GERMANIA-USA ALLA RESA DEI CONTI

GERMANIA-USA ALLA RESA DEI CONTI

Angela Merkel

di Pasquale CICALESE e Filippo VIOLI

Con l’idea di trasformare l’UE in un blocco di potere indipendente sulla scena politica mondiale, la Cancelliera Angela Markel non ha raccolto solo gli applausi dell’establishment politico interno, rafforzando la sua posizione in vista delle prossime elezioni, ma ha ricompattato le fila interne degli Stati membri: partiti e schieramenti politici aggrovigliati tra loro, chiamati a recitare la parte dei falsi antagonismi politici sul piede di guerra.

Anche gli stessi rigurgiti nazional-sciovinisti sembrano essere stati messi tutt’ un tratto a tacere. Chi pensava che dopo il vertice G7 di Taormina la Germania potesse abdicare in favore di Trump forse si sbagliava di grosso.

A nulla sono valse le forti strida e i frequenti richiami del Presidente Americano che, dopo aver sistemato direttamente gli affari in Medioriente, avvicinando gli alleati storici (Sauditi e Israeliani) ad ipotetici accordi con i rivali di sempre (Russia, Cina), ha attaccato con fermezza i tedeschi servendosi del megafono europeo: “Abbiamo un enorme deficit commerciale con la Germania, per di più loro pagano molto meno di quanto dovrebbero per la Nato e le spese militari. Ciò è molto negativo per gli Stati Uniti. Tutto questo cambierà”.

Rientrando dal G7 di Taormina, la Merkel, vedendosi spiazzata e messa all’angolo come un pugile suonato sul ring, non si è arresa anzi, nel ruolo che le compete da settanta anni, quale gendarme europeo, ha dovuto mostrare i muscoli al mondo intero, entrando ufficialmente in rotta di collisione con l’America di Donald Trump, affermando, a chiare lettere, che con quest’ultimo non vuole averci niente a che fare.

“I tempi in cui potevamo fare pienamente affidamento sugli altri sono passati da un bel pezzo, questo ho capito negli ultimi giorni”, ha spiegato la Cancelliera in un discorso tenuto in occasione di una manifestazione politica organizzata dal partito cristiano (Csu) in un tendone-birreria a Monaco di Baviera.

“E questo – ha aggiunto – è il motivo per cui posso solo dire che noi europei dobbiamo davvero portare il nostro destino nelle nostri mani”.

Il riferimento, senza mai nominarlo, è al presidente americano che prima a Bruxelles, al vertice Nato, e poi a Taormina ha criticato i principali alleati dell’Alleanza atlantica e ha rifiutato di approvare l’impegno all’accordo globale sul cambiamento climatico e non solo.

Lo scontro in atto, certificato direttamente sulle pagine del Washington post (testata molto vicina e arma puntata dell’opposizione interna contro Trump), non è di poco conto, se si pensa che nel gioco-forza dello scontro commerciale tra Stati Uniti e Germania a farne le spese in futuro potrebbero essere soprattutto i paesi Europei, in primis l’Italia, dipendente oramai dalla manifattura tedesca, per la sua forte attività di export specie nel settore della componentistica auto.

L’ultima cosa di cui ha bisogno la nostra fragile economia è proprio una guerra commerciale tra Stati Uniti e Germania.

Sta di fatto che la direzione indicata dal ristrutturato “asse franco-tedesco”, chiamato Fremania, è quella dell’irrobustimento di un polo imperialistico europeo a guida tedesca che dovrà andarsi a ritagliare un proprio spazio nelle relazioni internazionali, naturalmente a scapito del proletariato europeo.

Come dire il mondo cambia rotta, l’America first incontra la Via della Seta, ma questa Europa a trazione germanica guai ad essere messa in discussione.

Il super ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Shauble, con pieni poteri da duce, continuerà a gestire le finanze Ue con le stesse modalità di sempre: austerità degli investimenti pubblici, privatizzazione dei servizi e delle infrastrutture viarie, deflazione salariale quale unica forma consentita per la competitività europea.

Lo sforzo per una relazione alla pari con gli Stati Uniti fa parte dei progetti più vecchi della politica estera espansionista tedesca.

Già a partire degli anni ‘40 del diciannovesimo secolo, molto prima della fondazione dell’impero tedesco, il padre dell’economia nazionale tedesca, Friedrich List, prevedeva per il futuro una dura rivalità fra un’alleanza continentale europea e gli Stati Uniti, attraverso una “unione doganale nella Mitteleuropa”.

Mentre, negli anni ’30 del ventesimo secolo, gli industriali tedeschi parlavano di “un blocco chiuso da Bordeaux fino a Sofia” che avrebbe potuto dare “all’Europa la struttura economica necessaria di cui ha bisogno per imporre la sua importanza nel mondo”.

Negli anni ’40, in piena campagna nazista, gli economisti nazionalsocialisti scrivevano che solo “un grande spazio economico continentale” potrebbe mettere la Germania nelle condizioni di sfidare con successo gli enormi blocchi del Nord e Sud-America, il blocco dello Yen, e quello che resta del blocco della Sterlina.

Se si pensa al quadro politico internazionale di oggi sembra che tutta la partita si stia giocando a favore della Germania, anche i media mainstream occidentali sembrano oramai spingere fortemente verso questa direzione: consegnare nelle mani della cancelliera tedesca il destino dell’Europa. D’altronde, l’influenza della Russia è stata marginalizzata ed il paese è stato trasformato in una minaccia comune contro la quale soprattutto i paesi dell’Europa dell’est hanno bisogno di un protettore. L’Europa del sud, per via del debito estero ben strutturato, è già nelle mani della Germania. La Gran Bretagna si è congedata da sola, mentre la Francia – sotto una feroce spinta eurocentrista – ha eletto come nuovo presidente un replicante del governo Hollande, l’ex ministro del lavoro Macron, il padre putativo del “Loi Travail”, che fa affidamento sulla Germania e che senza alcun dubbio ha un’affinità con la base ideologica neoliberista tedesca.

Si tratta quindi di un’occasione storica, sotto i nostri occhi sembra prendere forma una Germania first, partendo dalla gestione dei rifugiati, passando ad una piu’ stretta cooperazione degli eserciti dell’Europa continentale, fino ad un modello di finanziamento che prevede di utilizzare il denaro proveniente dall’IVA per aiutare quei paesi che faranno le cosiddette “riforme”, senza escludere la spoil system in seno alla BCE da parte dell’uomo più fidato di Merkel, il freddo presidente della Deutsche Bundesbank, Jens Weidmann.

Tutte combinazioni che potrebbero suggellare e consolidare le suggestive ambizioni egemoniche tedesche nell’Europa continentale.

Ma la partita politica, economica e militare che si sta giocando sullo scacchiere mondiale è tutt’altra che semplice cosa e, di sicuro, non così delineata come si vuole far credere.

La forza d’urto con la quale la Cina sta entrando prepotentemente nello scenario internazionale, quale potenza egemone della manifattura mondiale, mettendo sul tavolo da gioco ingenti risorse e progetti per la costruzione di filiere infrastrutturali, lungo il millenario percorso della via della seta marittima e terrestre, sta ridisegnando il nuovo ordine mondiale.

A niente sono valse i tentativi iniziali di screditare il nuovo “Piano Marshall” mondiale made in China, facendolo passare come un tentativo di penetrazione economica e, quindi, come il proseguimento della guerra per l’egemonia con altri mezzi.

La Belt on the Road iniziative, ossia la costruzione di un sistema di infrastrutture che leghi la Cina con il resto del mondo, presentata ufficialmente da Xi Jinping al forum di Pechino, coinvolgerà nei prossimi 5 anni 112 Paesi e porterà un budget di 650 miliardi di dollari in dotazione, a zonzo per il mondo.

E la Germania farebbe bene a non sottovalutare la portata di questo enorme evento storico, soprattutto alla luce degli accordi raggiunti a Mar-a–Lago in Florida tra Donald Trump e Xi Jinping. Dalle bio-tecnologie, all’alimentare, ai servizi finanziari, fino all’accordo storico sulle forniture di gas (pari a 46 miliardi di dollari all’anno per 35 anni); le concessioni fatte dal leader cinese al presidente americano sembrano in un certo senso aver voluto riconoscere la posizione di vantaggio, assunta nel corso dell’ultimo decennio, che ha portato gli Usa ad avere un enorme deficit commerciale nei confronti di Pechino. Di una cosa sembrano entrambi essersi convinti: nessuno dei due raggiungerà i suoi scopi se sono in conflitto.

D’altronde Trump sa perfettamente che le esportazioni cinesi, tra il 2006 e il 2016, sono calate dal 35% al 19% del prodotto interno lordo, quindi l’invincibile macchina da export è storia del passato.

La Cina può contribuire a dare a Trump quel che vuole: investimenti industriali in nuove attività in quelle aree che hanno subito gli effetti della deindustrializzazione, con imprese cinesi che sarebbero pronti a investire negli Usa.

La Germania dovrebbe rendersi conto del rischio di isolamento che andrebbe incontro, girando le spalle a questo nuovo corso della storia.

Continuando spedita la sua incontrastata marcia mercantilistica, rastrellando risorse, deflazionando la domanda interna e sottraendola ad altri parti del mondo, arriverà in un vicolo cieco senza via di ritorno, col risultato che, l’aver alzato il livello di scontro, l’aver distrutto lo stato sociale europeo e generato ancor di più miseria e risentimento nazionalistico, prima o poi sarà chiamata a pagare un conto salatissimo.

In questo scontro pare che la classe dirigente italiana si avvii verso un suicidio annunciato.

L’appoggio di stampa, politica e mondo industriale italiano alla Germania occulta i veri interessi nazionali dei prossimi decenni, vale a dire giocare di sponda con i tre attori globali, Usa, Cina, Russia.

Oltretutto dalla Fremania l’Italia prende solo sberle: dal probabile bail in delle popolari venete, al rastrellamento di imprese italiane, ultima la Telecom in mano ai francesi di Vivendi.

Senza che vi sia reciprocità, tant’è che Macron ha contestato l’acquisizione da parte di Fincantieri della francese Stx.

Lasceranno un po’ di respiro quest’estate per far vincere l’obamiano Renzi, ma nel 2018 con Weidmann e il piano europeo da parte della Germania l’Italia si avvia, se non cambia prospettiva, al collasso economico, senza questa volta avere l’aiuto degli Usa.

Il fine della Germania è impedire la saldatura tra la Via della Seta marittima e i porti italiani per favorire i porti della Lega Anseatica, vale a dire Rotterdam, Bremenhaven e Amburgo.

I tedeschi sanno che se gli italiani entrano nel circuito cinese, e con buone relazioni con Usa e Russia, possono far saltare il banco europeo.

Al momento siamo in mano dei collaborazionisti.

La partita si gioca a Washington.

Lì c’è una feroce guerra civile.

Se la spunta Trump, controllando tutti gli apparati, a quel punto il gioco passa a lui, in Italia e in Europa.

Nel frattempo sistema, con il programma dei cento giorni, i negoziati commerciali con la Cina ed in seguito la nuova Yalta con la Russia.

Se ci riuscirà, perderanno i collaborazionisti italiani, che dovranno dar spazio ad altri gruppi più consoni della partita in corso.

Tempi interessanti, se non fosse per la miseria dettata dall’austerità europea che ci circonda.

 

 

Darwinismo sociale in salsa scolastica

Darwinismo sociale in salsa scolastica

pennarossa

di Pasquino NEPESINO

Se in una scuola si fanno su 200 giorni di lavoro 80 verifiche, tra scritto e orali sono fermamente convinto che chi le fa non sa valutare!

A parte il tempo che si sottrae alle spiegazioni, sottoporre gli studenti ad un carico costante di verifiche non rende la qualità del lavoro svolto adeguata.

Inoltre la dice lunga su due aspetti: la pressione messa dalla Legge 107 sui docenti che “devono” dimostrare di lavorare e la loro insicurezza di fondo.

In entrambi i casi cosa si vuole dimostrare?

Qualità?

Quando vedo che la preoccupazione di una studentessa o di uno studente è mostrare di essere all’altezza e non pensano minimamente alla bellezza di un testo di Petrarca, che finiscono per odiare, o si preoccupano di ricordare la storia delle guerre del ‘500, senza capirne la complessità ed il tragico gioco di poteri contrapposti, si può veramente parlare di scuola che ha fatto il suo dovere?

E’ questa la scuola delle competenze?

Assurdo e folle criterio in cui la sopravvivenza dello studente è affidata alla capacità di reggere o meno allo stress, non alla capacità di esprimere il meglio che può dare.

Siamo al darwinismo sociale di ritorno in salsa scolastica.

COMUNICAZIONE E FORMAZIONE. A PROPOSITO DEI COMMENTI SU FACEBOOK

COMUNICAZIONE E FORMAZIONE. A PROPOSITO DEI COMMENTI SU FACEBOOK

Gustavo Zagrebelsky

I messaggi immediati appartengono alla comunicazione; i libri, alla formazione.

La comunicazione vive dell’istante, la formazione si alimenta nel tempo.

Gustavo Zagrebelsky

UNA RISPOSTA A FALCONE, MONTANARI E A TUTTA LA SINISTRA IN BUONA FEDE

UNA RISPOSTA A FALCONE, MONTANARI E A TUTTA LA SINISTRA IN BUONA FEDE

signore degli appelli

da Ex OPG “Je so’ pazzo”

In questi giorni sta facendo discutere un appello lanciato da Anna Falcone e Tomaso Montanari per creare una lista di Sinistra Unita alle prossime elezioni. Tanti militanti, ormai privi di riferimenti nei partiti, hanno letto in questo appello parole condivisibili, un segnale di apertura e di novità.

Altri, invece, scottati da esperienze simili, lo hanno accolto come l’ennesima proposta di accrocchio pre-elettorale. Anche perché il ceto politico della sinistra si è subito mosso per cavalcarlo, vedendo in questa proposta l’occasione d’oro, forse l’ultima, di riciclarsi…
Ma che ne pensano di questo appello le realtà di lotta, i movimenti di base, i giovani precari, studenti, disoccupati, chi fa militanza ogni giorno sui territori? Di che cosa avrebbe davvero bisogno la sinistra?
In questa lettera aperta abbiamo provato a far sentire questa voce, a dire come la vediamo da qui, dal basso. Abbiamo voluto urlare cosa secondo noi si dovrebbe fare non fra venti anni, ma subito; provato a esprimere la rabbia e l’urgenza di rottura che dovrebbe muovere qualsiasi progetto di vera sinistra oggi.
Speriamo di aver interpretato il sentimento di tante e tanti… La condizione terribile in cui siamo e in cui stiamo scivolando sempre di più – almeno noi che non abbiamo paracadute – non dovrebbe consentire più a nessuno di fare giochini, di provocare ulteriori fallimenti e scoraggiamento, di stare a guardare…

Cara Anna, caro Tomaso,
vi ricordate? Ci siamo conosciuti proprio all’Ex OPG “Je so’ pazzo” di Napoli. Eravamo nel pieno della campagna referendaria, e vi volemmo da noi perché ci sembrava che, a differenza di molti improvvisati difensori della Costituzione, eravate determinati, ci credevate come noi. Non solo in quella carta scritta con il sangue dei partigiani e delle masse popolari di questo paese, ma anche nella possibilità di far cadere, attraverso un forte NO, il Governo Renzi, uno dei più reazionari di sempre.

Un governo che era stato sostenuto da D’Alema, Bersani, Speranza, Civati, Fassina, tutti allegramente nel PD (partito che, ben prima del dicembre del 2016 o del febbraio 2014, era quello della borghesia, del padronato e degli speculatori – ed è davvero strano che nel 2013 la SEL di Vendola e Fratoianni non se ne fossero accorti, e ancora oggi su molti territori siano alleati)…

Vi ricorderete sicuramente l’emozione e il calore di quelle assemblee con centinaia di persone, e vi scriviamo con amicizia, perché vogliamo portare il nostro punto di vista, di un’organizzazione di base, che siccome è fatta da giovani, da precari e dai disoccupati, da chi sta in lista d’attesa nella sanità sfasciata e la mattina va a lavorare con i mezzi di trasporto pubblici, da quelli che non votano, forse può dire qualcosa in cui molti si possono rivedere…

Tante cose che avete scritto nel vostro appello sono condivisibilissime. Anche noi vediamo il pericolo arrivare, vediamo l’opportunità storica di ribaltare “l’economia che uccide”, pensiamo che la disuguaglianza sia la matrice di ingiustizie e guerre, pensiamo che rivadano messe al centro del dibattito le esigenze degli sfruttati, degli ultimi… Anche noi pensiamo che bisogna mettere insieme tutto ciò che si muove dal basso, i comitati, le lotte, i movimenti che hanno anni di duro lavoro dietro, e proiettarli in una dimensione di massa.

Soprattutto, anche noi pensiamo che “una sinistra di popolo non può che rinascere dal popolo”.

Ma appunto. Che c’entrano con il popolo Fratoianni o Civati, che prontamente hanno risposto “ci sono”?

Loro che fino a qualche ora fa e forse ancora ora cercano disperatamente l’accordo con Pisapia (uno che ha votato Si al referendum)?

Perché continuare a coinvolgere persone che con il popolo non hanno niente a che vedere?

Perché lasciare che siano personaggi come questi a mettere il cappello su processi che negli altri paesi d’Europa (ma anche fuori, se pensiamo al Sudamerica, al Kurdistan etc), sono stati molto più genuini, hanno messo al centro le giovani generazioni e chi non aveva mai partecipato alla spartizione delle torte?

I dirigenti della “sinistra”, come testimoniano le storie personali, sono parte del problema e non della soluzione.

L’unico modo che hanno di contribuire è farsi da parte. Se non si parte da questa premessa nulla di buono potrà mai realizzarsi.

Sappiamo che può suonare duro, ma la realtà è così.

Questa è gente che ha vissuto di politica, non può capirci, non può parlare il linguaggio della maggioranza, sarebbe falsa.

È gente che ha traghettato la sinistra sempre più a destra, l’ha svergognata davanti alle masse (quale tarantino intossicato dall’ILVA dimenticherà mai la telefonata di Vendola al faccendiere della famiglia Riva?). Appena vedono i loro simboli e i loro nomi, le masse iniziano a bestemmiare…

Noi pensiamo che debba essere data a tutti la possibilità di ravvedersi.

Siamo umani e comprensivi.

Ma quando ti ravvedi, se sei sincero, ricominci da capo, dai volantinaggi e dallo spazzare a terra, come fanno tanti militanti di 50 e 60 anni in tanti circoli, associazioni, centri sociali di questo paese.

Se ti sei ravveduto cerchi di metterti al servizio, non di comandare ancora, o di andare in televisione.

Cerchi di riguadagnarti la fiducia con il lavoro, non evitando ancora il lavoro o la lotta contro la sopravvivenza che noi viviamo ogni giorno.

Secondo punto. Il vostro appello dice cose giuste, ma appunto, le dice solo. Sono parole.

Di fatti in Italia ce ne sono pochi: li stanno facendo le reti di mutualismo, chi occupa le case, chi evita la devastazione dei territori con i propri corpi, prendendo decine di anni di denunce, i lavoratori della logistica o quelli che si prendono il rischio di votare NO ai referendum caldeggiati da padroni e sindacati confederali…

Il vostro appello è carente perché non parla di questi fatti, non li valorizza.

Come al solito si dice cosa si dovrebbe fare ma non il come, non si danno esempi, non si cerca il metodo di quei fatti, dei successi che pure raccogliamo. E così tutto non può che ridursi alla solita petizione d’intenti, al conseguente cartello elettorale che nel migliore dei casi potrà esprimere una rappresentanza parlamentare che si limiterà a fare testimonianza.

Pensiamo che quella sinistra che si sveglia ogni volta sotto elezioni debba avere l’umiltà di imparare da quei movimenti che vengono tanto invocati nell’appello ma non sono mai presi ad esempio.

La rappresentanza nelle istituzioni trova un suo senso solo se è strumento a servizio di pratiche che hanno già dimostrato la loro efficacia nel migliorare le condizioni di vita delle classi popolari.

La rappresentanza ha senso solo se è irruzione nel teatrino dei borghesi, solo se è di disturbo alla promulgazione di leggi pensate sempre contro di noi, solo se è la voce degli oppressi in luoghi dove quella voce si vuole ignorare.

La rappresentanza ha senso solo se è Controllo Popolare, solo se è diffusione di quello che accade nelle stanze ammuffite, solo se è antagonismo parlamentare.

Le elezioni sono un mezzo tra i tanti e non il fine.

I comunisti e la vera sinistra lo hanno sempre saputo.

Negli ultimi trent’anni i dirigenti e gli intellettuali lo hanno invece dimenticato. Se non si ha coscienza di questo si parte già sconfitti.

Terzo punto. Serve un cambio anche nel linguaggio, una rottura visibile rispetto al passato. Con il parlare forbito, con l’educazione, non si cambiano le cose. Non è che non siete bravi voi, ma è proprio il limite di ogni progetto che parta dal mondo intellettuale.

Negli ultimi quindici anni abbiamo già visto il fallimento dei “Girotondi”, della “Sinistra Arcobaleno”, di “Rivoluzione Civile”, delle liste dei “professori”.

Ci è bastato. Se gli intellettuali vogliono essere utili si devono mettere a servizio delle masse popolari e non tentare di rappresentarle.

Non devono fare gli “illuminati”, ma mettere a disposizione dei più deboli le loro risorse, i loro soldi, i loro contatti, la loro visibilità.

Se vogliamo vincere, magari non oggi, ma domani sicuro, a dare la linea devono essere quelli che quotidianamente mettono le mani nella merda, che sono forse un po’ rozzi ma sanno cos’è il lavoro salariato, l’antifascismo in periferia, la violenza del padrone, la distribuzione di pasti ai senza tetto, l’accoglienza dei rifugiati.

Se vogliamo vincere – e guardate che vincere non è piazzare un parlamentare o superare soglie di sbarramento, ma in questa fase è radicarsi fra le masse, far sì che ascoltino con interesse un messaggio diverso, che siano colpite da un’altra umanità possibile –, è inutile stilare bei programmi super dettagliati che non verranno mai realizzati. Servono – a tutti i livelli, non solo come leader! – persone vere, umane, credibili.

Servono poche parole chiare e comprensibili sulle quali politicizzare le persone, aggregarne qualcuna in più e basare la nostre pratiche quotidiane.

È questo che secondo noi bisogna fare, insieme a tutte le realtà che ci vogliono stare. L’abbiamo già scritto: più che di accrocchi elettorali, abbiamo bisogno di una vera campagna politica che attraversi il dibattito elettorale. Una campagna che ci porti a un maggiore livello di coordinamento a partire dalle pratiche, che ci faccia animare il dibattito e imponga dal basso il nostro ordine del giorno.

Diremo poche cose ma chiare:

1. In questo paese la ricchezza c’è, sappiamo anche dov’è, dobbiamo andarcela a prendere e redistribuirla. Dobbiamo attaccare i grandi patrimoni e l’evasione fiscale come non è mai stato fatto prima.

2. In questo paese, e soprattutto al Mezzogiorno, c’è bisogno di lavoro. Oggi non c’è perché i rapporti di produzione e i rapporti di forza sono strutturati a nostro svantaggio. Dobbiamo spingere con la lotta per avere lavoro vero, intervento pubblico, rispetto dei diritti sui posti di lavoro, democrazia sindacale, maggiori salari, pensionamenti, ricambio generazionale, riduzione dell’orario di lavoro.

3. In questo paese il pubblico funziona male, non per colpa dei lavoratori ma per colpa della politica, dei dirigenti, delle clientele, delle commistioni con il privato.

Solo il controllo popolare, solo le conoscenze dei lavoratori e dei cittadini che usano quel servizio, solo la vigilanza dal basso può impedire che vengano violati i nostri diritti.
Dobbiamo estendere ovunque il controllo popolare e dargli visibilità. Dobbiamo stare con il fiato sul collo su chi fa grandi e piccole truffe, sui mafiosi, sui conniventi.

4. L’Italia non è solo l’Italia ignorante, che odia, in competizione, schiacciata fra ansia e depressione.

C’è un po’ dovunque un’Italia che resiste, allo stesso tempo arrabbiata e solare, che si dà una mano, che si viene in soccorso.

Cristiana o comunista, laica o credente, proletaria e a volte pure borghese: magari sporca, ma generosa.

È un’Italia di cui andare fieri, che deve smettere di nascondersi, che deve essere orgogliosa.

Questa è l’Italia a cui bisogna dare voce, che va mostrata alle masse, che deve diventare modello.

Cara Anna, caro Tomaso,

conoscendo la vostra intelligenza e umanità, crediamo che vi siate rivisti in queste riflessioni, e che ci vorrete rispondere.

In ogni caso, chiunque condivida queste paginette sappia che noi siamo a disposizione, pronti da subito ad avviare collaborazioni.

Non possiamo subire mesi di campagna elettorale, e guardarci la partita fra le tre destre di Salvini, del PD e di Grillo! Dobbiamo subito irrompere con un’immagine concreta di speranza e di riscatto!

Potere al popolo!

 

foto di: Matteo PUCCIARELLI

 

fonte: http://jesopazzo.org/index.php/blog/439-risposta-falcone-montanari-sinistra-in-buona-fede

SONO UNA VECCHIA INSEGNANTE…

SONO UNA VECCHIA INSEGNANTE…

insegnare

 

di Antonella CURRO’

…Anzi un’insegnante invecchiata di colpo una settimana fa.

Quando, durante l’ultimo Collegio sui futuri criteri di assunzione, ho scoperto che il Miur non ha più bisogno di me, che la Scuola non sa più che farsene dei decenni di vita che le ho consacrato, che chiunque, docente per hobby, comprando qualche chilo di titoli e attestati, può valere molto più di me.

Ormai sono vecchia, obsoleta, polverosa, non innovativa, non rampante, non tecnodigitalmultimedial, non fantascientifica….solo banalmente, inutilmente umana.

Eppure vaglielo a spiegare al Miur che ciò che so non l’ho imparato da corsi o dottorati, ma mi è rimasto attaccato addosso come la polvere di gesso classe dopo classe, anno dopo anno, alunno dopo alunno.

Vaglielo a spiegare che ho sempre praticato istintivamente i metodi più disparati, calibrandoli sulle esigenze di ognuna delle mille classi che ho seguito, curato, amato e solo dopo, grazie ai corsi di aggiornamento, ne ho saputo il nome…

Ho scoperto di aver praticato la “flipped classroom” e il “cooperative learning” già molti anni prima che illustri teorici ce li propinassero come la novità del secolo, ho scoperto di aver sempre aiutato i ragazzi in difficoltà (prima che li etichettassero con fantasiosi acronimi) fornendo loro tutti quei supporti che poi ho saputo chiamarsi “strumenti compensativi e dispensativi“.

Ho imparato da sola ad usare la LIM nelle poche classi che ne erano dotate e ho consumato penne, gessi e colori facendo mille schemi prima di scoprire i siti con le “mind maps“….

Vaglielo a spiegare a quei luminari del Miur che ad insegnare si impara insegnando, che l’empatia con i tuoi alunni non è certificabile, che mille attestati non valgono un anno fra i banchi, che l’insegnamento non è un mestiere ma un cromosoma.

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