ANCHE SE CI CREDIAMO ASSOLTI, SIAMO TUTTI COINVOLTI

ANCHE SE CI CREDIAMO ASSOLTI, SIAMO TUTTI COINVOLTI

Sepolti in mare

di Daniela PERRONE

Quando sento dire che bisogna respingere i migranti perché tra loro ci sono anche terroristi, quando leggo che non possiamo fidarci dei musulmani perché tra loro ci sono anche dei fanatici, quando mi dicono che però non dobbiamo avere paura e continuare a vivere secondo i nostri valori occidentali, è allora che mi siedo sulla riva di quel Mar Mediterraneo in cui da anni non riesco a fare più il bagno e mi chiedo se solo io avverta il senso di responsabilità “da occidentale” per tutto quello che ci sta accadendo.

O meglio, che ci sta ritornando, come un onda di risacca della globalizzazione che abbiamo esportato ed imposto al mondo intero “noi occidentali”.

Non riuscire a vedere questa responsabilità acceca e rende fragili di fronte all’aggressore, qualunque esso sia.

La stessa responsabilità che, seduta sul bagnasciuga non mi consente di sollazzarmi al mare, tomba di migliaia di migranti africani e mediorentali vittime di fame, guerra, carestie, malattie di cui, come occidentali, siamo direttamente o indirettamente responsabili:

la legge dell’occhio per occhio non ammette ignoranza.

IL TEMPO DELLA RIVOLTA DELLE DONNE IN AMERICA LATINA

IL TEMPO DELLA RIVOLTA DELLE DONNE IN AMERICA LATINA

Donne in rivolta - America Latina

di Nazaret CASTRO

Il 3 giugno è tornato in piazza Ni Una Menos in Argentina.

Cosa significa internazionalismo femminista e popolare? Come arriva il femminismo nei quartieri popolari? Perchè la lotta delle donne diventa centrale in questa fase di violenta offensiva neoliberale?

Desendeudadas nos queremos: verso il 3 giugno, le donne argentine contro il ricatto del debito

Il 3 giugno Ni Una Menos è tornata in piazza in Argentina: per l’occasione pubblichiamo qui un approfondimento da Equal Times sul movimento femminista latinoamericano.

l risveglio è arrivato da un giorno all’altro, con estrema urgenza, ma si preparava sottotraccia da decenni.

Il 3 giugno del 2015, giorno del primo corteo Ni Una Menos, le donne argentine hanno assunto la leadership di un movimento tellurico che si è poi esteso a decine di altri paesi, con delle parole d’ordine inequivocabili che nascevano dal rifiuto della brutalità del femminicidio: “Smettete di ucciderci”.

L’anno successivo, il 3 giugno, Ni Una Menos si consoliderà come simbolo di un movimento delle donne rinnovato, che si internazionalizza straripando e tessendo reti che creano sorellanza e uniscono le donne di tutto il continente latinoamericano, fino a sentir risuonare nelle sempre più frequenti manifestazioni il celebre slogan:

Alerta, alerta, alerta que camina: mujeres feministas por América Latina. Y tiemblan, y tiemblan, y tiemblan los machistas: América Latina va a ser toda feminista”.

Questo tremore si è sentito in tutto il mondo, e con particolare intensità negli Stati Uniti lo scorso 21 gennaio quando le donne hanno risposto con forza all’atteggiamento misogino del loro presidente, Donald Trump.

Il successo del primo Ni Una Menos ha sorpreso tutti, comprese le organizzatrici: è stato però possibile grazie ad un lento processo di accumulo di attivismo decennale, tra cui occorre ricordare l’Incontro Nazionale delle Donne ormai giunto alla trentunesima edizione, che ad ottobre a Rosario ha riunito 90.000 donne.

Così come avvenuto alla fine dell’immensa manifestazione di questo 8 marzo a Buenos Aires, si presentano spesso al termine delle manifestazioni dell’Incontro momenti di tensione davanti alla cattedrale (lo scorso 8 di marzo la fine della manifestazione è stata teatro di una pesante repressione della polizia, con diversi arresti “arbitrari” e una vera e propria “caccia alle donne” come denunciato dai collettivi di donne).

Nella foto qui sotto, tratta da Lavaca.org, una immagine dell’azione poetico-politica #FemicidioEsGenocidio, da parte di diversi collettivi di donne contro i femminicidi e le responsabilità dello Stato, tenutasi il 30 maggio 2017 a Buenos Aires.

Feminicido es Genocidio

Rompere il silenzio

Ni Una Menos è stato, prima di tutto uno strumento comunicativo, organizzato da giornaliste femministe, che è riuscito a rendere visibile una realtà tanto mostruosa quanto naturalizzata: ogni 30 ore una donna muore in Argentina, solo per il fatto di essere donna. Questo è stato allo stesso tempo un tentativo di mettere in luce la catena di continuità che va dall’abuso per strada, il divario retributivo o i micro-machismi quotidiani, fino alla violenza sessuale ed il femminicidio. Le cifre ballano, perché ora negli stati latinoamericani, nessuno si è occupato di elaborare le statistiche della guerra silenziosa che l’antropologa Rita Segato chiama “femi-genocidio”.

In Argentina, ci sono organizzazioni femministe come MuMaLa che pubblicano le cifre dei femminicidi: nel 2016 sono state 322 le donne assassinate; nel 66% dei casi, per mano del proprio compagno o ex compagno. Nel resto del continente la situazione non è più promettente. Il Brasile è il quinto paese al mondo per numero di donne uccise, nel 2013 sono state assassinate 4.762 donne o, detta in altro modo, 13 donne al giorno. In Honduras, nonostante la sua piccola dimensione, nel 2014 ci sono stati 531 femminicidi; El Salvador ne conta 230. Uno stillicidio silenzioso e mortale.

Fino a quando non si è rotto il silenzio. A pochi giorni dopo il ritorno dall’ultimo Incontro, le donne argentine hanno saputo che, mentre manifestavano per le strade di Rosario, Lucia, 16 anni, era stata torturata, violentata ed assassinata a Mar del Plata.

È morta di dolore, impalata, lacerata.

Le donne argentine nel giro di poche ore hanno convocato la manifestazione del 19 ottobre, il mercoledì nero. Ed hanno continuato a tessere: hanno convocato un inedito sciopero il 25 di novembre, che ha avuto risonanza in decine di paesi. In Ecuador, il 26 novembre scorso c’è stata la prima manifestazione nazionale contro i femminicidi.

Le donne colombiane si sono date appuntamento, con l’hashtag #rompeelsilencio, per una gigantesca donazione di scarpe che rappresentasse il vuoto che lasciano le donne quando spariscono. Si trattava di “mostrare che solo per il fatto di essere donne abbiamo davanti una enorme possibilità di morire e che questo, che è grave ed inconcepibile, lo assumiamo come qualcosa di normale”, ” nelle parole di una delle ispiratrici del movimento, María Isabel Covaleda.

Ni la tierra

Internazionalismo femminista e popolare

“E’ stata impressionante l’espansione del movimento, ma è stato possibile solo perché c’era una costruzione a fuoco lento nei territori” afferma la ricercatrice Veronica Gago.

Nuove alleanze vengono tessute fuori e dentro il paese, e prendono forma in modalità che spesso gli esperti di relazioni internazionali non riescono a rinchiudere nelle loro categorie. “Comincia a crearsi una specie di internazionalismo che si intreccia con il popolare in un modo molto potente, articolandosi in una forma non-verticale” sostiene Gago.

E parafrasando Emma Goldman, possiamo dire che la rivoluzione che interessa alle donne latinoamericane è a ritmo di danza. Le esperienze sono differenti e combinano rivendicazione politica con arte e divertimento.

Come la rapper cilena Anita Tijoux che nella canzone Antipatriarca ci ricorda che “Non sarò quella che obbedisce / perchè il mio corpo mi appartiene”. O i differenti femminismi periferici o delle donne nere, che dopo anni passati a rendere lisci i propri capelli perché gli avevano fatto credere che i loro crespi fossero brutti, scoprono nei ricci indomabili il miglior simbolo della loro forza e libertà. O i graffiti provocatori e le performance delle boliviane “Donne creando”.

E’ il caso delle centinaia di donne afrodiscendenti che da dodici anni scendono in piazza a San Paolo in Brasile con uno spettacolare spezzone carnevalesco Ilù Obà de Min, che nella lingua africana yoruba significa “donne che suonano i tamburi per il dio Xangò”. “Molte donne dicono che il tamburo rende più forti. Ognuna ha i suoi motivi per dirlo. Unite, facciamo camminare Ilù Obà per il mondo” racconta una delle donne del gruppo che ogni anno rende omaggio ad una donna nera.

Tra tamburi, graffiti e canzoni, scoprono quanto di speciale accade ogni volta che si incontrano le donne, quello che l’attivista messicana Raquel Gutierrez chiama “entre mujeres” (“tra donne”) “Costituire spazi per riunirsi, per parlare, per sostenersi l’un l’altra… la lotta si intinge di nuovi colori che cominciano a vedersi e ad attaccare problemi sociali molto pesanti come la violenza intrafamiliare.

Il “tra donne” prolifera in tutte le lotte e nei molteplici angoli del paesaggio sociale dell’America Latina”.

Queste reti, informali però molto reali, hanno preso forma con il lancio dello sciopero dello scorso 8 marzo che ha avuto risonanza in tutto il mondo. Concretamente in Paraguay è diventato uno “sciopero contro il patriarcato e il capitalismo che ci sfrutta. La forza e la resistenza delle donne si vedono e sono in movimento” dice a Pagina12 l’attivista paraguaiana Alicia Amarilla Leiva, leader del Coordinamento nazionale delle donne lavoratrici indigene (Conamuri).

La sfida che lancia Rita Segato al movimento rende l’idea della dimensione dell’opportunità che hanno davanti le donne latinoamericane: “Credo che questo 8 marzo ha come obiettivo ricostruire lo stile di far politica delle donne. Se negli anni sessanta il femminismo ha detto “il personale è politico”, il cammino che propongo non è la traduzione del domestico in termini pubblici, ma l’opposto: domesticizzare la politica, de-burocratizzarla, umanizzarla in chiave domestica”.

 

Donne in lotta

Il femminismo arriva nei quartieri popolari

Le donne latinoamericane ballano, manifestano, si sciolgono i capelli, tessono assieme una internazionale femminista delle donne indigene, afrodiscendenti e dei settori popolari, che si espande con sempre maggiore protagonismo nei quartieri popolari. Sembra essere questo uno dei tratti caratteristici di questo movimento rinnovato: “Il femminismo era rifiutato nei quartieri, era percepito come una ideologia delle elites, legato alla classe media e all’accademia.

Adesso sembra che il discorso della violenza sui corpi sia diventata una questione abbastanza importante nei quartieri; e questa sensibilità attraversa trasversamente le classi sociali “afferma Veronica Gago. Cosi lo spiega Gabriela Olguin della Confederazione dei lavoratori dell’economia popolare e dirigente della cooperativa El Adoquin, composta da 400 lavoratori ambulanti: “L’incontro tra settori popolari e femminismo si è dato molto lentamente. Il discorso femminista è stato nelle mani delle progressiste colte, ed inoltre il femminismo è stato antiperonista.

Fino ad ora si è imposta una visione classista, ma per essere un movimento di massa realmente capace di apportare trasformazioni il femminismo deve andare avanti con tutte noi”.

Dall’altra parte della frontiera, nella periferia di San Paolo in Brasile, Helena Silvestre, leader del movimento di base Lotta popolare, afferma: “Il mondo capitalista ci sfrutta, ci opprime, ci impacchetta, ci etichetta e ci vende”.

Il capitalismo trasforma le donne in colpevoli delle violenze che soffrono sul proprio corpo.

Le povere, le negre, le indigene, le LGTBI, sono, da secoli, quelle che più di tutte muoiono assassinate, quelle che vengono violentata, quelle che muoiono a causa di un aborto illegale mentre le bianche possono abortire nel confort delle cliniche speciali”.

Ma adesso, continua, “le donne povere, doppiamente sfruttate, si ribellano alla situazione in cui si trovano. Le donne nere incontrano nella propria storia la forza di cui hanno bisogno per prendersi carico dei propri capelli ricci e del proprio posto in battaglia”.

“Se il capitalismo cresce frammentando, per lottare contro il capitalismo dobbiamo fare l’esatto opposto: stare unite. La violenza machista è profondamente strutturata” commenta Olguin.

Per dirlo con le parole di Helena “Il mondo ci uccide quando ci trasforma in culo e tette, quando ci nega il diritto alla pensione, quando non abbiamo una casa dovre crescere i nostri figli, quando ci fa credere che è più bello avere il naso fine e le labbra rosa”.

“Sono tanti i dolori che soffriamo, che possiamo diventare forti assieme solo se ci uniamo, noi donne lavoratrici”.

 

Nazaret Castro è una giornalista e ricercatrice spagnola. Vive da anni in America Latina e collabora con diverse testate giornalistiche oltre ad essere co-fondatrice del progetto Carro De Combate che si occupa di inchieste su consumi alimentari e grande distribuzione.
fonte: http://www.dinamopress.it/news/il-tempo-della-rivolta-delle-donne-in-america-latina

LA TRAGEDIA (SFIORATA) A TORINO, LO SPORT E LA SOCIETA’

LA TRAGEDIA (SFIORATA) A TORINO, LO SPORT E LA SOCIETA’

Torino paura finale champions

di Patrizia GALLO

Una riflessione su quanto accaduto da semplici osservatori di processi che inevitabilmente sfociano in comportamenti collettivi devianti.

Una partita di calcio proiettata su maxischermo diventa motivo sufficiente per chiunque per evitare di recarsi verso il centro città.

Il cosiddetto tifo, in qualsiasi luogo e contesto si manifesti, mostra toni e atteggiamenti che è poco definire esaltati.

Ma basta un momento di panico, che la fragilità irriconosciuta scateni un cieco terrore, da mandria impazzita.

Eppure i numeri delle manifestazioni collettive sono direttamente proporzionali a figure e miti di denaro e competizione spinta: vuoti, di senso e di messaggio, totalmente acritici e non alternativi al sistema che li produce.

Lo so, sto dicendo cose dure e generalizzanti, soprattutto per gli affezionati.

Ma credo che il momento collettivo sia tra i più bassi e critici di quelli vissuti sino ad ora.

E che lo sport sarebbe meglio praticarlo, anche nei limiti della propria fisicità, per il puro gusto di praticarlo e non tanto per competere o schiacciare l’avversario.
Ciò che dovrebbe ispirare e costituire esempio, almeno nei comportamenti, anche per i miliardari giocatori delle squadre di calcio.

Cova in molti un rancore sordo, un senso di paura mista a rabbia e impotenza per sentirsi, i più anziani, privi di riconoscimento eppure schiacciati in un giovanilismo disperante e fasullo di necessità, perché mollare non si può; i più giovani, da un carico di aspettative cui non riescono a rispondere e una difficoltà a ripensarsi criticamente, secondo categorie di pensiero complesse e capaci di far loro intravvedere orizzonti di senso e alternative possibili.

Il mio timore, anche ascoltando vari commentatori – vista l’ormai serie infinita di fatti scatenanti, per motivi diversi tra cui anche il panico e lo spaventoso allarme sociale – è quello di assistere a una risposta di tipo coercitivo, a far propri schemi e sistemi appartenenti a realtà improponibili, qui, per contesto e motivazione e ad improbabili quanto inutili restrizioni.

E che, sino ad ora (ma si può e si deve cambiare), non si sappia come rispondere allo sfaldamento sociale con politiche miranti a ritrovare, a RAPPRESENTARE ciò che dia speranza e riorienti il sentire comune verso orizzonti di impegno, solidarietà, empatia e senso condivisi.

 

UNITÀ DELLA SINISTRA. MA QUALE UNITÀ E QUALE SINISTRA?

UNITÀ DELLA SINISTRA. MA QUALE UNITÀ E QUALE SINISTRA?

Bandiera rossa

di Ivana FABRIS

Dopo la sua partecipazione, nella puntata del 2 giugno scorso, alla trasmissione “8 e mezzo“, Anna Falcone, stimatissima costituzionalista, a molti appare come una risorsa per realizzare la famosa unità della sinistra.

Ovunque si legge che questa sia la strada da seguire.

Ma, permettemelo, al netto della dichiarazione che si debba partire dall’unità della sinistra, qualcuno sa su cosa si baserà?

La risposta è sempre e ancora di pancia da parte di una base che insegue l’unità della sinistra come un miraggio o un miracolo che debba verificarsi a beneficio del profondo scontento e disagio generale e che rischia fortemente, date le basi di partenza, di rivelarsi solo una chimera.

Basta che un personaggio pronunci la fatidica parola UNITÀ ed abbia credibilità acquisita attraverso la sua ferma posizione contro la riforma costituzionale che voleva Renzi per onorare il patto con la UE, che ecco apparire proclami in ognidove e tutti osannanti a prescindere.

Se c’è una cosa che in politica crea danni incalcolabili è l’illusione, è il vedere quello che intimamente ognuno vorrebbe, proiettato come progetto sicuramente realizzabile ma senza alcun fondamento razionale e soprattutto politico.

Infatti la cosa che lascia letteralmente basiti è che nessuno si pone le fatidiche domande: l’unità della sinistra su COSA?

L’unità della sinistra partendo da CHI? L’unità della sinistra decisa DOVE? L’unità della sinistra che vuole realizzare QUALE cambiamento e particolarmente in che misura, in che termini?

Tristemente si constata che larga parte di questa base neanche si domanda più cosa significhi la parola SINISTRA specialmente dopo essere stati esposti ad oltre vent’anni di centrosinistra.

È una parte di base che malgrado le gravi responsabilità delle dirigenze dei partiti storici, ha ancora bisogno della politica per delega.

È una parte di base che vuole fare in fretta omettendo analisi e confronto, che non si cura dei CONTENUTI, che non ESIGE programmi e posizioni chiare e non fraintendibili, che pur di arrivare a contrastare Renzi e Gentiloni, è perlopiù disposta a qualunque ammasso politico che produca numeri considerevoli pensando così di mirare concretamente l’obiettivo, che si iscrive a novelli partiti senza neanche PRETENDERE di leggerne manifesto e programma.

La domanda che mi pongo, non senza un certo sconforto e di certo non ritenendomi depositaria della verità ma solo andando continuamente al confronto, è se abbiamo TUTTI realmente capito quale sia il quadro politico del paese ma in special modo della crisi che ha ridotto la sinistra all’inconsistenza.

Mi domando se solo io mi rendo conto che al netto delle belle parole, poi sui territori questa nuova sinistra emergente appaia solo al momento di fare incetta di voti.

Mi chiedo se siamo consapevoli che senza arrivare alla radice del problema ogni atto non produrrà altro che altra disillusione quindi ulteriori disfacimento e disfatta.

Se è al cambiamento che tendiamo, dovremmo esigere che la base NON sia più considerata solo come un ammasso pecoreccio che segue il pastore di turno specie se questi, pur con le migliori intenzioni, non è cosciente fino in fondo di quale sia il suo compito.

Se un vero cambiamento che vogliamo, dovremmo proprio SMETTERE di farci gregge e cercare il pastore di turno.

Perchè in politica non basta sapere di Costituzione per poter realizzare il cambiamento.

Occorre visione e soprattutto programmi seri, affidabili, REALIZZABILI, e sapere DOVE si vuol arrivare con la propria proposta politica, quale paese si voglia realizzare.

Se cambiamento deve essere, è ADESSO il momento di cominciare a pensare ad una Italia finalmente capace di giustizia sociale, altrimenti la cella che il neoliberismo ha costruito attorno a noi, sarà solo più abbellita ma le sbarre rimarranno dove sono.

Per far sì che questo paese cambi davvero, serve il coraggio di prendere a spallate le sbarre e buttarle giù e per riuscirci è indispensabile il coinvolgimento e la partecipazione di tutti ai processi democratici interni ad una formazione davvero di sinistra considerato quanto danno certi dirigenti hanno inferto alla sinistra stessa in questi ultimi 30 anni.

Inventarsi il ruolo di fautori dell’unità della sinistra comporta una conoscenza della politica non solo teorica, comporta avere coscienza e conoscenza della storia di questo paese, della storia della sinistra, comporta conoscere i processi che l’hanno generata.

Ma dobbiamo essere NOI STESSI a voler essere partecipi di scelte e decisioni fondamentali e invece pare che tutto sia riconducibile solo alla ricerca spasmodica di una unitarietà della sinistra, indipendentemente da ogni processo politico legato al confronto dialettico, all’elaborazione e alla sintesi che sono i principi che la possono generare.

A sentire i pareri più diffusi, a leggere quanto viene scritto sui social, questa benedetta unità della sinistra è una parola che si può persino declinare su personaggi che ne hanno causato la sconfitta oppure si può affidare a chicchessia purchè da un programma televisivo ne faccia il suo proclama.

Spiace dirlo e parecchio, purtroppo, ma la sinistra non è il sangue di San Gennaro che per qualche misteriosa ragione riesce a liquefarsi suscitando la gioia collettiva dei fedeli e non è nemmeno la ricerca del Santo Graal ma, dopo TRENT’ANNI di distruzione e dissoluzione, è invece qualcosa da costruire con confronto, elaborazione e sintesi delle varie parti che possono comporla.

Ma non c’è tempo, dicono in molti.

Vero, però invece di mettere insieme un’armata Brancaleone che si sbanderà al primo attacco del sistema, forse bisognava pensarci prima di inseguire le solite sirene ammaliatrici che hanno condotto sugli scogli la nave della sinistra.

Improbabili unioni senza basi e costrutto per fare in fretta significa mettere assieme tante parti senza una vera amalgama e rischia di rappresentare davvero la fine di tutto quello che ancora di vivo e vitale residua a sinistra.

Pensiamoci tutti molto bene, proprio da questo passaggio storico dipenderanno i prossimi 20 anni.

Fare politica significa prima di tutto responsabilità.

Siamo sicuri, davvero sicuri di esserlo e non di stare invece inseguendo un sogno e un desiderio che per quanto apprezzabili sono privi di concretezza, di obiettività e quindi di fondamento?

 

SCUOLA: SGB (SINDACATO GENERALE DI BASE), IL SENSO DI UNO SCIOPERO

SCUOLA: SGB (SINDACATO GENERALE DI BASE), IL SENSO DI UNO SCIOPERO

 

di Barbara MORLEO

Presso la Prefettura di Bologna, in rappresentanza del mio sindacato SGB (Sindacato Generale di Base), ho partecipato al mio primo tentativo di conciliazione con l’Amministrazione del Comune di Bologna, a seguito dello stato di agitazione proclamato in vista dello sciopero del personale delle scuole materne comunali e dei nidi comunali.

Ovviamente la conciliazione è fallita.

L’amministrazione cercherà di far passare che la mancanza di accordo con i sindacati e le lavoratrici sia relativa al progetto “Luglio” ma questo è solo la punta di un iceberg.

Il malcontento delle lavoratrici è andato aumentando negli anni fino ad ad assumere proporzioni non più accettabili dopo il contratto di assunzione che è stato stipulato lo scorso anno con l’ente locale.

Questo contratto, che è andato a sostituire il vecchio contratto scuola, si è rivelato presto, per le tante precarie che aspettavano da anni la stabilizzazione, il collaudo di una forma di sfruttamento a tempo indeterminato.

È aumentato il numero di ore frontali settimanali da fare con i bambini ed è facilmente comprensibile quanto sia difficile garantire anche la semplice vigilanza dopo 5 o 6 ore frontali con 25/26 bambini di questa fascia d’età.

Le giornate di 7 ore lavorative si sono dimostrate presto usuranti.

In un solo anno il numero delle malattie è aumentato in maniera rilevante.

Col nuovo contratto è aumentato sensibilmente anche il monte-ore annuale, da utilizzare in modo non frontale. E la cosa peggiore è che parte di questo monte-ore, viene fatto utilizzare illegittimamente alle maestre per coprire le assenze delle colleghe e quindi nuovamente in modo frontale con i bambini.

A questo si aggiunge il taglio dei collaboratori, che fa ricadere sulle maestre, diverse mansioni che sarebbero competenza dei collaboratori.

In questa cornice si inserisce la richiesta da parte dell’amministrazione di prolungare il servizio fino a luglio.

È chiaro che l’unico interesse dell’amministrazione è il risparmio e non la qualità del servizio che si fa ad offrire. Speriamo che di questo si avvedano anche le famiglie.

A fronte della denuncia di demansionamento, sostenuta dalle maestre, l’amministrazione risponde che si tratta di prosecuzione dell’attività didattica.

Ma è semplice capire che, essendo aperte la metà delle scuole, molte maestre saranno spostate in scuole differenti dalla normale sede di lavoro e dovranno occuparsi di bambini che non conoscono in alcun modo…oltretutto in sezioni che raggiungono e superano anche i 30 gradi (essendo le sezioni sprovviste di condizionatori).

L’amministrazione ci dovrebbe spiegare come si può fare attività didattica in queste condizioni.

È chiaro a tutti che la scuola non può proseguire oltre il mese di Giugno e che a Luglio i bambini hanno bisogno di attività all’aria aperta da svolgere nel modo più ludico possibile e preferibilmente ove sia possibile anche rinfrescarsi, quindi preferibilmente in piscina.

E per tutto ciò ci sono le Polisportive che hanno il loro personale perfettamente formato per far fronte a queste differenti esigenze e necessità.

A fronte di tutte le problematiche fin qui elencate ce n’è un’altra per noi ancora più grave, ovvero la decisione assunta dal Comune di Bologna di sostenere economicamente le famiglie che iscrivono i propri figli ai nidi privati e quindi di incentivare questa scelta, anziché sostenere e implementare le sezioni dei nidi e delle materne comunali, da sempre patrimonio e vanto pedagogico non solo italiani ma europei.

Queste sono le ragioni per cui la conciliazione è fallita e indiremo lo sciopero.

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