CARO PEPPINO

CARO PEPPINO

Peppino Impastato

di Paola RESCIGNO

Caro Peppino, ero alle medie, e quel giorno l’Italia si fermò, ma non per te, per Aldo Moro.

Non c’era Internet, le notizie viaggiavano lente, con le loro priorità…
E della mafia, si parlava poco, pochissimo.

Sono successe tante cose, dopo.

E come dice la mia amica Tiziana, mi sa che questo paese, se possibile, fa ancora più schifo.

Al tempo, ricordo, c’erano le BR, si moriva per strada, erano anni duri.

Però c’era la speranza, la passione, l’entusiasmo, ci si credeva che si potesse cambiare. In meglio.

E c’erano delle conquiste vere, sul lavoro, nella vita civile, la condizione delle donne.

Le persone parlavano, nei condomini, nelle piazze, nelle fabbriche, nelle scuole.

Molto si parlava, ricordo bene. E non ci si sentiva soli ed abbandonati, c’erano dei partiti, dei sindacati in cui ci si riconosceva, c’erano manifestazioni che diventavano fiumi e mari…

C’erano persone che parlavano di questione morale, di onestà, eguaglianza, diritti.

E facevano, anche.

E c’era un modo di vivere più umano, ci si sedeva a tavola a mangiare, si sorrideva, ci si preoccupava degli altri.

Non era certo un mondo perfetto, e chi meglio di te lo sa, Peppino.

Ma, se possibile, oggi stiamo ancora peggio.

Non si parla quasi più guardandosi negli occhi, si parla a distanza, e non è la stessa cosa: i ragazzi non ci riescono quasi più a farlo dal vivo.

Non c’è speranza, c’è cinismo, disillusione, e, alla fine, menefreghismo: tanto, a che serve?

Invece serve Peppino, ma non è mica facile convincere che serve lo stesso, anche se tutto ti rema contro, se gli spazi di relazione e libertà diventano sempre più stretti, se cresci vedendo i tuoi genitori distrutti da ritmi di lavoro inconcepibili trenta anni fa, poi presi e buttati fuori, senza pensione, senza niente, niente. E tu, che farai? E perchè? e te ne devi andare, intanto altri messi ancora peggio di te arrivano, e vengono trattati come dei delinquenti, anche se sono solo persone.

E i decisori ti dicono che va tutto bene, che siamo più efficienti, che lavoriamo per la qualità…

E per farci stare buoni, Peppino, ci rincoglioniscono con oggetti che ti fanno evadere da te stesso, così non ci pensi, consumi, produci, e via.

Ciao Peppino, grazie.

L’APPELLO DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO SUL DISASTRO ALL’ECO-X DI POMEZIA

L’APPELLO DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO SUL DISASTRO ALL’ECO-X DI POMEZIA

Incendio Eco-X

Da ORGANIZZAZIONE NAZIONALE AMIANTO

C’era amianto nello stabilimento ECOX da cui si è generato il rogo di Pomezia, la cui nube tossica ha avvolto un’ampia porzione della campagna romana e del nord della Provincia di Latina.

Odori acri, bruciore agli occhi, nausea e vomito, queste sono le dichiarazioni di coloro che hanno richiesto aiuto all’unità di crisi costituita dall’ONA e coordinata dal Presidente Avv. Ezio Bonanni, e dalla Sig.ra Antonella Franchi (328 /4648451) e dal Sig. Antonio Dal Cin (0773/511463), che ormai ininterrottamente, da sabato mattina, rispondono al telefono e all’email ([email protected]). L’attività di assistenza proseguirà nei prossimi giorni con l’auspicio che anche l’Amministrazione Comunale di Pomezia voglia collaborare con l’associazione, mettendo a disposizione un locale per poter permettere ai volontari di poter ricevere anche in loco.

Fin da subito l’unità di crisi, costituita dall’ONA, si è attivata, con medici, tecnici e avvocati, per cercare di arginare le tremende conseguenze dello sprigionarsi degli agenti tossico-nocivi dal gigantesco rogo che dalla Pontinia Vecchia, in territorio di Pomezia, era percepibile anche a distanza di chilometri.

Non si muore solo di amianto.

La combustione di materiale plastico (PVC) provoca la formazione di diossine, che sono cancerogene, e provocano diversi cancri (tanto è vero che è inserita dallo IARC nel Gruppo I dei cancerogeni), come Seveso insegna.

Quindi l’Osservatorio Nazionale Amianto lancia l’allarme anche per quanto riguarda le diossine e gli effetti sulla salute umana che si sommano a quelli dell’asbesto e degli altri agenti patogeni e cancerogeni che si sono diffusi nell’ambiente in seguito all’enorme incendio.

Conseguenze dell’esposizione ad amianto.

L’amianto provoca patologie fibrotiche (asbestosi, placche pleuriche, ispessimenti pleurici) e cancerogene (mesotelioma, tumore polmonare, cancri degli altri organi delle vie aeree e gastrointestinali) con tempi di latenza che possono arrivare fino a 40 anni.

Non sussiste una soglia al di sotto della quale il rischio si annulla e anche poche fibre possono essere sufficienti per provocare il mesotelioma e altre gravi patologie.

L’ONA stima che solo in Italia, nel 2016, sono decedute più di 6.000 persone per esposizione ad amianto.

Conseguenze della esposizione e ingestione di diossine.

Le diossine hanno un effetto cancerogeno ritenuto causa di linfomi e tumori ai tessuti molli data la tendenza ad accumularsi nelle cellule adipose e determinano alterazioni epatiche, neurologiche e polmonari.

Molto diffusi sono anche i rischi cutanei.

Determinano interferenze con il funzionamento cellulare provocando l’alterazione delle ghiandole endocrine, soprattutto tiroide, timo e ipofisi, con un’azione pre-cancerogena, con squilibrio ormonale, rischio di malformazioni genetiche fetali. Possono causare disturbi della crescita e dello sviluppo psicomotorio e determinare sterilità e scarso sviluppo dell’apparato riproduttivo.

Richieste dell’ONA alle Autorità Comunali.

L’ONA prende atto che alcuni mesi prima del disastro, già i cittadini avevano comunicato tale situazione di rischio e purtroppo non c’è stata efficace prevenzione.

L’ONA pertanto chiede:

  • che il Sindaco di Pomezia e dell’intero comprensorio utilizzi i poteri di adottare ordinanze extra ordinem (ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 50 e 107 del D.L.vo 267/2000) e quindi, sussistendo un pericolo per la salute, può essere utilizzato sia lo strumento dell’art. 191 del Codice dell’ambiente, oltre a quello di cui all’art. 50 co. 5 TUEL per emanare ordinanza con la quale si imponga la immediata bonifica di altri siti con amianto che i cittadini hanno segnalato e la immediata rimozione di eventuali altri rifiuti che fossero presenti (ex art. 192 del D.L.vo 152/2006).
  • supporto alle attività dell’unità di crisi istituita dall’ONA, in relazione alle richieste dei cittadini, preoccupati per la loro salute;
  • provvedimenti specifici per quanto riguarda i luoghi/aziende private. Infatti all’ordinanza emessa in relazione alle scuole non ha fatto seguito alcun provvedimento sanitario relativo alle abitazioni e ai siti lavorativi.
  • supporto per la bonifica degli altri siti in cui è presente amianto, con il rischio ulteriore per la salute pubblica.

Alla Regione Lazio e al Governo.

  • l’incendio ha provocato una calamità per l’agricoltura. Già la sola ordinanza emessa dal Sindaco di Pomezia e dal Commissario di Ardea di divieto di raccolta, vendita e consumo di prodotti ortofrutticoli coltivati, di pascolo e l’utilizzo di foraggi, colpisce 4.000 ettari di terreno e 150 aziende agricole. Risultano però interessate centinaia di altre aziende agricole. Per questi motivi si chiede che il Governo intervenga con la sospensione dell’obbligo di pagamento delle tasse e con altre misure di sostegno per il settore, per evitare il suo tracollo e la perdita di posti di lavoro, e un danno irreversibile più grave rispetto a quello di immagine già subito;
  • una più rigorosa normativa in materia di impianti chimici, ovvero di lavorazione chimica, con l’obbligo di un servizio di istituzione di un presidio antincendio interno a tutti gli stabilimenti in cui c’è il rischio di incendio di materiali tossici;
  • Ultimare la mappatura dei siti in cui vi è presenza di amianto nella Regione Lazio.

Alla Magistratura e agli organi di controllo.

  • immediata attivazione di serrati controlli per il rispetto delle normative di cui alle direttive Seveso, e di cui al D.L.vo 81/2000, con l’applicazione del principio di precauzione;
  • provvedimenti cautelari reali in riferimento a siti con presenza di amianto e altri agenti cancerogeni con rischio incendio;

L’unità di crisi dell’ONA, sta rispondendo a tutte le richieste che i cittadini stanno avanzando, sia telefonicamente, che con email.

“Riteniamo che un impianto di deposito di plastiche, carta e altri materiali riciclati andati a fuoco determinino danni gravissimi anche ove non ci fosse stato amianto e nel nostro caso, almeno per quanto ha dichiarato la ASL Roma 6, tale condizione di rischio è confermata. L’ONA rimane in prima linea per assistere i cittadini e le popolazioni colpite da questo disastro. Non ci riferiamo soltanto al rischio amianto, ma anche alle diossine e alle altre sostanze inquinanti e cancerogene”.

Raccomandazioni importanti diffuse dall’ONA (Dipartimento di Prevenzione – Coordinato dal Prof. Giancarlo Ugazio)

1)    Uso di maschere. Preferibilmente con FFP3, specialmente per coloro che vivono nelle zone limitrofe.  In base ai dati tecnici di illustrazione dei dispositivi disponibili, tali protezioni sembrano essere sufficienti;

2)     Divieto assoluto di mangiare frutta e verdura prodotta entro i 5 km dal rogo, e attenzione e quindi misure igieniche per tutti gli altri prodotti. Non sempre il solo lavare la frutta può essere sufficiente (il fatto che c’è stato vento e non la pioggia, potrebbe aver fatto disperdere le fibrille di amianto anche a distanze notevoli);

3)     Come pulire i terrazzi e balconi: La polvere depositata sui terrazzi e sui balconi potrebbe essere lavata con abbondante quantità d’acqua con sapone, tipo quello di Marsiglia; converrebbe non impiegare la candeggina per questa operazione di pulizia.

4)   Per quanto riguarda i pozzi: Se i pozzi sono chiusi con apposita copertura, non vi dovrebbero essere entrate quantità rilevanti delle polveri dei fumi dell’incendio tanto da rendere rischioso l’uso dell’acqua. Nel caso contrario, se i pozzi sono aperti, è assolutamente sconsigliato berne l’acqua, e sarebbe opportuno segnalare il rischio in modo adeguato. Ovviamente, chiuderli ora non basterebbe in quanto sono stati esposti a inquinamento almeno da due giorni. Potrebbero anche essere eseguiti accertamenti sui flussi dell’acqua per constatare se, eventualmente, i pozzi sono stati inquinati attraverso la falda.

5) Le istituzioni deputate ai controlli ambientali sarebbero tenute a monitorare le derive e gli spostamenti sia delle polveri di minerale (asbesto), sia dei composti nocivi che potrebbero essere stati generati dalla combustione di materiali organici in presenza del cloro (diossine), tenendo conto delle prevalenti direzioni dei venti. Queste entità metereologiche agiscono in modo avverso alla salute degli abitanti della zona interessata dall’incendio, favorendo l’aero-dispersione dei veleni su aree più ampie. Meglio sarebbe stato il contributo di detersione dato dell’acqua piovana, ma ciò non è programmabile.

6)      Per quanto riguarda gli accertamenti è importante mettersi nella zona corretta per il prelievo dei campioni da testare, in quanto, più lontano queste rilevazioni verranno fatte, meno veritieri potranno essere i risultati.

 

I numeri della strage in Italia:

6000 decessi per patologie asbesto correlate. Infatti ai più 1500 decessi a causa del mesotelioma, vanno aggiunti almeno 3000 decessi in seguito a tumori polmonari causati dall’amianto, e a questa drammatica contabilità debbono essere poi aggiunte tutte le altre patologie, che portano l’Associazione a tale stima.

Nel Lazio sono stati censiti fino al 2011 n. 811 casi di mesotelioma: un numero altissimo se si considera l’istituzione del registro da pochi anni, e che poi debbono essere aggiunte tutte le altre patologie asbesto-correlate.

Quindi si tratta soltanto della punta dell’iceberg, perché non risultano censite tutte le patologie asbesto correlate, ma soltanto il mesotelioma che è una patologia relativamente rara rispetto alle altre, anche se pur sempre riconducibile all’esposizione ad amianto, ed è per questa ragione che l’Osservatorio Nazionale Amianto sta realizzando un’indagine epidemiologica che attinga dai dati dei COR regionali e dalle segnalazioni e che si avvalga, allo stesso tempo, della piattaforma web REPAC ONA (http://www.onarepac.it), alla quale tutti i cittadini possono accedere, segnalando, in modo anonimo, casi di patologie asbesto correlate e avere quindi una fotografia dell’impatto dell’amianto sulla salute umana, ben oltre la rilevazione dei soli casi di mesotelioma.

 

Su youtube il link dell’intervista di oggi, 8 maggio 2017, del Presidente ONA su TgCom24 https://www.youtube.com/watch?v=egy8tWpEfuk

fonte: https://www.onanotiziarioamianto.it/wp/ona/losservatorio-nazionale-amianto-dirama-primo-bollettino-dellunita-crisi-diffuso-primo-decalogo-difesa-del-cittadino/

SOLO UNA SINISTRA AUTENTICA RIUSCIRA’ AD ABBATTERE L’EUROPA NEOLIBERISTA

SOLO UNA SINISTRA AUTENTICA RIUSCIRA’ AD ABBATTERE L’EUROPA NEOLIBERISTA

Matteo Salvini

La critica all’Europa, quando si ammanta di retorica xenofobica e toni razzisti, finisce per rafforzare politicamente la posizione “eurista”.

Massimo D'Antoni

I CONDIVISORI

I CONDIVISORI

Damasco

di Jacob FOGGIA

 

storia triste di vittime sentimentali

“Con la coscienza sporca per legittima difesa” (Kaos, Coupe de grace)

Il 24 marzo del 1999 i caccia dell’Occidente si alzarono in volo per sorvolare l’Adriatico e aggredire la Federazione Jugoslava, stato sovrano.

Andavano a prendersi il Kosovo.

L’Italia, paese vassallo con D’Alema al timone, era parte in causa.
Offriva basi militari, aeroplani, uomini. Per mesi i media di casa nostra parlarono di quella regione misconosciuta, del Kosovo, come uno stregone può parlare ai bambini di un bosco incantato. Del resto, che ne sapevamo noialtri dei progetti di “Grande Albania”, dell’epica di Piana dei Merli, dei monasteri bruciati, degli scontri tra albanesi e serbi? A stento riuscivamo ad individuare il Kosovo sulla cartina d’Europa.
E, da spugne, ci siamo ingrossati di propaganda.

All’epoca, persino molti tra i compagni – per non parlare dei pacifisti – avviavano le loro analisi dal punto, ritenuto fermo, della “pulizia etnica” in corso.

I cattivi erano i serbi. Il fatto che fossero anche gli unici a poter infastidire i progetti imperiali di allargamento ad Est di capitalisti straccioni e organizzazioni militari desuete quali la NATO, era – agli occhi di tanti – una semplice coincidenza.

L’informazione di Stato, per mesi, ci ha parlato di stupri, linciaggi, violenze. E, soprattutto, fosse comuni. Le fosse comuni, nell’immaginario collettivo, sono la quintessenza del male. Le vittime, orribilmente smembrate, mutilate, in anonima decomposizione – del resto – spaventano i nostri cuori identitari dai tempi di Foscolo. Ci appaiono in sogno col tanfo della coscienza più nera.

Invisibili.

Nelle fosse comuni che ci raccontavano – in un drammatico, orrorifico conteggio basato sugli aerei spia dei “buoni” – c’erano 30, forse 50, forse 100mila albanesi. Giovani donne, bambini, vegliardi, padri di famiglia, massaie. Che ci guardavano dai bulbi oculari vacanti.

Che chiedevano giustizia, se non vendetta. Alla Comunità Internazionale, imparziale e salomonica.

I bombardamenti durarono settantotto giorni. Ferirono Belgrado, Pristina, Podgorica.

Causarono più di diecimila morti. Disseminarono uranio impoverito per chilometri, uccidendo civili e militari dell’alleanza a distanza di anni.

Nessuno, dopo aver piantato la bandiera dei giusti sul terreno di quella terra ormai svuotata ma indipendente, fece più riferimento alle fosse comuni.

Nessuno parlò più dell’argomento.

O, meglio, in un paio di occasioni – tra il 2000 e il 2001 – eccezionali “scoop” giornalistici spiegarono agli italiani che erano state finalmente trovate, le fosse. Un paio.
Vicino Belgrado. Con 800-1000 persone dentro, presumibilmente. Soldati dell’Uck, più che civili.
Amen.

Funzionava così, ai tempi. Del resto, internet non era ancora il nostro abbeveratoio di menzogne, il nostro ripetitore di sciocchezze, il lavacro purificatore del nostro sopravvalutato ego.

Ai tempi c’era il martellamento televisivo, l’ossessività della carta stampata, per orientare una pubblica opinione non ancora resa falsamente “attiva” dalla presuntuosa interazione.

Ma, a prescindere dagli strumenti e dalla loro modernità o raffinatezza, il principio che lega la guerra di Siria alla prima guerra punica è lo stesso. La mostrificazione di un nemico esterno, tradotto agli occhi della brava gente come la sintesi di ciò che è inumano, ingestibile, terrificante.
Altro.

Il nemico fa paura per la sua bestialità.

La sua bestialità lo rende indegno di occupare un posto nel consorzio umano. Non merita pietà.

Gli ebrei bevevano il sangue dei bimbi cristiani, i selvaggi uccidevano gerarchi fascisti andati a costruirgli le strade, i nordvietnamiti attaccavano navi statunitensi nel Golfo del Tonchino, anche prima dell’era del virtuale, dell’iperconnessione, della ripetizione ennesima dell’immagine e del concetto.

Era falso, certo. Ma non aveva importanza. Come non ne ha adesso. Sebbene noialtri si abbia qualche strumento in più per constatarlo.

Torna in mente il Tognazzi cardinale che, dinanzi all’osservazione dell’Alberto Sordi frate secondo cui il sangue attirava la plebe ai tempi dei romani, ribatte: “In ogni tempo, fratello. In ogni tempo”.

 

Il popolo virtuale è buono e sensibile. E questo lo rende implacabile.

Affezionato a quella monumentalizzazione delle vittime di cui parlava Luzzatto.

Istintuale e perverso, mosso da una sottomarca d’umanitarismo che, di fatto, finisce per farsi strumento.

Finisce nel perdersi nella funzione.

Il limite, probabilmente, sta nel mito nella neutralità.

Nel ritenere imparziale qualsiasi informazione.
Si può capire ed emotivamente comprendere che in tanti si sentano scossi da certe immagini anziché da altre.

Il nostro cervello è selettivo. Ma dobbiamo renderci conto che non esistono immagini neutre. O versioni obiettive.

I bimbi di Idlib non fanno eccezione.

 

Siamo parte di una gigantesca indagine di mercato.

 

Cosa pensa di ottenere il popolo di internet reiterando la propria indignazione, il proprio orrore, mostrando quelle foto terribili?

Pensa di far valere la propria umanità ma, di fatto, sta sposando una parte della contesa.

E l’altra, forte del supporto sentimentale incassato, cosa farà, in risposta?

Una bella inchiesta internazionale per porre fine con una stretta di mano ad una guerra che la nostra indifferenza idiota ha scatenato? Sbagliato.

Bombarderà altre città, altri quartieri. E altri bambini moriranno.

 

Grazie anche al buon cuore dei condivisori.

 

Ma quelle immagini non le vedremo. E ci sentiremo tutti meglio. Tutti salvi. Come Netanyahu. Come Trump.

Certo, dinanzi ad un bambino che fatica a respirare, dinanzi ad un bambino che vomita sangue; dinanzi ad un bambino che muore – come diceva qualcuno – non si può far altro che sdraiarglisi accanto e giocare al morto.

Idlib è l’intestino crasso della guerra. La sua sostanza. La sua viscera marcescente.

In una parola, è la guerra. Perché la guerra eroica, quella di Omero o del Piave, è retaggio dell’età della non riproducibilità.

Invece, a questo popolo di cuore, oggi tutto viene pietosamente gettato in pasto.

Famelicamente. Senza filtri, se non qualche ipocrita avvertenza o l’auto-censura dei tg, che funge da volano alla morbosità della ricerca.

Il punto, dopo Idlib, è porsi due domande sulla nostra volubilità.

Giacché posto per assodato che la guerra è brutta, gli sbalzi umorali dell’utenza a noi non sembrano così diversi dagli sbalzi umorali di un gruppo d’acquisto o di un elettorato.

Non foss’altro per la concordanza esistente tra i soggetti.

In due parole: dopo l’attentato di Parigi la rete è diventata un ricettacolo di compassionevoli giustizieri in cerca d’autore. Si invocava, da più parti, il pugno di ferro contro Daesh come pendant del rispetto per le vittime. Lacrime e pioggia di fuoco.

Per la prima volta c’è stata gente “comune” che ha puntato il dito contro gli statunitensi, giudicati troppo morbidi nella loro strategia anti-Isis. Insospettabili hanno evocato la riscossa di Hollande.

O sono corsi tra le braccia di Putin. Perché, si sa, l’uomo forte ispira sempre i Bar dello Sport.

Quando l’aviazione francese ha colpito Raqqa, capitale del Califfato, rendendo reali le fiamme evocate, le immagini dello scempio sono corse di bacheca in bacheca, riprese da Youtube.

E le urla della gente sotto l’auspicato fuoco ha nuovamente spinto il popolo a mutare posizione. Tra chi ha espresso il dubbio complottista dell’attentato come pretesto e chi il proprio sdegno per il genere umano, il disprezzo ha nuovamente cambiato campo.

In meno di quarantotto ore, l’intero spettro del sentire virtuale ha stilato il suo manifesto. La vittima civile come autentico eroe del ventesimo secolo, per dirla ancora con Luzzatto. E il ventunesimo non è cominciato diversamente.

Insomma, siamo sempre lì. Abbiamo ancora nelle orecchie gli osanna alzati al cielo d’Occidente quando le eterodirette piazze delle capitali del Nord Africa cominciavano a riempirsi di manifestanti.

Noi – precarizzati, sfrattati, privati dei diritti, del welfare e, per chi ci crede, del voto di rappresentanza – sui balconi del mondo ad annuire sapientemente, come chi la sa lunga. A dire ai popoli arabi che così si fa.

Che finalmente, dopo la primavera di bellezza, anche loro avranno la democrazia.

Poi i tiranni sono caduti, esattamente come Saddam nel 2003. E a nessun festoso democratico è più interessata la pervicacia dell’intervento straniero su quei paesi che si dovevano riportare nel gregge. Un’euforia contagiosa e senza ritorno (o prospettiva) ha salutato il crollo di Ben Alì, di Mubarak, di Gheddafi. Un olè dietro l’altro.

Ignorando la sovranità violata di Algeria, Tunisia, Egitto, Libia.

Un voto val bene un’eliminazione dall’atlante politico.

I democratici – anche loro, più virtuali che reali – hanno detto di prendere esempio. Poco importa se gli islamisti radicali s’erano fatti sotto o se piazza Tahrir s’è trasformata in un bagno di sangue e Tripoli e Bengasi si sono spartite una guerra civile.

Importante era il principio, dicevano. Anche quando Assad fece timidamente presente alla comunità internazionale, che alla prima violazione dell’indipendenza siriana ci sarebbe stata una carneficina. Qualcuno non s’è fatto scrupolo ad utilizzare i guerriglieri di Daesh pur di rovesciare l’uomo forte di Damasco.

Qualcuno li ha etichettati come “ribelli”, dismettendo – in quelle zone – il termine “terrorista”.

Lo stesso qualcuno che Daesh l’aveva creato e finanziato, in Iraq.

Gli attentati in Europa hanno “costretto” l’ultimo Obama a cessare la guerra irregolare e non dichiarata con la Russia e, di fatto, a mettere da parte l’appoggio ai “ribelli”. Trump ha cambiato rotta, tornando all’origine.

Bisogna abbattere Assad e, come nel resto dell’Africa settentrionale “liberata” dalle primavere, sostituirlo con un governo compiacente, debole e poco propenso a rompere i coglioni.

La propaganda che giunge a noi, dopo un interregno di maggiore benevolenza (Assad è finito addirittura ai microfoni del tg1, con tanto di sorrisi dell’inviata e saluti), è tornata quella del pre-Bataclan. Perché noi siamo spugne, oggi come nel ’99, oggi come nel 264 a.C.

Spugne che si fregiano di sentimenti sovrastimati: l’odio, la compassione, l’indignazione, la rabbia.

Ci riteniamo autonomi, ma siamo mercato. Non abbiamo mai visto i curdi perseguitati dalla Turchia che faceva affari con l’Isis.

Ma riteniamo la Turchia di Erdogan un alleato. Non abbiamo mai visto le impiccagioni pubbliche degli omosessuali in Arabia Saudita. Perché l’Arabia è un alleato.

Non abbiamo mai visto i bambini palestinesi morti di fosforo bianco sionista. Perché Israele è un alleato.

Alleato non certo nostro, ma di coloro che pilotano le nostre emozioni come si spostano voti in un sondaggio. Del resto, il gioco è facile: se il popolo virtuale avesse saputo dei bimbi morti a Dresda, avrebbe cominciato a nutrire simpatie per il Nazionalsocialismo.

In Siria si combatte una guerra terribile come tutte le altre guerre.

Come in ogni guerra, il prezzo più alto lo pagano i civili.

Da una parte le forze lealiste, dall’altra i “ribelli”, per lo più islamisti.

In Europa si combatte una guerra. La medesima. Idem in Russia. In Turchia.

Una guerra che fa vittime tra i civili, a decine.

E non ci sono nostri governi, giacché nessun governo ci è amico.

Nessuno chiede a nessuno, in questo groviglio di interessi, di mettersi a fare il “tifo” per questa o quella parte in causa.

Ma forse è arrivato il momento di superare la monumentalizzazione delle vittime, di capire che cosa si vuole, dando per scontato che si voglia la pace e che la pace sia oggi impossibile. Schierarsi. Ma non con l’uno o con l’altro, come se fossimo ad X-Factor.

Ma contro. Contro il cinismo del denaro, che ha ridotto in polvere le istituzioni dei paesi laici trasformandoli in serragli dell’ottusità religiosa, che ha lasciato le popolazioni arabe allo sbaraglio, che ha coscientemente fomentato la guerra e il terrorismo, che non piange le vittime che genera.

Dateci retta: a nessun apparato politico, a nessuna struttura militare, di questo capitalismo infame, interessa un fico secco dei bambini di Idlib. Né della verità sull’uso del sarin. Men che meno della libertà di cui vanno ciarlando.

Sono loro i nostri nemici. E sono implacabili quanto la nostra vulnerabile volubilità.

Da cui sarebbe il caso di liberarci.