IL CILE, IL VENEZUELA E LA STRATEGIA DEI CHICAGO BOYS

IL CILE, IL VENEZUELA E LA STRATEGIA DEI CHICAGO BOYS

Un gran pericolo aleggia sul nostro paese. Il sabotaggio economico, l’accaparramento, la speculazione, il mercato nero, il crimine organizzato, gli omicidi, il terrore contro la popolazione, configurano il volto lugubre del fascismo, la nuova faccia della destra, dei monopoli nazionali e stranieri che, feriti a morte, condizionano un clima propizio per il golpe di stato e per scatenare la guerra civile. 

Questo cammino, che permetterebbe ai monopoli nazionali e stranieri di recuperare le ricchezze che il paese ha messo al servizio di tutta la nazione, è già in marcia.

Salvador Allende alla CUT (Central Unida de Trabajadores), 9 settembre 1972, un anno prima del golpe di Pinochet.

IL CAPITALISMO DELLE TRE SORELLE DI WALL STREET

IL CAPITALISMO DELLE TRE SORELLE DI WALL STREET

Statua di George Washington a Wall Street

 

di Giuseppe MASALA

Tempi duri per i corifei cantori del libero mercato e della libera concorrenza: uno studio pubblicato dall’Università di Cambridge e finanziato dal Consiglio Europeo Ricerche, dimostra che la retorica del libero mercato, della mano invisibile smithiana e della concorrenza a vantaggio del consumatore è solo una narrazione priva di riscontri reali e dunque totalmente ideologica.

Secondo questo studio – firmato da Jan Fichtner e Eelke Heemskerk e da Javier Garcia-Bernardo – il 40% delle società americane quotate in borsa sono controllate da tre soli soggetti, i fondi Blackrock, Vanguard e State Street.

 

Questi fondi, che potremmo definire “le Tre Sorelle di Wall Street”, hanno asset per un valore complessivo di 11 mila miliardi dollari (11 milioni di milioni), più di tutti i fondi sovrani del mondo e tre volte tanto rispetto a tutti gli hedge found.

Secondo lo studio, questa enorme concentrazione di risorse economiche può esercitare un potere nascosto in grado di influenzare potentemente tutta l’economia americana piegandola ai propri interessi con buona pace del Libero Mercato.

In definitiva la crisi scoppiata nel 2008 ci sta portando una nuova forma di capitalismo assimilabile nelle pratiche a quello dei robber baron dell’Ottocento ma con un potere infinitamente più pervasivo nella vita delle persone a causa dell’innovazione tecnologica nei settori della robotica, dell’intelligenza artificiale e delle biotecnologie.

NO, DE BORTOLI NON E’ UN EROE

NO, DE BORTOLI NON E’ UN EROE

 

di Ivana FABRIS

Non per smorzare gli entusiasmi di tanti, ma non innalzerei Ferruccio De Bortoli ad eroe.

Dovremmo tenere tutti bene a mente sia che fino a ieri è stato servitore dello stesso padrone che oggi fa a pezzi, sia che è ancora parte di quello stesso establishment.

Inoltre cerchiamo di non cadere nello stesso errore fatto quando il nemico era Berlusconi che ci ha portato a vedere uno come Travaglio, come Ezio Mauro o, addirittura uno come Scalfari, a paladini della democrazia o, peggio, della sinistra.

Stiamo anche MOLTO attenti che intanto che ci occupiamo delle rivelazioni di De Bortoli, il governo sta avviando un giro di vite sui lavoratori da spavento, come ad esempio la legge sul cosiddetto “lavoro agile”, la Smart Job, una delle forme più ORRENDE di SCHIAVITU’ che si possano immaginare e che l’esecutivo sta già parlando di nuova stretta economica con quello che tutto ciò rappresenterà.

Rimaniamo nel merito delle questioni concrete, anche perché va benissimo che si riveli il marcio – chi lo nega? – ma quello che De Bortoli ha raccontato è solo la punta dell’iceberg di un sistema politico che andrebbe semplicemente spazzato via da cima a fondo.

Non crediate che in altri ambiti politici ci sia meno schifo. 
E’ solo uno schifo un po’ meno spudorato, ma di fatto il sistema è lo stesso in ogni direzione si guardi: dei bisogni del popolo italiano non importa praticamente a nessuno.

Il mondo è cambiato e continuare a ragionare sulla politica oggi, come si faceva 30 anni fa, non fa che alimentare un sistema di potere che sta distruggendo tutto, un sistema di cui la politica italiana a livello istituzionale è serva e complice.

STUPRO DI STATO

STUPRO DI STATO

Matteo Renzi e Debora Serracchiani

di Ivana FABRIS

La Signora Serracchiani, nonché presidente della regione Friuli Venezia-Giulia, due giorni fa e addirittura con una nota stampa (!) si è prodotta in uno dei passaggi più VERGOGNOSI della storia del nostro paese in questi ultimi anni.

Non esagero.

Per il contenuto violento, meschino, infimo e rivoltante della sua esternazione, le sue parole sono state uno schiaffo in piena faccia.

Per chi ha subito uno stupro.

Per chi, tra i migranti, è potenzialmente considerato dal pensiero dominante uno stupratore unicamente per la sua provenienza geografica.
Per chi, tra le vittime, ora saprà di aver subito un insulto meno grave per il solo fatto che a compierlo è stato un italiano e non un migrante.
In più, tanto per non farsi mancare nulla, sono state un aggravio anche sul piano del ‘divide et impera’: stuprate di serie A e stuprate di serie B.

La Signora Serracchiani non solo ha insultato tutte le donne nel loro essere esposte di continuo alla violenza fisica, ma ne ha insultato anche l’intelligenza ed ha alimentato un vergognoso sistema propagandistico che vuole come assodata, logica, normale e conclamata, la violenza contro le donne da parte dei migranti.

Non basta il razzismo della Lega, non basta la xenofobia dilagante nel paese, ci mancava lei.

Dall’alto del suo arrogante quanto vacuo linguaggio da lacchè del sistema renziano, ha osato alzare lo sguardo sulle vittime della violenza.

Ci dovrebbe anche spiegare, la Signora Serracchiani, in che misura uno stupro da parte di un migrante possa essere più grave di quello perpetrato da parte di un italiano.
Come se uno stupro non fosse uno stupro in sé, ma potesse essere davvero meno grave se a compierlo fosse un laureato alla Bocconi piuttosto di un letterato o di un impiegato solo perché nativi sul suolo italiano.

O voleva forse dire che se ad abusare, magari di una ragazzina, sono un padre, uno zio, un fratello, un conoscente, un parente o un perfetto sconosciuto, solo perché italiani, fa meno male?

Dall’alto della sua piccola torre d’avorio, ricavata grazie al divenire la favorita del re Sole Matteo, così incapace e disinteressata al compenetrarsi nel dolore di quel popolo che dovrebbe governare non solo in Friuli ma anche come appartenente al PD e quindi come forza di governo, lo sa la Signora Serracchiani cosa significhi essere stuprata?

Evidentemente no.

Così come è evidente che ogni argomento – senza minimamente preoccuparsi del danno che farà a chi è già stato danneggiato – è buono come strumento per procurarsi visibilità e fare audience prima di tutto per sé e, nel contempo, per il suo indegno partito pieno di indegni figuri.

D’altro canto non ci stupisce e neanche ci aspettiamo niente di meglio o di diverso dagli appartenenti ad un partito che, contro le donne, agisce ormai quotidianamente in ogni ambito in cui si esprima con leggi, decreti, provvedimenti e proclami.

Tuttavia non si può tacere dinnanzi alla protervia di simili affermazioni pronunciate solo per protagonismo viscerale associato al propagare una diffusa cultura dell’odio e della divisione.

La nostra Debora, evidentemente caduta ormai nel cono d’ombra che ha investito il suo re, doveva in qualche modo assurgere nuovamente all’attenzione del mainstream e poco conta se per farlo abbia vergognosamente violato, abusato, lei stessa, di tutte le vittime di stupro.

Certo, come donna, in politica se non assumi il dettato patriarcale, se non fai del maschilismo la tua cifra, nessuno ti considera.
Questa è la norma nel PD e nel sistema politico italiano.

Adesso si smentiranno le sue parole, si dirà che abbiamo tutti capito male.

Beh, lo sappia la Signora Serracchiani che a nulla varranno le giustificazioni che saranno diffuse a mezzo stampa sulle sue squallide parole.

A nulla servirà tentare di convincerci che ancora una volta abbiamo frainteso il loro senso.

A nulla servirà dire che lei voleva semplicemente asserire che proprio perché ospiti di un paese, si debba aver maggior rispetto anche in virtù dell’integrazione.

Se proprio fosse una questione di onorare l’ospitalità, inizi la Signora Serracchiani a levare i suoi piedi dal nostro corpo e dalla nostra intelligenza – visto che la stiamo ospitando nelle Istituzioni del nostro paese – risparmiando parole che sono in sé, un’istigazione alla violenza efferata su una violenza altrettanto efferata a prescindere da origine, etnia e posizione sociale.

Il corpo di una donna, violato da chicchessia, cara Signora Serracchiani, non è come entrare in casa d’altri.
Non basta infilarsi le pattine per non sporcare il pavimento giusto per non offendere l’accoglienza della padrona di casa.

A GIORGIANA MASI

A GIORGIANA MASI

Giorgiana Masi

 

di Nico Max WEBER

 

Pagine di storia vissuta. 1977 Roma

A volte capita nella nostra vita, di legarci ad alcune canzoni che testimoniano il nostro passato, o forse perché esse rappresentano una parte dei nostri ricordi vissuti con troppa esasperazione o troppa ideologia, cosi come accadde nella seconda metà degli anni settanta in cui il clima di violenza politica che caratterizzava l’Italia, iniziò col manifestarsi anche a Roma, città dove si verificò una lunga serie di scontri tra fazioni politiche di destra e di sinistra, tra loro o con le forze dell’ordine.

Questo è un articolo per ricordare l’amica Giorgiana Masi, uccisa a Roma sul lungotevere vicino a Ponte Garibaldi, dalla violenza del Potere militarizzato, era di giovedì quel 12 Maggio di 40 anni fa, quando un colpo di pistola calibro 9 colpì e uccise la diciannovenne Giorgiana, impegnata insieme ad altri 20.000 ragazzi in una manifestazione indetta dal Partito Radicale per festeggiare il 3° anniversario della vittoria del referendum sull’aborto.

Che aria tirava in quel decennio degli anni ’70

Il 1977 venne definito l’anno della svolta violenta, le Brigate Rosse già operavano da tempo con sequestri di persona ed attentati ad esponenti di primo piano del mondo del lavoro, della politica e dell’informazione, ma sempre con episodi isolati, nel 1977 invece, la violenza si riversò nelle piazze amplificando cosi quel riverbero quotidiano di una lotta politica e culturale che già si era ramificata in tutti gli angoli del tessuto sociale a testimonianza dello scontro che perdurò per tutto il decennio degli anni 70, uno scontro durissimo fra classi sociali e dentro le stesse, forse il più duro dall’unità d’Italia, cifre da record lo testimoniano, 45.000 denunce, 18.000 arresti, 4.500 condannati per insurrezione e banda armata, poi ancora morti e feriti da ambo le parti.

Fu con queste premesse di violenza che si formò il secondo movimento studentesco dopo quello del sessantotto, era il Movimento 77, composto da una miriade di fuoriusciti dalle varie sigle di opposizione, esso si differenziava dal primo per la contestazione dichiarata ai partiti politici e ai sindacati, (non a caso si ricorderà l’allontanamento dall’Università La Sapienza, del sindacalista Lama impegnato in un comizio) ma anche per la proposta di tematiche inedite rispetto a quelle fino ad allora trattate.
Questo movimento prese il posto di quelle organizzazioni della sinistra extra parlamentare che avevano egemonizzato gli anni successivi al 68, che in una crisi oramai irreversibile, si stavano frammentando in piccoli rivoli di opposizione extra parlamentare, fra queste ricordiamo Avanguardia Operaia, Lotta Continua, Potere Operaio fra le più note.
Erano questi, gli anni delle prime radio libere, fra esse la più importante a Roma era radio Onda Rossa situata in via dei Volsci, a Bologna invece imperversava radio Alice dell’amico Bifo.

Molti ragazzi si “persero” in quel periodo dandosi alla latitanza perché impegnarono le loro vite nei gruppi armati dei Nuclei Armati Proletari, Nuclei Comunisti Combattenti, Gruppi Armati Proletari, Prima Linea, insomma in tutte quelle sigle che riunivano coloro che decisero di passare alla lotta armata.

Anni bui ma anche anni oscuri in cui non era facile capire “chi gestisse cosa” anche perché lo Stato fece la sua parte con la “strategia della tensione”, attentati riconducibili ai servizi segreti deviati e non, le cui colpe vennero addossate ai gruppi armati con lo scopo di instaurare uno Stato militarizzato.

Come e perché si arrivò alle violenze di quel 12 maggio del ’77.

Una data in particolare, il 21 Aprile del 77 dette inizio a tutta la vicenda, in conseguenza agli scontri tra Autonomia Operaia e le Forze dell’ordine in cui rimase ucciso un agente di polizia, lo stesso giorno il ministro dell’interno Francesco Cossiga annunciò in Parlamento di aver dato disposizioni per vietare nella capitale fino al 31 maggio seguente, tutte le manifestazioni pubbliche.
Il Partito Radicale che nel frattempo aveva già programmato quella manifestazione, decise di sfidare il divieto organizzando comunque ciò che aveva previsto in piazza Navona per il 12 maggio, la manifestazione era motivata dalla raccolta di firme per la proposta dei referendum abrogativi e per celebrare il terzo anniversario della vittoria nel precedente referendum sul divorzio.
A quella manifestazione del Partito Radicale si unirono oltre ai simpatizzanti di quello che verrà poi chiamato movimento del ’77 anche gli appartenenti a varie formazioni della sinistra extraparlamentare, il tutto per protestare contro la diminuzione degli spazi di espressione politica e il clima repressivo nei loro confronti. Alla manifestazione erano presenti circa 5.000 agenti delle forze dell’ordine coadiuvati da agenti in borghese. In quella giornata scoppiarono diversi incidenti, con il lancio di bombe incendiarie e colpi d’arma da fuoco.
Alle 19 di quello stesso giorno ci fu una mediazione con le forze dell’ordine da parte dei parlamentari presenti, per consentire ai manifestanti di evacuare la zona verso Trastevere. Il consenso fu in realtà apparente perché da quel momento gli incidenti si fecero più gravi, durante lo sgombero, fumogeni e colpi di pistola vennero esplosi apparentemente da Ponte Garibaldi verso piazza Sonnino da dove proveniva il corteo, e li con un colpo di pistola venne uccisa Giorgiana.

Chi era Giorgiana?

Conobbi Giorgiana per caso, in quel periodo ero a Roma ospite di mio zio, un Capitano dei carabinieri che mi ospitava tutti i fine settimana da quasi un anno.
Non mi fu difficile fare delle amicizie, entrai cosi in sintonia con ragazzi della sinistra extra parlamentare, da Lotta Continua ad Autonomia Operaia ma anche con alcuni del Partito di Pannella, io invece ero il classico “cane sciolto” non volevo avere e non avevo legami con nessun movimento o fazione politica, quindi a detta di molti, ero più pericoloso degli altri perché non riconoscendo nessuna autorità e non obbedendo a nessun comando, ero una persona fuori controllo.
In quel bellissimo e crescente fermento culturale, frequentai anche Radio Onda Rossa in via dei Volsci, una delle tante radio libere nate in quegli anni sotto la spinta progressista del cambiamento culturale, in quei locali ai primi di marzo del 1977 conobbi Franco che da li a poco mi avrebbe presentato a Giorgiana che era sua amica.
Ragazza dolcissima, mai sopra le righe, fisico asciutto e lunghi capelli neri raccolti a coda di cavallo, quella sera intorno alle 20, cadde a terra come fosse inciampata, chi le era vicino la raccolse da terra per aiutarla, ma Giorgiana con un ultimo fremito di vita, morì con gli occhi sbarrati come a chiedere cosa le fosse accaduto, aveva 19 anni. Ai suoi funerali partecipai anch’io.

Le varie inchieste

In seguito a questa vicenda vi furono varie inchieste sul caso Masi, solo nel 1998 l’allora Presidente della Commissione Stragi, Pellegrino, ascoltate le parole di Cossiga dichiarò: “quel giorno è possibile ci possa essere stato un atto di strategia della tensione, un omicidio deliberato per far precipitare una situazione e determinare una soluzione involutiva dell’ordine democratico, quasi un tentativo di anticipare un risultato al quale per via completamente diversa si arrivò nel 1992-1993” ( vi dice nulla questa data ?).
Venticinque anni dopo, nel 2003, Cossiga dichiarò: “Non li ho mai detti alle autorità giudiziarie e non li dirò mai i dubbi che un magistrato e funzionari di polizia mi insinuarono sulla morte di Giorgiana Masi: se avessi preso per buono ciò che mi avevano detto sarebbe stata una cosa tragica”. In un’intervista al Corriere della Sera del 25 gennaio 2007, rispondendo alla domanda su chi fosse l’assassino, rispose: «la verità la sapevamo in quattro: il procuratore di Roma, il capo della mobile, un maggiore dei carabinieri e io. Ora siamo in cinque: l’ho detta a un deputato di Rifondazione che continuava a rompermi le scatole. Non la dirò in pubblico per non aggiungere dolore a dolore».

R.I.P Roma, 12 Maggio 1977

Stefano Rosso, dedicò a quegli scontri e a Georgiana in particolare, una canzone, questa:

L’inverno passava qualcuno di lì
Il nastro girava, suonava Lilly,
Girava il pallone, lo stadio impazzì
La voce tremava, l’inverno finì.

E poi primavera, e qualcosa cambiò
Qualcuno moriva, e su un ponte lasciò
Lasciò i suoi 20 anni e qualcosa di più
E dentro i miei panni, la rabbia che tu

Da sempre mi dai, parlando per me
Scavando nei pensieri miei,
Guardandomi poi dall’alto all’ingiù e forse io valgo di più.

L’estate moriva, Bologna tremò,
La dalia fioriva e la gente pensò
Dei tanti domani vestiti di jeans
Chiamandoli strani, ma non fu così

E quando m’incontri, che pensi di me
Tu sappi che il sole che splende è per te
E il grano che nasce, e l’acqua che va
E’ un dono di tutti, padroni non ha

E il grano che nasce, e l’acqua che va
E’ un dono di tutti, padroni non ha.

Stefano Rosso