Libertà personale e libertà di mercato

Libertà personale e libertà di mercato

schiave-violenza

Parole chiave del femminismo neoliberista con vestitino anarchico (*)

La confusione tra libertà personale e libertà del mercato.

di Anastasia V.
Questo articolo è una sorta di cantiere aperto, che raccoglie diversi contributi e verrà continuamente aggiornato sulla base di nuovi input che prenderò di volta in volta in considerazione.

Il tema centrale è costituito dalla risignificazione in ottica neoliberista delle prospettive femministe.

Tale risignificazione – non molto diversamente da quanto avviene nel renzismo – opera mediaticamente attraverso proposte che spingono verso una sempre più ampia libertà dei mercati, confusa ad arte con la libertà personale. Questo processo, contrapposto al “vecchio” e in nome della “modernità”,  è particolarmente evidente nella forte spinta verso la depenalizzazione del reato di induzione e sfruttamento a sfondo sessuale.
La prostituzione infatti in Italia è già legale  – al punto che la Cassazione ha di recente confermato l’obbligo relativo al versamento delle tasse (stato pappone di fatto) – ma il target è renderla  un “lavoro come un altro” affinchè  la figura classica del pappone e della pappona (2) acquisisca una sua dignità e legalità nel senso di libero imprenditore (sistema tedesco e affini).
Vale a dire, si auspica anche in questo caso la figura di un datore di lavoro o comunque di terzi che possano trarre un utile da detta attività. Tale retorica viene portata avanti sia attraverso la disinformazione e mistificazione (ad esempio “decriminalizzare le prostitute!”, la cui attività in Italia è, lo si ripete, legale, sia attraverso svariati cavalli di battaglia che paradossalmente vengono talora infarciti di  A per anarchia: la finta trasgressione per ottenere l’effetto bandwagon anche tra le fasce più tradizionalmente a sinistra e da contrapporre ai leghisti che parimenti spingono in tale direzione (Salvini di recente come promessa elettorale).
Se prima in ogni talk show vedevamo persone che pregavano di pagare le tasse, dopo le conferme su detto obbligo si nota invece una certa tendenza ad  evitare le telecamere.
Il vero obiettivo era un altro.

L’analogia con la raccolta dei pomodori.

Ovvero come il neoliberismo nega la specificità della violenza o sfruttamento sessuale. Ormai accade non di rado di vedersi confrontate con l’equazione sessualità = raccolta dei pomodori, delle zucchine, rifare i letti di un albergo, fare la badante.
Questa equazione viene portata avanti, come detto,  da chi cerca di depenalizzare il reato di induzione e sfruttamento della prostituzione, ovvero la legalizzazione del datore di lavoro o chi ne trae utili  – pappone o pappona –  ovvero i grandi o piccoli bordelli come in Germania.
La “logica” alla base di questa equazione é la seguente: la fica non é sacra (suona molto ribelle e disinibito, “anarchico” appunto) , quindi può essere venduta appoggiandosi a un datore di lavoro come un altro. Quali sono le conseguenze di un simile messaggio? 1) Una corsa al ribasso, diritti al ribasso, la coerenza al ribasso.
Se come sistema permettiamo lavori sfiancanti e malpagati in un call center, in un campo di pomodori e zucchine, in un albergo, in una casa di riposo, per coerenza (!) dobbiamo permettere anche lo sfruttamento sessuale.
Significativo come gli ultrà di questa equazione non facciano mai paragoni con il mestiere o la professione di giornalista, medico, ricercatore, insegnante, operaio specializzato, infermiere, elettricista. Perlomeno ammettono che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di persone che non hanno avuto la possibilità di scegliere tali professioni, di avere un percorso di studi o avviamento professionale che permettesse loro di accedervi.
E infatti oggi i soggetti coinvolti nella tratta (che non é solo una pistola puntata alla testa ma ogni situazione di estrema indigenza, per cui la parola libera scelta o autodeterminazione si trasforma in una pagliacciata neoliberista) sono soprattutto straniere.
Non a caso parlo anche di neocolonialismo. Non a caso alcune sopravvissute sottolineano il carattere marcatamente razzista degli attuali sistemi mercificanti, laddove il cliente anche della tratta classicamente intesa – pistola puntata alla testa –  scompare da ogni dibattito (in media un uomo bianco, etero, occidentale, benestante).
Senza contare la consueta deliberata confusione tra libertà del mercato e libertà personale e l’approccio meramente individualistico e non sistemico tipico delle logiche neoliberiste. La differenza tra libertà del mercato e libertà personale si può evincere anche da un’analogia con i voucher: per un lungo periodo in tv abbiamo visto testimonial che si dichiaravano felicissimi di essere retribuiti in questo modo. Qualche testimonial si trova sempre e non è difficile metterlo in prima pagina quale campione rappresentativo. La famosa giustizia fondata sul sondaggio, per di più ad minchiam, ovvero condotto in modo non scientifico.
“Se a me piace essere retribuito così, perché qualcuno dovrebbe impedirmelo? Tenendo conto del fatto che gli altri possono rifiutarsi?”
Capirete da voi che tale “libertà di scelta” non influisce soltanto sul soggetto desiderante ma sull’intera società, in quanto crea un sistema dal quale scompaiono, o possono scomparire per tutti, altre forme di retribuzione.

Sul mercato non si può parlare di meri desideri individuali: nel momento in cui avvengono transazioni economiche queste incidono sull’intero sistema.

Se io decido di intrattenermi con 10 uomini al giorno può essere effettivamente cosa bella e piacevole e una mia legittima scelta, se decido di mettere il mio corpo sul mercato in una qualsiasi forma la “scelta” non riguarda più solo me, ma tutte le donne che potranno essere coinvolte in tale mercato, per motivi che con la libera scelta nulla hanno a che vedere.
Idem per la donazione di organi da viventi: una cosa la donazione altra la possibilità di venderli, che trascende il soggetto desiderante. Talora si riscontra anche una sorta di razzismo inverso: il lavoro di prostituta sarebbe più gratificante di quello della badante e permetterebbe di guadagnare di più (discutibile, dato che con l’aumento dell’offerta calano i prezzi come successo in nuova Zelanda  o altrove, e si vedano i nuovi bordelli all you can fuck in Germania e Svizzera)
2) La negazione della specificitá della violenza sessuale: se io ti stupro, é vero sí che ti ho costretto a fare qualcosa contro la tua volontá o che non ti piace. Ma non ti piace nella stessa misura in cui non ti piace raccogliere pomodori, zucchine, o rifare i letti. E se ti costringo a rifare un letto o 10 letti in un giorno, certo non rimarrai traumatizzata per questo. Anche se non hai gradito. Questo discorso vale in primis per la prostituzione basata su mancanza di risorse economiche
3) “Risolvere” il problema occupazionale, offrendo nuove e ben piú gravi forme di sfruttamento.
4) Tacciare di incoerenza tutti coloro che ogni giorno si battono per ogni tipo di sfruttamento (e che in ottica anticapitalista auspicherebbero un sistema totalmente diverso) ma che ben riconoscono i gradi e la specificitá della violenza sessuale. Usare uno sfruttamento per negarne un altro. Ricorrere al sempreverde trucco all lives matter per depoliticizzare questioni specifiche. Il metodo di molti hater antianimalisti: “e allora il coltan??!1 e allora le pantofoline indiane??!1 e allora i virus?!”
5) il rovescismo  o risignificazione dello slogan “il corpo è mio e me lo gestisco io”, passato da libertà di autodeterminarsi a libertà di auto-oggettificarsi (“il corpo è mio e me lo mercifico io, il mio pappone me lo scelgo io, ad Arcore ci vado da sola”).  Libertà è libertà di avere un padrone.

Libertà è libertà di avere un prezzo.

Di autoetichettarsi. Arbeit macht frei.
Non a caso questa “accezione” è stata spesso invocata (Sgarbi se non erro, tra i tanti) per legittimare il sistema Arcore, tra i molti esempi che si potrebbero citare. Al di là dell’ordinamento giuridico e soluzioni in termini legislativi, va ricordato che il femminismo intende agire soprattutto sulla cultura e non è esattamente la cultura dell’auto-oggettificazione, il target, come le mistificazioni neoliberiste vorrebbero dare ad intendere.
Vittimizzazione. Svincolare una donna dal “ruolo” di vittima, “consegnarla” al regno dell’autodeterminazione non significa convincerla che lo status quo possa essere re-interpretato o ri-significato a suo vantaggio (femminismo neoliberista), ma creare le condizioni per cui possa “imbracciare un fucile” contro di esso.  E quindi scegliere. Tutta la querelle sul “victimhood” era nata bene (non siamo fragili per natura) ma come spesso accade é finita malissimo. Si è tramutata nella accettazione dello status quo, nel cercare di ottenere qualche briciola in più dal sistema patriarcale. In rassegnazione. Pagando pure le tasse. Nella ricerca della istituzionalizzazione e normalizzazione di una industria. Che con l’anarchia pure poco ha a che fare. Magari però con l’anarcopatriarcato. Il discorso è molto pericoloso perchè potrebbe portare anche a legittimare situazioni di violenza domestica, fisica o psicologica: se la donna non si ribella, non denuncia, non scappa, significa che è autodeterminata.
Bigottismo. Spesso le abolizioniste vengono definite bigotte. In questo modo si cerca di deviare l’attenzione dalla valenza sistemica attraverso banalissimi attacchi ad hominem, ai quali, dato il livello, si può rispondere in un unico modo: meglio suore che finte puttane (molte professorine col culo al caldo amano entrare in scena in questo modo, suona molto anarchico dire che si è puttane, in ottica da tredicenne). Inoltre sono proprio le libfemm ad avere una visione romantica e idealizzata del meretricio, laddove l’ istituzionalizzazione e statalizzazione attraverso il bordello, la tassazione e il “datore di lavoro” non rappresentano altro che la vittoria della gerarchia, sociale ed economica, proprio quella che si dice di voler combattere. Altro che anarchia. Ricordo volentieri che la rivoluzione sessuale è stata portata avanti dal “veterofemminismo” anni 60 e 70 e non da quella pagliacciata funzionale al sistema  che è diventata la corrente “sex positive”.
Paternalismo. Torniamo ai  voucher. Potrete trovare diverse persone contente di averli ricevuti, altre che avrebbero preferito diverse forme di retribuzione, altre ancora che in generale hanno condannato l’intero sistema considerato di sfruttamento.
Per carità, legittimo avere diverse opinioni.
Ma di certo sembrerebbe strano se qualcuno, che prenda in considerazione solo il primo gruppo, dicesse al terzo che si é paternalisti verso i lavoratori retribuiti con voucher. E che per questo il sistema dovrebbe permanere. Si possono sempre rifiutare!
Oppure immaginate che qualcuno prenda come campione rappresentativo dei senza tetto Diogene di Sinope, e dica a chi vuole offrire case (non botti, non cartoni) di essere paternalista, dato che ci sono alcuni Diogene (ed é vero) che sanno quello che fanno.
E allora la filosofia? E allora il brivido della libertà? Facciamo invece pagare l’Imu su botti e cartoni, per garantire la libertà di tutti.
Vi sembrerebbe strano vero? Potremmo continuare, e continuereste a meravigliarvi. Provate a prendere come base una qualsiasi forma di sfruttamento sessuale della donna e l’argomento del paternalismo verrà accettato senza battere ciglio. L’ottica sistemica completamente ignorata. E nessuno si meraviglierà. Le magie del patriarcato neoliberista.
Stigma. E concludiamo con lo stigma: in linea generale é quasi sempre l’oppressione a creare la discriminazione e non la discriminazione a generare oppressione.
Perché?
Perché non si parla mai di idee iperuraniche ma di precisi meccanismi di potere.
Un nero non é oppresso perché nero, un nativo non é oppresso perché si veste diversamente e ha diverse tradizioni. I neri sono stati prelevati e schiavizzati non perché l’uomo bianco in due secondi ebbe l’intuizione che nero é inferiore.
L’uomo bianco necessitava dell’animale forza lavoro.
A giustificazione di questa forma di potere si sono costruite le “razze”. Poi arrivò l’abolizionismo.
Perché le prostitute sono stigmatizzate? Per colpa delle abolizioniste? Non proprio, non sono le abolizioniste a parlare di quale donna é più chiavabile al miglior prezzo. Per non parlare delle prostitute straniere “ogni tanto vado con le negre …sono stato anche con altre prostitute ma con le negre mi diverto di più, é come fare un safari. Mi sembra di andare a caccia. Mi sembra di cacciare degli animali grandi e grossi. Poi sono tutte uguali, vai nel mucchio, non hai il problema della scelta. Poi loro per i soldi fanno tutto, con loro ti senti una potenza” (Dal Lago e Quadrelli, 2003, p. 231).

Lo stigma si elimina con l’eliminazione dei SISTEMI di sfruttamento che quasi sempre sono di natura economica.

E con la creazione di sistemi nuovi, che permettano di scegliere davvero, per non trasformare il concetto di autodeterminazione in una pagliacciata neoliberista, oltre che patriarcale e neocolonialista. Il pappone o la pappona come nuovo imprenditore dalla faccia pulita per risolvere il problema occupazionale in una infinita corsa al ribasso.
Abolizionismo quindi non significa proibire, ma creare le condizioni affinché siano eliminati i gap socio-economici culturali che impediscono la libera scelta, che truccano da libera scelta l’oppressione, e avere l’obiettivo di una società radicalmente nuova e antigerarchica.

*Nota a margine: sono una grande estimatrice del pensiero anarchico, da cui l’irritazione nel vederlo manipolato in tal modo.

 

Grazie alla pagina “Femminismo e altre liberazioni”.

Perché io, di sinistra, non voterei Macron per fermare la Le Pen

Perché io, di sinistra, non voterei Macron per fermare la Le Pen

Emiliano Brancaccio

 

Giacomo RUSSO SPENA intervista Emiliano BRANCACCIO

«È il “meno peggio” a creare il peggio. Scegliere uno per contrastare l’altro è un controsenso. I cui unici esiti stanno nello spostamento sempre più a destra del quadro politico». La posizione controcorrente dell’economista Emiliano Brancaccio.

Ha festeggiato il 25 aprile, da convinto antifascista. Eppure l’economista Emiliano Brancaccio, una delle voci più autorevoli nella sinistra italiana, ideatore della proposta di “standard retributivo europeo”, se stesse in Francia non voterebbe per Emmanuel Macron: «L’avanzata del Fronte nazionale è una pessima notizia, l’ennesimo segno funesto di un’epoca dominata dall’irrazionalismo politico. Ma…»

Professore, veramente al ballottaggio in Francia non voterebbe Macron per impedire l’affermazione di Marine Le Pen? Dice sul serio?

«Certo, se fossi un elettore francese al ballottaggio non andrei a votare».

Nel giorno del 25 aprile la sua risposta sorprenderà molti lettori. In questi anni lei ha spesso paventato il rischio di nuovi fascismi in Europa, ed è stato tra i più irriducibili oppositori delle destre xenofobe….

«Io festeggio il 25 aprile non semplicemente per celebrare una ricorrenza, ma perché reputo l’ascesa di nuove forme surrettizie di fascismo la minaccia principale di questo tempo.

In questi anni ho trovato patetici gli argomenti di quegli intellettuali sedicenti “di sinistra” che hanno lavorato per sdoganare Le Pen in Francia o Salvini in Italia».

Però adesso che un partito di origini fasciste è a un passo dal conquistare l’Eliseo, lei sceglie di non appoggiare il candidato alternativo. Come mai?

«Chi a sinistra invita a votare il “meno peggio” non sembra comprendere che nelle condizioni in cui siamo il “meno peggio” è la causa del “peggio”. Le Pen e i suoi epigoni sono sintomi funesti, ma è Macron la malattia politica dell’Europa. Scegliere uno per contrastare l’altra è un controsenso».

Può spiegarci meglio?

«Macron incarna l’estremo tentativo del capitalismo francese di aumentare la competitività, accrescere i profitti e ridurre i debiti per riequilibrare i rapporti di forza con la Germania e stabilizzare il patto tra i due paesi sul quale si basa l’Unione europea. Al di là degli slogan di facciata, se vincerà le elezioni Macron cercherà di sfruttare il crollo dei socialisti e lo spostamento a destra dell’asse della maggioranza parlamentare per promuovere le riforme che gli imprenditori francesi invocano e che, a loro avviso, Hollande ha portato avanti con troppa timidezza. Per citare un esempio, Macron non ha mai nascosto che uno degli elementi della sua politica presidenziale sarà una nuova legge sul lavoro, ancora più precarizzante della “Loi Travail” di Hollande.

La sua svolta graverà dunque in primo luogo sui lavoratori e sui soggetti sociali più deboli.

La beffa è che alla fine questa politica alimenterà anche in Francia i meccanismi deflazionistici che hanno distrutto domanda e base produttiva nel resto del Sud Europa. Alla fine Macron non raggiungerà nemmeno il suo obiettivo di fondo, di riequilibrare i rapporti economici con la Germania e stabilizzare il quadro politico europeo. Chi oggi decide di votare Macron sarà ricordato per avere aderito a una politica anti-sociale, che per giunta si rivelerà fallimentare rispetto ai suoi stessi scopi. Non dovremo meravigliarci se poi si apriranno ulteriori praterie di consenso operaio a favore di ipotesi politiche con caratteristiche ancora più marcatamente nazionaliste, e al limite neo-fasciste».

Quindi, secondo lei, austerity e politiche neofasciste rappresentano una spirale che si autoalimenta, come due facce della stessa medaglia. Si potrebbe ribattere che almeno Macron difende i diritti di libertà e le battaglie civili. Lei è sempre stato attento alle istanze dei movimenti di emancipazione civile, e ha sempre contrastato le forze reazionarie che li osteggiano. Non è un motivo sufficiente per votare Macron?

«No, piuttosto è l’equivoco su cui da tempo ci facciamo del male. La storia insegna che diritti sociali e diritti civili arretrano o avanzano insieme. Sostenere un candidato che vuole cedere altri diritti sociali in cambio di presunti avanzamenti sul versante dei diritti civili è un modo ulteriore per lasciare che i movimenti reazionari continuino a fare proseliti tra le fasce sociali più deboli, con effetti a lungo andare negativi per le stesse conquiste in tema di libertà individuali».

Dunque lei è d’accordo con la scelta del candidato della sinistra, Mélenchon, di non dare indicazioni di voto per il ballottaggio?

«Avrei alcune cose da obiettare anche a Mélenchon. Ma non questa scelta».

Il Partito comunista francese si è invece affrettato a dare man forte a Macron in vista del ballottaggio. Che ne pensa?

«È il movimento tattico di un partito che tenta di sfruttare il crollo socialista per guadagnare qualche posizione. Mi sembra una mossa di corto respiro, che i comunisti francesi rischiano di pagare cara quando Macron rivelerà il vero volto della sua politica “modernizzatrice”».

Così però lei mette in discussione la tradizione del fronte repubblicano e anti-fascista, che caratterizza da sempre la sinistra francese.

«Mi risulta che i dirigenti della sinistra francese facciano ancora qualche buona lettura. Suggerirei di dare uno sguardo a una lettera dell’economista Piero Sraffa ad Antonio Gramsci, datata 1924, in pieno fascismo. In essa Sraffa evocava la necessità in primo luogo di una “rivoluzione borghese” di stampo anti-fascista, e solo dopo intravedeva qualche possibilità di avvio di una politica operaia.

Gramsci, che per altri versi stimava Sraffa, in quella occasione stigmatizzò la presa di posizione dell’amico definendola il retaggio di una formazione intellettuale liberale, cioè normativa e kantiana anziché marxista e dialettica. Ovviamente aveva ragione Gramsci. Tanto più oggi, in condizioni storiche che sono molto meno tragiche di allora, possiamo trarre da quello scambio una lezione fondamentale: tu puoi gettare le basi per la costruzione di una credibile forza politica di sinistra solo se porti avanti una lunga e faticosa opera di elaborazione di un punto di vista autonomo del lavoro rispetto alle forze egemoni in campo.

La lotta tra i partiti di “establishment” rappresentativi degli interessi del grande capitale europeo, e le forze piccolo-borghesi di orientamento nazionalista, è destinata a durare ancora a lungo.

Il peggio che in questa fase storica possa fare una forza di sinistra è attuare quello che un tempo si definiva “codismo”: ossia portare acqua all’una o all’altra di quelle due opzioni politiche, in un ruolo subalterno destinato a procurare solo danni alla reputazione e alle prospettive future.

L’unica chance per dare nuovamente voce alle istanze sociali e del lavoro incuneandosi nello scontro tra gli interessi del grande e del piccolo capitale, è di costruire una chiara alternativa dialettica a entrambe quelle opzioni politiche».

Un’alternativa che non prevede mai accordi, alleanze o convergenze tattiche?

«Mi pare di ricordare che una regola base della “tattica” sia che puoi immaginare un patto contingente con tutti, anche con il diavolo, ma solo se ritieni che potrai uscirne forte. A proposito di 25 aprile, l’adesione dei comunisti ai comitati di liberazione nazionale fu un caso di questo tipo. Ma nell’attuale fase storica è tutto diverso: io vedo solo convergenze auto-distruttive.

Invitare a votare Macron è auto-distruttivo».

D’accordo, professore. Ma se poi Le Pen vincesse le elezioni? Lei verrà additato tra i “cattivi maestri” colpevoli del successo fascista, lo sa questo?

«Le forze potenzialmente neo-fasciste possono già vantare un enorme successo: stanno cambiando il modo di pensare dei popoli europei. Nel mio piccolo, mentre altri supposti “maestri” giocano a lusingarla e accarezzarla, io lotto da anni contro una montante cultura retrograda e fascistoide, che si sta facendo strada molto più di quanto le sole dinamiche elettorali indichino. Bisogna comprendere che anche se non vincono le elezioni i partiti nazionalisti e xenofobi stanno già facendo vera e propria egemonia. Schengen crolla, la politica securitaria avanza, il parlamentarismo è sempre più in crisi. I partiti cosiddetti di “establishment” introiettano sempre di più pezzi di programma delle destre estreme: in certi frangenti le agende politiche mi sembrano condizionate persino più da queste forze che dai tecnocrati di Bruxelles. Davvero c’è chi pensa di contrastare questa lunghissima onda nera, che durerà anni, con il liberismo a scoppio ritardato di Macron, con la sua proposta politica avversa alle istanze sociali e del lavoro? E’ un’illusione folle».

Questa volta non tutti saranno d’accordo con lei…

«Me lo immagino. Già vedo due file di opinionisti “di sinistra”, una lunga costituita da quelli che si affretteranno a dichiarare il loro voto per il giovane delfino del più retrivo liberismo finanziario, e una più corta di coloro che non mancheranno di dare sostegno alla signora fascista candidata all’Eliseo. Provo sincera pena per gli uni e per gli altri».

 

fonte: https://www.sinistrainrete.info/politica/9648-emiliano-brancaccio-perche-io-di-sinistra-non-voterei-macron-per-fermare-la-le-pen.html