LA GRECIA SIAMO GIA’ NOI

LA GRECIA SIAMO GIA’ NOI

Sanità per i ricchi

 

di Ivana FABRIS

Regione Lombardia, quella che in Italia ha la miglior assistenza sanitaria pubblica.

Eccola qui, degradata a livello di una povertà che riguarda solo il ceto medio, quello che l’ISTAT, in questi giorni, ha dichiarato scomparso.

La leggiamo tutta in questa locandina dove il diritto alla salute è MORTO e SEPOLTO dal neoliberismo della UE.

Potrà curarsi solo chi, attraverso l’erogazione di prestazioni private, potrà far accertare le proprie patologie.

Sanità in Lombardia

I greci sono stati al centro di una campagna denigratoria che li vide definiti cicale rispetto al resto dei paesi europei della zona euro definiti invece formiche.

A noi cosa spetterà di sentirci dire? Che siamo un popolo di ipocondriaci?
Che abbiamo scialato le nostre risorse in medicine ed esami inutili?

O forse ci diranno che il paese vada svecchiato, quindi perché non iniziare SUBITO impedendo la gestione e la cura delle patologie croniche in regime di SSN?

Siamo un paese di vecchi, no? Quindi alé, sotto a chi tocca e se sei un pensionato al minimo, problemi tuoi perché alla UE costi TROPPO.

Certo, mica si può pretendere che l’Europa delle banche si impietosisca davanti ad un ex lavoratore che ha fatto la fortuna di questo paese per decenni, no?

Dovevamo pensarci prima, esattamente come i greci, che non abbiamo diritto di campare in salute e di curarci, sennò come possono sopravvivere le banche d’affari senza i 70 MILIARDI DI EURO che OGNI ANNO versiamo per tutelare gli squali speculatori che stanno divorando la carne viva del Paese?

E una volta morti i pensionati, via anche quegli sfaticati dei disoccupati che campano con le pensioni dei loro genitori per non voler accettare paghe orarie da 2 euro/ora lordi.

Intanto, il nostro amatissimo governo fantoccio fa rientrare dalla finestra i voucher che aveva fatto uscire dalla porta.

Ma attenzione ad incensare e celebrare la sinistra farlocca di MDP che ha votato contro il provvedimento!

I suoi componenti sono gli stessi che HANNO PERMESSO tutto quanto sta accadendo, sin dal 1993.

Ravvedimenti tardivi? Ma no!
Non esistono in politica italiana i ravvedimenti e le illuminazioni sulla via di Damasco, ma solo il garantirsi la sopravvivenza.

Certo, in previsione delle politiche del 2018, chi mai avrebbe più votato gente come Bersani e affini, dopo essersi ripiegati a libretto su OGNI legge che ha falcidiato il corpo sociale del Paese se non avessero fatto, proprio con la creazione di MDP, dietro-front?

I nostri “Forti di Forte Coraggio” di MDP, sanno benissimo che il PD si alleerà con Forza Italia e accoliti, quindi hanno abbandonato la nave prima che affondasse con loro ospitati in III classe.

Stanno cercando una nuova verginità senza dover intervenire con una imenoplastica, pratica costosa restando dentro al PD e foriera di insuccessi (elettorali), visto il comportamento dei nostri sinistri dentro al PD nel corso di questa legislatura.

Sanno sempre come spacciarsi per delle verginelle quando si tratta di irretire una base in astinenza da sinistra da tempo e, in fase pre-elettorale, si portano avanti col lavoro queste peripatetiche del Parlamento e della politica.

Intanto il Paese è incagliato sull’iceberg UE e continua ad affondare che il Titanic al confronto era una passeggiata di salute.

Intanto gli italiani non possono più curarsi.
Brutti spreconi e ipocondriaci che non siamo altro.

Cosa credevamo, che sarebbe durata per sempre la pacchia dell’aver garantiti i diritti conquistati con le lotte e col sangue dei nostri padri e dei nostri nonni?

Poveri illusi che siamo stati…

Volevamo un Paese moderno e rinnovato, un Paese unito in una Europa Unita e ci ritroviamo passeggeri in una stiva che continua ad imbarcare vertiginosamente acqua.

Il diritto alla salute negato, come quello del lavoro, è l’insulto più grave, la ferita più profonda che si possa infliggere ad un Paese.

Ma la paura dell’acqua non la vinciamo e continuiamo paradossalmente a favorirne l’imbarcarne sempre più perché buttarsi in mare aperto, anche con una zattera, spaventa molto più che restare su una nave che affonda progressivamente e rapidamente.

Eppure la differenza sostanziale tra la certezza di morire e la probabilità di morire, sta tutta nell’essere convinti di non saper nuotare.

La Grecia è già qui.

La loro strada di ieri è la stessa nostra di oggi.

Pensiamoci bene, quindi, perché le zattere stanno per finire.

TERRORISMO ISLAMICO. ABBIAMO BISOGNO DI ESPERTI, NON DI OPINIONI

TERRORISMO ISLAMICO. ABBIAMO BISOGNO DI ESPERTI, NON DI OPINIONI

giovane musulmana

di Essia Imjed

I giovani di “seconda generazione” non sono tenuti a conoscere tutto del mondo islamico, dell’islam, delle declinazioni dell’islam politico, o il perché di tutto.

Il fatto di appartenere ad una determinata comunità o religione non fa di me una ricercatrice, e tanto meno una persona su cui lanciarsi per avere risposte su fenomeni tanto complessi come la radicalizzazione ed il terrorismo.

Chi lo dice che un musulmano debba capire cosa sia lo jihadismo, che sappia cosa sia il salafismo o wahabismo, che conosca le relazioni internazionali?

Soprattutto non é vero che tutti conoscono la propria religione – che spesso é più una fede tramandata che una vera educazione religiosa – e non é nemmeno detto che l’abbiano seguita.

Ci riflettevo dopo esser stata contattata per una intervista: cosa ne penso, all’indomani dell’attentato, dei giovani che si radicalizzano. La prima cosa che ho pensato sinceramente? “Non lo so. Che cazzo c’entro io con questo malato. Non ne ricordo nemmeno il nome.”

Sono casi estremamente delicati, in una moltitudine di contesti, con dietro motivazioni differenti.

In realtà qualche risposta ce l’avrei, di domande me ne faccio tante, e studiare studio.

Ma trovo non sia con due minuti di servizio e due paroline da “giovane musulmana” che si possa comprendere, anche minimamente, cosa stia succedendo.

Non voglio mettere in dubbio la buona fede del giornalista.

É un ottimo sforzo che si voglia mostrare un lato diverso delle cose.

Ma non mi posso prendere questa responsabilità. La mia voce, in questo caso, servirebbe a poco. Posso dare un parere – ma non é con i pareri che si fa informazione e si analizza la realtà. E con i pareri, infatti, ci stiamo affondando.

Che volete che vi dica? Che questo non é l’islam e che non c’è in corso nessuna guerra di religione? O forse é più credibile dire che invece sì questo é proprio l’islam violento? O quale delle due varianti é meglio? “I musulmani moderati condannano tutto questo” o “i musulmani moderati dovrebbero imbracciare le armi contro i piccoli jihadisti?”

Che risposte banali però, che noia.

E sinceramente, ci meritiamo tutti delle analisi serie e ragionate, non sentimentalismi, non pietosismi, non cialtronate. Abbiamo tremendamente bisogno di esperti.

LA COERCIZIONE, IL BURIONISMO E IL FALLIMENTO CONCLAMATO DELLA COMUNICAZIONE IN MEDICINA

LA COERCIZIONE, IL BURIONISMO E IL FALLIMENTO CONCLAMATO DELLA COMUNICAZIONE IN MEDICINA

Vaccini

di LALAIZA

“La capacità degli operatori sanitari di porsi in modo equilibrato ed efficace nell’ascolto e nell’osservazione di ciò che il paziente può comunicare e di dialogare in maniera altrettanto efficace sia con i pazienti che con colleghi e collaboratori, è un’abilità, spesso sottovalutata, che deve essere adeguatamente promossa in ogni contesto di cura”. (2015, Ministero della Salute, Direzione Generale della programmazione sanitaria, “Comunicazione e performance professionale: metodi e strumenti”, Ufficio III)

La situazione

Il giorno 19 maggio 2017 è stato approvato il Decreto legislativo che obbligherà i genitori di tutta Italia a vaccinare i propri figli per per diverse patologie pena il non inserimento a scuola (già dall’anno scolastico 2017/2018) e già a partire dal nido oltre che la segnalazione diretta da parte dell’ASL al Tribunale dei Minori per l’avvio al procedimento della sospensione della responsabilità genitoriale.

Ecco l’elenco di queste patologie, assieme alla copertura ufficiale registrata nel 2015:

antipoliomielitica (93,4%)
anti-difterica (93,35%)
anti-tetanica (93,56%)
anti-epatite B (93,2 %)
anti-pertosse (93,3 %)
anti Haemophilus Influenzae tipo B (93,03 %)
anti-meningococcica B (anti-meningococcica età pediatrica 88,73%)
anti-meningococcica C (76,62 %)
anti-morbillo (85,29%
anti-rosolia (85,22%)
anti-parotite (85,23%)
anti-varicella (30,73%)
Il livello ottimale per la copertura vaccinale per garantire la cosiddetta immunità di gregge è del 95%. Per tutte le malattie, siamo sotto tale soglia e il trend è in diminuzione. Nel 2011, per esempio, in Italia eravamo oltre il 96%.
Di seguito l’andamento vaccinale per la Poliomielite (Istituto Superiore di Sanità):

Trend Polio

Cos’è successo dopo il 2012? Cosa ha portato i genitori italiani a vaccinare sempre meno nonostante, secondo i dati ufficiali, gli effetti collaterali gravi dei vaccini abbiano un’incidenza infinitamente inferiore rispetto ai danni gravi provocati dalle malattie per cui si vaccinano i bambini?

Sono andata a spulciare gli studi pubblicati dall’Istituto Superiore di Sanità e ne ho trovati due entrambi davvero molto validi ed interessanti in italiano: uno svolto su territorio veneto (2009 poi ridiscusso nel 2013 in occasione della giornata delle vaccinazioni) e uno in Emilia Romagna (studio statistico tra i bambini nati tra il 2007 e il 2011), oltre i numerosi articoli esteri molto accurati sia sulla cosiddetta vaccine hesitancy, sia a livello di misurazione, sia a livello di proposta strategica per farvi fronte.

Non ho trovato pubblicazioni online di studi a livello nazionale se non in inglese, che vi segnalo in bibliografia e su cui baso alcune delle mie osservazioni.

La prima risposta alla domanda “cosa è avvenuto?” che leggendo i dati viene da dare sul decremento vaccinale, è la mala informazione che riceve un forte impulso dalla diffusione dell’utilizzo di Internet e dei social network.

Questa è aiutata dalla tendenza di alcuni genitori ad affidarsi a frotte di comunicatori, spesso titolati, che hanno fatto proselitismo, in buona o in cattiva fede, con notizie false o inesatte, talvolta sensazionalistiche e spesso fuorvianti, accogliendo ed ascoltando persone dubbiose e spaventate. Viene voglia di pensare quindi che i genitori che scelgono di non vaccinare i propri figli, siano una manica di ignoranti da etichettare come persone senza senso civico, ostili alle regole della buona convivenza comune.

Entrambi gli studi italiani smentiscono questa visione così come gli studi stranieri.

In Italia genitore dubbioso tipico è un genitore o sotto i 25 anni o sopra i 35, di estrazione culturale medio alta, informatizzato e molto interessato al tema vaccinale.

Il primo dato che emerge dallo studio veneto inoltre è che 4300 famiglie hanno partecipato allo studio, un numero molto elevato rispetto alla popolazione regionale, dandoci la certezza che per tutti i genitori quello delle vaccinazioni è un tema caldo.

I dati di tale studio indicano che solo l’85% dei vaccinatori prosegue senza apparentemente essere scalfito dal dubbio: i restanti genitori pur avendo iniziato le vaccinazioni si mantengono molto incerti e una parte è pronta all’abbandono. Per quanto piccoli percentualmente, quest’ultimi sono una quota numerosa, in grado di creare allarme sulle coperture vaccinali. I più mobili sono i vaccinatori parziali, dove un 28% si dichiara orientato al calendario completo e il 42% ci sta pensando.

Ma anche i “non vaccinanti” si presentano meno granitici dell’atteso: un terzo è indeciso, un altro terzo possibilista su qualche vaccinazione (un dato interessante è che tra i più favorevoli ai vaccini, ci sono gli stranieri). Colpisce il fatto che in momenti in cui non vi è un vero e proprio allarme legato alla diffusione di una malattia, la percezione del pericolo legato alla malattia stessa sia attutita a fronte della paura degli eventi avversi immediati più di quelli a lungo termine delle vaccinazioni che da quella malattia proteggono.

La mala informazione non passa però solo da coloro che diffondono notizie false o inesatte: l’aria di sfiducia nel Sistema Sanitario Nazionale che aleggia tra i dubbiosi dipinge una sanità che viene percepita dall’utenza come poco trasparente, poco dialogante e poco attenta al paziente. In fatto di vaccinazioni, dato che si tratta di una azione preventiva, tale sentore può avere effetti molto più incidenti sul comportamento e sull’allontanamento da tale prassi, soprattutto in un momento storico che si avvicina all’emergenza ma che ancora non lo è, in cui gli effetti gravi delle malattie per cui ci si vaccina, non sono ancora così diffusi.

Ma dove si informano i genitori?

Il pediatra di famiglia è la fonte informativa per il 72% dei genitori, indipendentemente dalle scelte vaccinali. Ma il vissuto delle informazioni sugli effetti collaterali non è uniforme: ben l’86% dei vaccinatori dichiara di esserne stato informato dal pediatra, ma tra i non vaccinatori questa percentuale crolla a un terzo. Difficile dire se per effetto dell’atteggiamento di partenza del genitore o dell’approccio scelto dal medico. Le fonti alternative non ufficiali, come internet, passaparola e associazioni contrarie alle vaccinazioni hanno una posizione dominante tra i “non vaccinati”. (Valsecchi, 2009)

I genitori che vaccinano sempre meno o procrastinano sono in diversi casi genitori in preda a paure ed ansie difficili da gestire e che talvolta non trovano lo spazio di ascolto e di informazione adeguato nelle sedi appropriate. Negli studi presi in considerazione, viene illustrato come i genitori esitanti siano un fenomeno complesso che non può essere affrontato con un’unica strategia e all’interno delle strategie che hanno il maggior successo, ci sono quelle improntate al dialogo e all’informazione. Il colloquio pre-vaccinale, per esempio, è promosso dallo studio pubblicato dall’ISS come prassi estremamente incidente sulla presa di decisione finale.

Veniamo ora alle strategie che riguardano le vaccinazioni obbligatorie.

Dallo stesso studio sopra citato, emerge che la sospensione dell’obbligo non abbia modificato le adesioni. In occasione della ridiscussione nel 2013 durante la Giornata delle Vaccinazioni, il dott. Leonardo Speri, uno degli autori del documento che analizza l’adesione nella Regione Veneto, sostiene che anche in Alto Adige è prevista una sanzione per il rifiuto, ma questo non sembra modificare la scelta già indirizzata di una famiglia.

È infatti cresciuto anche il numero di medici che accolgono le preoccupazioni di alcune famiglie programmando calendari vaccinali completi ma alternativi.
Quando si ha una popolazione che segue una scelta vaccinale fluida e in trasformazione indipendentemente dall’obbligo, non si può ragionare semplificando.

Il complesso fenomeno dell’esitazione vaccinale non è solo italiano ed è diventato talmente importante e preoccupante che il WHO (World Health Organization) ha costituito un gruppo di studio, il “SAGE (Strategic Advisory Group of Experts) working group on vaccine hesitancy”, con lo scopo di analizzarlo e di dare indicazioni utili su come affrontare questo problema. Nel documento prodotto da questo gruppo di esperti viene ribadito che è fondamentale che ciascun Paese proceda prima all’analisi del fenomeno al proprio interno proprio perché le cause del rifiuto vaccinale possono essere diverse e possono cambiare a seconda dei periodi e delle differenti realtà geografiche.

Da questa conoscenza deriva poi l’adozione delle politiche più adeguate al proprio territorio.

…L’Italia l’ha fatto prima di proporre 12 vaccini obbligatori pena il non inserimento nella scuola dell’obbligo?

 

La comunicazione ai tempi del burionismo

Uno scenario sconfortante per chi, come me, insegna comunicazione in ambito sanitario, è osservare sui social network l’erigersi di barricate in cui le persone si auto-etichettano o vengono etichettate con i più fantasiosi epiteti (da “servi del potere” a “zecche ignoranti” a “pro-vax” o “anti-vax” ecc ecc) ingaggiando sterili conflitti che le portano a essere a favore o contro i vaccini, conflitti durante i quali sono sistematicamente ignorati gli interessi evidenti e comuni a tutti: la salute propria, dei propri cari e della collettività.

Ancora più sconfortante è osservare come professionisti della medicina alimentino tale polarizzazione non facendo altro che rafforzare le posizioni di chi è male informato.

La mia attenzione, negli ultimi mesi, è planata sulla pagina FB del Prof. Burioni.

Il professore che comunica contenuti scientificamente accreditati e scientificamente impeccabili, usa una modalità di comunicazione che vizia il controproducente fenomeno sociale della polarizzazione delle posizioni e dell’etichettamento delle persone.

Se si presenta un dubbio, questo non viene accolto, analizzato ed eventualmente contestato ma immediatamente messo a tacere con azioni verbali aggressive indirizzate alla qualità della persona e non al fatto in questione, cosa che invece meriterebbe spazio e tempo.

La cosa che mi porta ad essere ancora più critica nei confronti di tale tipo di comunicazione è il fatto che questa sia distante dai principi e dai valori di incertezza ed apertura di cui il pensiero scientifico è costituzionalmente permeo. “La scienza non è democratica” (cit. Burioni, da commento in pagina FB) è una profonda inesattezza.

La scienza è per sua primaria natura in evoluzione e in divenire e questo tipo di comunicazione aggressiva è controproducente per il pensiero scientifico stesso oltre che distante dai principi del rinnovato Codice Deontologico dei medici che pone l’accento sulla necessità di adeguare la professionalità alla realtà sociale in evoluzione.

Il pensiero scientifico e soprattutto la prassi medica non hanno lo scopo di polarizzare o domandare ragione bensì valorizzare la distinzione di competenze per favorire l’affidamento ed è proprio nel cosiddetto “burnout” del professionista della medicina che si annida il pericolo della depersonalizzazione cioè di quel distacco del professionista della cura dall’utente e che lo porta a disinteressarsi alla qualità o problematica umana del proprio interlocutore.

Il nostro amico burnout

Secondo il sindacato ANAAO, molti medici e operatori sanitari sono a rischio burnout. Diverse le cause percepite dagli stessi medici intervistati: eccessivo condizionamento della politica nei confronti della professione e della carriera, carichi di lavoro pesanti, mancanza di personale, l’aumento dei contenziosi. Il burnout è una sindrome da esaurimento emotivo molto diffusa, soprattutto tra chi ha nella relazione con un’utenza il focus del proprio lavoro.

In una delle sue manifestazioni più evidenti, il burnout porta il professionista a depersonalizzare la relazione con i propri interlocutori (spesso i pazienti ma a volte anche colleghi e collaboratori), perdendo completamente l’interesse nei confronti della relazione con loro. Gestire il burnout in medicina non è semplice ma è possibile in quanto una famiglia dubbiosa non è “parte di una percentuale di persone che non capiscono” ma ha una sua propria storia, sempre diversa. Far fronte alle paure dell’utenza dubbiosa è possibile: serve informazione, formazione, trasparenza e ascolto oltre che studi approfonditi e riferiti alla vaccine hesitancy locale, in modo da avere strumenti per farvi fronte.

 

Immaginatevi la scena

Vesto i panni della psicodrammatista e vi invito ad immaginarvi una scena che potrebbe essere molto comune: una famiglia è convocata in ambulatorio vaccinale per la prima volta ma è molto titubante e anche un po’ spaventata: essendo una famiglia interessata alla salute e ai metodi di cura, ha letto molti articoli online e si è imbattuta anche in alcuni articoli che parlano degli effetti avversi dei vaccini, ha guardato video dove medici immunologi citano ricerche pubblicate che parlano delle impurità dannose che sono contenute nei vaccini in commercio, per cui ha il timore che il vaccino che sta per somministrare al figlio potrebbe compromettere seriamente la sua salute.

Il figlio dei vicini di casa, poco dopo la vaccinazione è stato malissimo. Però quando hanno riferito la cosa, sono stati liquidati con un frettoloso: “Non può essere stata la vaccinazione”. Hanno anche saputo che forse i vaccini provocano l’autismo anche se poi quello studio è stato invalidato ma “chissà quante pressioni che ci saranno state”, sicuramente “le case farmaceutiche avranno fatto di tutto per affossare la verità”.
Del resto, “regalano viaggi ai medici!” Proprio quei medici che oggi incontrano.

La famiglia viene invitata a firmare un foglio dove dichiarano che il bambino non è allergico a determinate sostanze (ma loro non lo sanno in quanto il bambino ha 3 mesi) e che la famiglia stessa si prende la responsabilità di ogni effetto avverso. La famiglia mostra il proprio scetticismo ai medici e agli operatori dell’ambulatorio che, ormai esauriti da attacchi alla loro professionalità, frustrati e screditati, rispondono risentiti con tecnicismi e si mostrano ostili.

Il conflitto si apre e si cristallizza sulle posizioni invece che sugli interessi comuni (il benessere del bambino) quindi la famiglia torna a casa arrabbiata, senza aver vaccinato il bambino, più confusa di prima e trova accoglienza e comprensione da parte di chi promuove alternative alle vaccinazioni.
Chi ha fatto mala informazione in questo caso?

Servono operatori sanitari non solo preparati tecnicamente ma anche formati alla comunicazione oltre che tutelati a livello emotivo. Serve tempo e competenza per spiegare, raccontare, illustrare, placare ansie, accogliere perché è la medicina che deve tornare ad essere depositaria di fiducia, proprio perché dimostra di mettersi costantemente in discussione come effettivamente fa, in qualità di disciplina scientifica e solo con la trasparenza si può parlare di messa in discussione.

Perché la competenza e la coscienziosità professionale sono attitudini sia scientifiche sia democratiche e in questo, coloro che hanno un dubbio, devono tornare ad avere fiducia.

Serve che qualcuno aiuti i medici a gestire la frustrazione e a rispondere a questa con una gestione appropriata delle proprie emozioni e del conseguente comportamento di ruolo adeguato e qualcuno che guidi i genitori verso una scelta consapevole.

 

Coercizione

In quest’ottica… a quanto servirà quindi questo obbligo di 12 vaccinazioni pena l’esclusione dalla scuola (dell’obbligo) e il sollevamento dalla responsabilità genitoriale per favorire la cultura della prevenzione? Se stiamo ai numeri delle ricerche precedenti, poco. Se dovessimo promuovere l’ottica della trasparenza, ancora meno.

La coercizione è un atto di chiusura del dialogo tra istituzione e cittadini, specchio di uno Stato che riconosce di non avere le risorse per prendere provvedimenti in direzione educativa e di promozione della salute, oltre a decretare il fallimento della comunicazione in medicina operatore-paziente nell’ambito delle vaccinazioni e della prevenzione.

Il clima di fiducia in seno al quale nasce e si sviluppa il senso civico, prevede onestà, sempre, anche quando la sincerità è difficile da mostrare e la cultura della prevenzione e il rispetto delle istituzioni è ciò che a tutti i cittadini dovrebbe permeare da uno Stato rispettoso, depositario di fiducia e attento ai cambiamenti sociali.

Il nostro Stato, oggi, sarebbe capace di ciò?

Art. 20
Relazione di cura
La relazione tra medico e paziente è costituita sulla libertà di scelta e sull’individuazione e condivisione delle rispettive autonomie e responsabilità. Il medico nella relazione persegue l’alleanza di cura fondata sulla reciproca fiducia e sul mutuo rispetto dei valori e dei diritti e su un’informazione comprensibile e completa, considerando il tempo della comunicazione quale tempo di cura.
(Codice di Deontologia medica)

 

Bibliografia

Burgess D. C., Burgess M. A., & Leask J. (2006). “The MMR vaccination and autism controversy in United Kingdom 1998–2005: Inevitable community outrage or a failure of risk communication?”. Vaccine, 24(18), 3921-3928.

Casiday R., Cresswell T., Wilson D., & Panter-Brick, C. (2006). “A survey of UK parental attitudes to the MMR vaccine and trust in medical authority”. Vaccine, 24(2), 177-184.

Bianchi A., Di Giovanni P., (2007). “La ricerca socio-psicopedagogica. Temi, metodi, problemi”.

Caitlin Jarrett, Rose Wilson, Maureen O’Leary, Elisabeth Eckersberger, Heidi J. Larson the SAGE Working Group on Vaccine Hesitancy, (2015) Strategies for addressing vaccine hesitancy – A systematic review. Vaccine, 33(34) Volume 33, Issue 34, 4180–4190

Dotti L, (2007) “Forma e Azione, Metodi e tecniche psicodrammatiche nella formazione e nell’intervento sociale”, Franco Angeli

Leask J., Kinnersley P., Jackson C., Cheater F., Bedford H., & Rowles G. (2012). “Communicating with parents about vaccination: a framework for health professionals”. BMC pediatrics, 12(1), 154.

Frasca G, Pascucci M.G. Servizio Prevenzione Collettiva e Sanità Pubblica (2012) “Studio di valutazione d’impatto delle disuguaglianze sull’adesione alle vaccinazioni” (Direzione Generale Sanità e Politiche Sociali e per l’Integrazione – Regione Emilia-Romagna)

Gust D. A., Darling N., Kennedy A., & Schwartz B. (2008). “Parents with doubts about vaccines: which vaccines and reasons why”. Pediatrics, 122(4), 718-725.

Leiter M.P., Maslach C., (2000) Preventing burnout and building engagement. Jossey-Bass, San Francisco (tr. it.: OCS Organizational Checkup System. Come prevenire il burnout e costruire l’impegno. O.S. Organizzazioni Speciali, Firenze, 2005).

Padula M.S., Giorgio Ilari G., Baraldi S., Guaraldi G.P., Ferretti E., Mulinai V., Svampa E., Venuta M. (2008) “Il burnout nella Medicina Generale: personalità del medico e personalità del paziente”, 42-47 Rivista della Società Italiana di Medicina Generale.

Buzzi B., Giovanardi I., Gridellini C., (2014) “La sindrome da burnout negli infermieri” Rivista L’Infermiere (5-2014) 29,-34

Valsecchi M, Speri L. et al. “Indagine sui Determinanti del Rifiuto dell’Offerta Vaccinale nella Regione Veneto” Report di Ricerca, Analisi dei Dati e Indicazioni Operative (DGR n. 3664 del 25.11. 2008 – All. B) (del. Az. ULSS 20 n. 278 del 27.05.2009)

Sitografia

Il Sole 24 Ore: Vaccini, obbligare o educare?

Oggi Scienza: Io NON parlo solo con chi ha studiato

Istituto Superiore di Sanità: copertura vaccinale in Italia

Istituto Superiore di Sanità: Esitazione vaccinale, ecco le raccomandazioni dell’OMS

 

fonte: https://annalisacorbo.net/2017/05/26/la-coercizione-il-burionismo-e-il-fallimento-conclamato-della-comunicazione-in-medicina/

LA SCHIAVITU’ DEL XXI SECOLO

LA SCHIAVITU’ DEL XXI SECOLO

Miniera Coltan

di Massimo RIBAUDO

Su Rai2 nella trasmissione “Nemo – Nessuno escluso” è stato trasmesso questo reportage.

 
Non pensate ai vostri smartphone. E non sentitevi in colpa, per averne uno.

Abbiamo una grande colpa, però.

SAPPIAMO. Sappiamo tutto del colonialismo, sappiamo tutto di come lo stanno attuando oggi anche CONTRO DI NOI.

Ma non reagiamo, non cambiamo mentalità.

Il Belgio, l’Inghilterra e la Francia decidono i prezzi del Coltan.

Ecco perchè baby George può avere i migliori vestiti e questi lavoratori non ricevere una paga, seppure bassissima, per mesi.

Solo se salveremo questi esseri umani riprenderemo a progredire.

Alttrimenti, pagheremo questa colpa.

Le miniere dove nascono gli smartphone, Nemo - nessuno escluso

Tutti i nostri dispositivi elettronici contengono un minerale, il coltan, che viene estratto in #Congo in un inferno di miniere dove lavorano anche bambini. Si parla di "minerali insanguinati", ma nessuno parla di telefoni insanguinati. Il reportage di David Chierchini e Matteo Keffer:

Pubblicato da Nemo - nessuno escluso su Giovedì 25 maggio 2017
IL PROBLEMA SONO I MUSEI, NON GLI STRANIERI

IL PROBLEMA SONO I MUSEI, NON GLI STRANIERI

Musei italiani

di Corrado LAMPE

Stiamo guardando la punta del dito che la indica, invece di guardare la luna. La situazione in generale dei beni culturali in Italia è disastrosa, ma si discute solo dei nuovi direttori di una manciata di istituti.
21 agosto 2015

Non ho seguito con attenzione la polemica nata dopo la nomina di alcuni “stranieri” a direttori di importanti e straordinari musei italiani; vorrei prima scrivere quello che penso io, e poi mi leggerò le opinioni di Daverio, Sgarbi e chi altro ancora…

In linea di principio non sono in nessun modo contrario al fatto che un non italiano -inteso come cittadino italiano per nascita e cultura – possa andare a dirigere un nostro museo. Non è neanche la prima volta, basti pensare, per il settecento, a Johann Joachim Winckelmann, il quale fu nominato prefetto delle antichità di Roma, oppure Jakob Philipp Hackert che fu pittore di corte del re Ferdinando IV di Napoli e partecipò al primo allestimento del Museo di Capodimonte.

Altri stranieri, e non solo tedeschi, furono chiamati a guidare la un tempo prestigiosissima Accademia di San Luca, e cito giusto a memoria Anton Raphael Mengs, Bertel Thorvaldsen e Charles Le Brun.

In tempi più vicini a noi resta indimenticabile il rumeno, naturalizzato italiano, Dinu Adameșteanu, che fu funzionario statale, il quale alla guida delle Soprintendenze di Basilicata e Puglia, difese il patrimonio archeologico da ogni attacco e creò una qualificata rete di musei, di rango nazionale.

Adameșteanu rappresenta una punta di eccellenza assai rara, ma non si deve credere che basti essere stranieri per fare meglio di qualsiasi italiano. Potrei citare diversi casi, nei quali supertitolati stranieri, chiamati con l’idea che fossero capaci di fare miracoli, hanno fatto cilecca e causato danni al nostro patrimonio culturale. Ma qui stendiamo un pietoso velo.

Chiarito il primo punto, cioè che mi stanno bene degli stranieri a dirigere i nostri migliori musei, dico subito, con eguale chiarezza, che ritengo l’operazione appena fatta una inutile spacconata che non porterà nulla, anzi, rischia di peggiorare ulteriormente la situazione già spaventosa del patrimonio storico, archeologico ed artistico nazionale.

L’ho già sentito dire e concordo pienamente, che si tratta solamente di fumo agli occhi, una trovata pubblicitaria senza che vi sia più un prodotto vero da pubblicizzare.

Mi chiedo con una certa angoscia cosa succederà ancora.

Quello che non si dice è che nel corso degli ultimi 30-40 anni il declino della tutela del patrimonio culturale è stato crescente, spaventoso, barbarico.

Il saccheggio della Biblioteca dei Girolamini a Napoli è solamente la punta di un iceberg. Nel più totale silenzio di giornali e televisione si è messa in atto una devastazione mai vista che sarebbe assai lunga da descrivere minuziosamente.

Dario Franceschini, che fa il Ministro dei Beni Culturali (dire che sia ministro mi pare esagerato) probabilmente non ha idea di come stiano le cose.

Leggendo le sue note biografiche si capisce che durante la sua vita non ha mai avuto contatti con le problematiche legate alla tutela e soprattutto alla gestione del nostro immenso patrimonio culturale, a parte magari la sua partecipazione a qualche comitato o commissione parlamentare.

Anzi, fonti ben informate, sostengono che a lui di beni culturali non importa un piffero. Sta lì a fare qualcosa per mettersi in bella vista, facendosi probabilmente mal consigliare da qualcuno che il patrimonio culturale lo odia.

Il disastro nel settore dei beni culturali non è cosa nuova nel nostro paese. Accenno giusto per gli addetti ai lavori alla polemica ottocentesca sull’editto Pacca oppure la prima legge del 1908. Con il periodo del regime fascista, che solo a parole e per evidenti scopi politico propagandistici si dichiarava protettore dei beni culturali, ci sono rimaste almeno le leggi 1088 e 1089 del 1939, volute da Giuseppe Bottai, che riuscirono a limitare in buona misura i danni.

Con la seconda guerra mondiale il nostro patrimonio attraversa il suo periodo più nero, con il saccheggio, la dispersione, la distruzione ed il danneggiamento di archivi, biblioteche, musei, zone archeologiche ed edifici storici.

Per arginare il disastro, con la legge del 26 aprile 1964, n. 310 fu istituita la Commissione d’indagine per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, archeologico, artistico e del paesaggio, presieduta da Francesco Franceschini, non solo casualmente omonimo del nostro facente funzione ministro, ma di pasta completamente diversa. I tre volumi degli atti sono ancora oggi di grande interesse, soprattutto per tante soluzioni proposte, delle quali però non si tenne troppo conto in seguito.

Fu comunque importante, soprattutto per l’impulso che seppe dare all’interesse generale per i beni culturali, tanto che nel 1974 si arrivò alla nascita del Ministero per i Beni Culturali per iniziativa, così si racconta, di Giovanni Spadolini. Sembrava che i tempi bui per archeologia, storia ed arte fossero finiti, ma col senno di poi si può dire che non fu proprio così.

Non passarono neanche 10 anni, ed il frequentatore di discoteche Gianni De Michelis, fido accolito di quel galantuomo di Craxi (il padre putativo di Berlusconi) si inventò e promulgò nel corso di un convegno indetto dal PCI di buona memoria la dottrina dei “giacimenti culturali”, dichiarando i beni culturali “il nostro petrolio”. Una posizione assurda ed aberrante che ha dato il via allo smantellamento definitivo della cultura italiana.

De Michelis

L’unicità del patrimonio culturale italiano è data dal fatto che esiste da sempre un intreccio ed un legame profondo tra storia, arte e cultura ed il territorio, comprese le comunità che ci vivono. La storia è talmente lunga, che anche i musei e le raccolte artistiche hanno radici lontane e profonde. Quando in Italia già esistevano musei pubblici, nel resto d’Europa si cominciavano a collezionare, in mancanza d’altro, conchiglie, animali imbalsamati, feti orridi sotto spirito ed altro ciarpame assortito.

La cultura in Italia, per certi aspetti, non era appannaggio unico dei regnanti o degli aristocratici, ma anche un gran numero di carrettieri, contadini e popolani sapevano a memoria la Divina Commedia o la Gerusalemme liberata, e chi non la sapeva, se l’ascoltava con attenzione e riverenza, convinto che si trattava di storie che lo riguardavano direttamente, personalmente.

Ferdinand Gregorovius un giorno a Trastevere, nella ressa della Festa de’ Noantri rimase scioccato quando, dopo aver inavvertitamente pestato un piede ad un popolano si sentì minacciare con la frase:”Bada straniero, che nelle mie vene scorre sangue troiano!”

Nei paesi di origine dei nuovi direttori di alcuni dei nostri musei (perché poi solo alcuni? e tutti gli altri?) l’intreccio tra museo, opere d’arte, cultura in genere se c’è, non è certo dello spessore e della portata che a noi pare ovvia. Per non parlare degli Stati Uniti!

Non ricordo esattamente dove, ma vidi in un museo una piccola raccoltina di bassorilievi egiziani ed altri reperti archeologici (manco a farlo apposta di provenienza poco chiara, ma comunque italiana) esposti lungo un corridoio, per poi passare in grandi sale nelle quali dietro elefantiache vetrine stavano accatastate valigie, bauli, sedie, canestre, scatole, bambole, vasi, brocche, càntari, lampade a petrolio ed ogni altro bene che i primi immigrati dall’Europa si erano portati appresso.

Se il direttore del museo si vendesse un bassorilievo egiziano, gli chiederebbero quanto ci ha ricavato, ma se vendesse anche solo un pitale in ferro smaltato: apriti cielo! Orrore e raccapriccio!

Comunque sia, il problema non sono i direttori dei musei che vengono dall’estero.

Li dovremo giudicare alla prova dei fatti. Il vero problema sono i musei e le condizioni critiche in cui si trovano dopo decenni di assurdità, malversazione, rapina, saccheggio, distruzione e dispersione.

Tutta la baracca dei beni culturali è stata sfasciata, e, come si dice a Roma, neanche se scende Cristo in persona ci si riesce a mettere una toppa.

L”idea dei “giacimenti culturali” ha avuto conseguenze di lunga portata e pezzo dopo pezzo, anno per anno l’intero sistema è stato svuotato ed annichilito.

Dai tempi di Craxi non è stato più fatto un concorso regolare per assumere il personale, dai custodi ai funzionari dirigenti.

Per la struttura del Ministero, dalle Direzioni Generali fino alle Soprintendenze, il personale è stato mano a mano reclutato nei modi più disparati, fino al trionfo delle cooperative per coprire a malapena le falle del sistema, cooperative usate da gestori privati esterni che hanno in mano e controllano i servizi di musei, biblioteche, scavi archeologici, archivi e monumenti.

Queste società invece di apportare, naturalmente tolgono. Non danno alcun servizio culturale o scientifico, ma producono gadgets. I direttori dei musei oramai, prima di decidere di fare qualche iniziativa, mostra o altro nel proprio istituto, devono chiedere lumi non al Soprintendente, ma all’amministratore delegato di turno di questi servizi, servizi che hanno quasi sempre bellissime sedi, dove mancano solamente le poltrone in pelle umana.

Invece di servizi che dovrebbero fornire producono invece feste, cene, pranzi, sfilate di moda, eventi mondani ed altre cazzate di pessimo gusto che non portano niente ai musei, se non danni d’immagine ed anche materiali. A proposito! Franceschini, il sedicente ministro, pare abbia detto che i direttori stranieri dovranno aumentare i visitatori ed accorciare le file alle casse. Ma come potranno farlo?

Qualcuno dovrebbe dire a Franceschini che le biglietterie sono strettamente in mano alle società “di servizi”, che le gestiscono con personale avventizio supersfuttato e che hanno come unico obbiettivo il proprio profitto.

Mi chiedo in che lingua i direttori stranieri parleranno con quella gente; il loro italiano accademico, tutto precisino, non basterà di certo.