita formato da Turchia e monarchie del Golfo con il via libera degli Usa.

I sauditi con il Qatar hanno appoggiato in Siria le milizie affiliate ad Al Qaida ma gli stessi turchi oggi non vogliono un’altra guerra con l’Iran alle porte di casa.

Con la sua ideologia religiosa retrograda e l’oscurantismo wahabita, Riad ha alimentato l’estremismo sunnita: una politica avventurista che in Occidente e negli Usa viene tollerata perché i sauditi pagano tutti.

Non è un caso che i servizi tedeschi del Bnd abbiamo definito la nuova leadership saudita «un vero pericolo».

In questo contesto ci sono precedenti storici e dati attuali, come le basi Usa nel Golfo e la coalizione curdo-araba a Raqqa appoggiata dagli americani, che Mohammed bin Salman vorrebbe sfruttare a suo favore con una scommessa ad alto rischio: battere Teheran e vincere la guerra in Siria e in Yemen in cui lui stesso, con rara imperizia, si è impantanato, con l’intervento decisivo degli Stati Uniti: in un mese gli americani hanno bombardato quattro volte i soldati siriani e abbattuto un caccia di Damasco, azioni precedute dal lancio spettacolare ma senza conseguenze di 59 Cruise su una base aerea siriana.
Arabia Saudita e Iran si contendono la supremazia nella regione da decenni in uno scontro indiretto ma esploso in guerre per procura da parte saudita, a partire dal 1980 quando Saddam attaccò la repubblica islamica sfruttando finanziamenti per 50-60 miliardi di dollari delle monarchie del Golfo. E oggi in Iraq e in Siria la guerra continua, così come in Yemen, dove Teheran sostiene i ribelli sciiti Houthi.

La realtà è che i sauditi sono alle corde e il conflitto con gli sciiti si è trasferito dentro lo stesso fronte sunnita.

L’autorità di questa monarchia assoluta deriva dal Corano e dalla custodia della Mecca ma appare sempre meno solida: un’eventuale guerra all’Iran non la salverà più di quanto non possano fare delle vere riforme, posto che questo sia un regime riformabile.

fonte: https://zeroconsensus.wordpress.com/2017/06/22/colpo-di-stato-a-ryad/

BANCA INTESA E IL SALVATAGGIO DELLE BANCHE VENETE

BANCA INTESA E IL SALVATAGGIO DELLE BANCHE VENETE

Proposta che non si può rifiutare

di Giuseppe MASALA

E dunque la proposta di Banca Intesa – “di quelle che non si possono rifiutare”, direbbe Don Vito Corleone – per salvare Popolare di Vicenza e Veneto Banca è arrivata, ufficialmente oggi, sul tavolo del governo.

Proveranno a spiegarci che si tratta di un salvataggio sulla falsariga di quello fatto in Spagna da Santander nei confronti del moribondo Banco Popular.

Falso, le cose sono diverse.

Santander si è sì impegnato a salvare Popular pagando un euro ma si è presa tutta la banca, comprensi gli asset tossici ed è costretta a lanciare un aumento di capitale da 7 miliardi, mentre Banca Intesa è disposta a pagare un euro per prendersi solo la parte buona (rete commerciale, titoli di stato, crediti in bonis, ecc.) delle due venete e lasciando ad una bad bank l’onere di prendersi gli asset tossici (crediti inesigibili, partecipazioni azionarie di dubbio o nullo valore, ecc.). Bad Bank che verrà finanziata – inutile dirlo – con miliardi pubblici e con i soldi degli obbligazionisti subordinati che non rivedranno nulla dei loro risparmi.

Una proposta che sa tanto di cappio al collo e che fa leva sulla paura dei politici di dover dichiarare in maniera conclamata la bancarotta incenerendo anche i risparmi in conto corrente sopra i 100 mila euro e le obbligazioni ordinarie (oltre alle subordinate).

Quindi molto meglio – per i politici non certo per lo Stato – provare questa strada. Poi per anni ci diranno che viviamo sopra le nostre possibilità, mentre in realtà stiamo pagando i disastri di Lorsignori.

Non basta, nella proposta capestro di Banca Intesa c’è una pretesa che non ha riscontro a mia memoria: la richiesta di “un quadro normativo” che garantisca la banca lombarda da qualsiasi pendenza legale, presente, futura, certa o ipotetica.

Una proposta oltraggiosa per la democrazia, per il Parlamento e per un Governo degno di questo nome.

Chiedere ufficialmente delle leggi à la carte al Parlamento è una cosa che non è minimamente compatibile con una democrazia manco solamente formale. A questo siamo arrivati.

fonte: https://zeroconsensus.wordpress.com/2017/06/22/banca-intesa-e-il-salvataggio-delle-banche-venete/

IL NODO DELLA CREDIBILITÀ DI UN NUOVO SOGGETTO DI SINISTRA

IL NODO DELLA CREDIBILITÀ DI UN NUOVO SOGGETTO DI SINISTRA

miseria globale

di Fiorenzo MEIOLI

Oggi c’è un netto confine tra due linee: la competizione del mercato rispetto alla giustizia sociale.

La destra, il Pd, ritengono legittimamente che una risposta alla crisi vada ricercata dentro al neoliberismo, attraverso politiche di riduzione della spesa pubblica, con la “svalutazione” del lavoro e del welfare, attraverso investimenti in opere faraoniche, con le privatizzazioni e tanto altro ancora.

La sinistra, a mio avviso, alle rigide regole del mercato dovrebbe contrapporre la giustizia sociale, il lavoro dignitoso, non rinunciando a proporre investimenti in educazione, sanità, welfare e soprattutto avviare una politica per una più equa ridistribuzione della ricchezza.

Quindi, un nuovo soggetto politico della sinistra non può nascere alleandosi con chi ha “sposato” culturalmente e politicamente il pensiero neoliberale.

Ma soprattutto a sinistra si deve prendere atto che l’Italia fa parte oggi di un assetto europeo basato sulla competizione del mercato, l’esatto contrario di ciò che invece recita la nostra Costituzione alla quale pensiamo come punto di riferimento.

Se la sinistra non affronta questo nodo politico, come, ad esempio, si debba riconquistare una quota di sovranità in tema di politica economica e sociale, senza fare chiarezza sulla moneta unica che si è trasformata in uno strumento della vittoria del neoliberismo, nessun progetto a sinistra avrà unità e credibilità.

LE DONNE MUOIONO E IL PREFETTO GABRIELLI COSA DICE?

LE DONNE MUOIONO E IL PREFETTO GABRIELLI COSA DICE?

Prefetto Gabrielli

di Franca ROBERTI

Omicidio della dottoressa a Teramo: il capo della Polizia Gabrielli invita le donne a denunciare.

Prima di raccomandare di denunciare, devi costruire reti sicure.

Le notizie di donne sulle quali le violenze sono continuate, nonostante le loro grida e le loro denunce, non fanno altro che confermare i timori di chi vorrebbe sottrarsi alla violenza, ma non ha una via di fuga tracciata.

La legge è migliorata, ma ci sono buchi spaventosi nei procedimenti di cura.

Non c’è una procedura chiara e valida su tutto il territorio nazionale. Non è la stessa cosa essere picchiata e minacciata a nord o a sud, a Milano o a Brescia, addirittura non è la stessa cosa nell’ambito del Garda o nella bassa bresciana.

Lavoro in un gruppo, composto da rappresentanti di diversi servizi sociali e sanitari, che costruisce una rete di protezione a contrasto alla violenza.

La rete comprende anche un centro di pronto intervento dove le donne possono stare fino a cinque giorni con retta coperta, poi spetta al Comune di residenza decidere se protrarne il pagamento e costruire un’alternativa. Quattro questioni: 1) meno male che nel mio territorio questo lavoro c’è, perché territori poco distanti non ci pensano proprio; 2) sono l’unica assistente sociale comunale e i comuni coinvolti sono 22… per dire che la politica locale dovrebbe investire per il contrasto alla violenza di genere dando mandato ai propri operatori di occuparsene; 3) sicuramente l’esistenza di un CPI è un bene, ma ha come effetto non tanto secondario di rassicurare le forze dell’ordine, che così provvedono a collocare la donna e non ad allontanare l’uomo; 4) le forze dell’ordine dovrebbero essere obbligate a lavorare con i servizi socio sanitari.

In rete, possibilmente.

Gabrielli: informati!

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