LASCIATELO IN PACE

LASCIATELO IN PACE

Antonio Gramsci

 

di Massimo RIBAUDO

Ieri, 26 Aprile il viceministro dell’Economia Enrico Morando del Partito Democratico, rispondendo ai Senatori che si erano iscritti a parlare per definire la loro posizione sul DEF, il documento di economia finanziaria del Governo, ha praticamente detto che il governo Renzi e l’attuale – la sua fotocopia – ha fatto più della destra per consolidare – quindi tagliare, eliminando servizi, posti di lavoro e investimenti – la spesa pubblica.

Si è VANTATO di aver disatteso l’impegno del suo partito e della sua maggioranza di utilizzare le risorse pubbliche per l’interesse generale del Paese. Le ha utilizzate per obbedire alla regole della BCE e della Commissione Europea.

Ha governato più a destra della destra, nel ridurre fortemente le spese dello Stato (che sarebbero redistribuzione dei redditi e servizi, a definirle come si deve), proprio come l’ordoliberismo tedesco, che è l’ideologia dominante dei Trattati UE, vuole e comanda.

Rispondendo poi a una domanda sull’aumento del debito pubblico, nonostante questo consolidamento (che dovrebbe definirsi impoverimento generale dello Stato e dei suoi cittadini), Morando lo ha imputato direttamente alla spesa pensionistica.

Gli italiani vivono troppo a lungo.

E questo causa una spesa sempre maggiore per lo Stato. La crisi bancaria e del debito privato dei cittadini non è stata minimamente menzionata. La colpa è tutta di chi vive lungamente e osa anche pretendere una pensione.

Questo è il PD.

E, ricordiamo che Enrico Morando è sempre stato un “migliorista”. Quindi, con le dottrine ordoliberiste di Giorgio Napolitano, ci va a braccetto.

Dopo questo esempio di vergognoso trasformismo politico, il Presidente del PD, Matteo Orfini, ha osato oggi, 27 aprile, “rendere un omaggio”, come lui dice, sull’urna cineraria di Antonio Gramsci per gli 80 anni dalla sua morte, al cimitero acattolico di Roma.

Lo avremmo voluto vedere piangere, chiedere scusa, inginocchiarsi per dimettersi da ogni incarico politico e, come si diceva un tempo, “ritirarsi a vita privata”.

In quel caso, sì, con un pentimento, peraltro tardivo, su tutto quello che ha permesso e votato, contro i lavoratori, i giovani, i disoccupati e i pensionati, probabilmente gli avrebbe reso omaggio.

E, invece, tronfio e cinicamente orientato al prendere qualche voto da chi vuole ancora illudersi che il PD sia un partito di sinistra, credeva di poter impunemente giocare con la memoria dei morti.

Gli è andata male.

Un gruppo di giovani comunisti lo ha apostrofato con parole chiare e dirette.

Voglio ringraziarli.

Hanno gridato:
“Lasciate in pace Gramsci, lasciatelo in pace”. Voi del PD avete distrutto i diritti dei lavoratori”.

E gli hanno anche detto che il vero “morto” è proprio Orfini, mentre Gramsci è vivo.

Gli hanno sbattuto in faccia, con rigore e fierezza, la verità. Proprio come Gramsci avrebbe voluto.

Orfini, spalleggiato dalla sua scorta, ha cercato di allontanarli e ha poi blaterato che i morti dovrebbero essere rispettati. Giustissimo.

Infatti è stato lui, con il suo rito di bieco opportunismo politico a offendere la tomba e il ricordo di Antonio Gramsci.

E quegli studenti invece hanno raccolto l’invito del grande pensatore sardo. A non essere indifferenti, verso il PD, verso tutto quello che rappresenta in termini di tradimento degli operai, dei lavoratori, delle donne e dei loro diritti.

Matteo Orfini e il Pd, lo devono lasciare in pace, Gramsci.

Noi invece studiamolo, facciamolo tornare vivo nei programmi e nelle azioni di un autentico partito di sinistra.

E lasciamo affondare il PD nel liquame del suo servire solo gli interessi del capitale finanziario, del potere solo per il potere. Mentre dobbiamo affermare ogni giorno di più la sua responsabilità storica di avere tradito intere generazioni di donne e uomini che credevano e credono ancora nella società che voleva costruire Antonio Gramsci.

p.s.

Se volete vedere il video della giusta contestazione a Matteo Orfini ecco il link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/04/27/orfini-visita-la-tomba-di-gramsci-studente-lo-contesta-lasciatelo-in-pace-pd-ha-svenduto-il-comunismo-e-i-diritti-dei-lavoratori/3547411/

VOGLIO IL CAMBIAMENTO!

VOGLIO IL CAMBIAMENTO!

MovES

 

di Alberto L. BERETTA

L’euro è una moneta straniera, non abbiamo più la sovranità monetaria dal 2002 che significa che quando abbiamo bisogno di soldi per sviluppare l’economia, dar lavoro, non possiamo più stamparli.

E la BCE, quando ne stampa altri, li dà solo alle banche, che non li danno a imprese e famiglie, ma ci speculano in titoli tossici e valuta o altro.
Insomma, basta EUrodittatura maledetta, che è tarata sulla finanza e sulle esportazioni intraeuro della Germania degli sciacalli Merkel e Schäuble.

Questo a parte, poi c’è il MES, il famigerato Meccanismo Europeo di Stabilità, come totale mancanza di democrazia reale, come burocratismo idiota.

Il Fiscal Compact ammazza-investimenti produttivi. E quasi tutta la sinistra, la MIA cazzo di sinistra, non l’ha ancora capito? E lascia ai vari reazionari Salvini e Meloni l’antiunionismo?

Ho studiato economia, ho fatto anche Scienze Politiche in università, anche se senza laurearmi, ho lavorato in banca, ho abbastanza esperienza anche politica e di vita.

L’UE è nata male e sta andando a finire peggio…Grecia, Finlandia, Spagna, Portogallo, Irlanda non insegnano proprio niente?

E l’Italia, che da quando è entrata nell’UE e nell’euro ha conosciuto solo il declino generalizzato, dopo quasi un trentennio di prosperità crescente da prima manifattura ed e economia europea e quinta mondiale, dal 1958 fino alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso?

Questa UE fottuta è solo la Germania che s’ingrassa a spese nostre, a volte in combutta con la Francia, a volte no… E’ un’enorme trappola.

Sono stato anche cofondatore del Partito Federalista Europeo, sezione italiana (2012), un mio scivolone, come la fugace militanza in Italia dei Valori, ma sono pentitissimo, l’ho abbandonato quasi subito, anche perché quasi esclusivamente di liberaldemocratici filo ALDE, di Verhofstadt.

Solo il MovES (Movimento Essere Sinistra) ha nel programma i punti 2, 4 e 5 per l’uscita il più indolore possibile, ma il più presto possibile, da quest’EUrodittatura durata troppo.

Per i problemi che ho oggi, dovrei farmi un po’ i fatti miei, ma non riesco a rassegnarmi, non riesco a non pensare che abbiamo il dovere di non accettare più questa corsa alla distruzione e investire tutte le nostre energie e le nostre risorse, ciascuno per quello che può, nel solo Movimento davvero di sinistra esistente: il MovES.

MACRON, MÉLENCHON E LA SINISTRA SENZA SINISTRATI E SINISTRISMI

MACRON, MÉLENCHON E LA SINISTRA SENZA SINISTRATI E SINISTRISMI

Macron, Le Pen, Mélenchon

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile MovES

 

Impossibile non occuparsi delle vicende dei nostri cugini d’oltralpe.

Impossibile perché ci investe direttamente proprio per gli schieramenti che si sono delineati e si stanno fronteggiando.

Appassionante, perché ci racconta un nuovo mondo, qualcosa che nasce mentre il nuovo stenta a morire, ma questa volta è possibile che quel mostro che sta crescendo nell’ombra, trovi chi sia in grado di sconfiggerlo.

E non è certo Macron, le cui politiche anzi, favoriscono i peggiori mostri che la Storia ha già provato come possano crescere e alimentarsi con simili programmi e azioni.

Macron ha un programma politico euro-ortodosso, di pieno rispetto delle regole della UE.

È un uomo allevato nel nido delle élite finanziarie e di alto rango, quindi espressione DIRETTA della Troika in seno ad una democrazia.
Tutto quello che farà, quindi, sarà né più né meno applicare il solito diktat: tagli su tagli al pubblico e austerità.

Con sommo gaudio delle destre estreme.

Nell’ultimo periodo, tra l’altro, la famigerata Commissione Europea ha già dichiarato che anche la Francia ha vissuto al di sopra delle sue possibilità.

Questa storia oltre a fare senso, francamente ripugna pure e non si capisce quale diritto abbiano per determinare che un paese viva al di sopra delle sue possibilità.

Rispetto a cosa? Rispetto a chi?

E viene anche da chiedersi, fra le varie: come mai tutti stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità?
Il mantra è sempre lo stesso.

Grecia, Italia, Spagna, Irlanda e adesso la Francia, sempre lo stesso per tutti, tutti hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità, quindi è giusto che adesso si abbatta su tutti noi, il giudizio e la punizione divina di questa entità suprema che è la Commissione Europea o le agenzie di rating.

Ed ecco che, questi eletti da Dio, proprio attraverso l’espropriazione e l’espoliazione delle sovranità e dei beni degli Stati, aggrediscono le democrazie europee e i paesi coinvolti, uno ad uno vanno giù tutti.

Nel mentre, nessuno, dicasi NESSUNO, informa che la Finlandia sta diventando la Grecia del nord.

Non viene un dubbio di quanto manipolati siamo ad ogni livello?

Quindi, secondo logica, Macron sarà per la Francia quello che Renzi è stato per l’Italia: il liquidatore dello Stato in tutte le sue forme.
Continua, quindi, il saccheggio delle risorse dei paesi dell’eurozona da parte del neoliberismo ottenuto proprio distruggendo la forma Stato.

Dove passa, pertanto, il neoliberismo lascia solo fame e miseria, la Grecia (come dichiarano orgogliosamente dall’Europa) ne è il più grande e riuscito esperimento in vivo.

Senza più potersi autodeterminare nelle scelte politiche, economiche e sociali, si decreta quindi il danno strutturale delle economie, ma da far pagare unicamente ai lavoratori e si distrugge definitivamente chi è già ai margini.

E c’è ancora chi nega che ci sia una guerra in atto solo perché non scorre il sangue per le strade.

Certo, Emmanuel Macron non fa dichiarazioni violente, xenofobe e non è omofobo, ma quando poi non sarà garantito il diritto al lavoro, alla casa e all’assistenza sanitaria gratuita, conterà davvero qualcosa potersi sposare se si è gay?

Il fatto che le politiche che attua il neoliberismo, distruggano interi popoli e il loro futuro per decenni a venire, è davvero diverso e meno pericoloso solo perché chi lo personifica e rappresenta nei governi, non veste palesemente una camicia nera o un fez?

Però Macron è il male minore e il pericolo è SOLO la Le Pen, stanno dicendo tutti pervicacemente.

Ok, mi arrendo, e vi lascio convinti di questo veleno propagandistico ma io, lo stesso, non ci sto.

Comunque, che vincesse Macron c’era da aspettarselo.

Troppo sinistrismo e troppa propaganda terroristica e terrorismo vero ancora in giro soprattutto nel contesto di quella sinistra che vede l’uscita dai trattati come la fine del mondo e che cade nella narrazione propagandistica di cui Chomsky e Gallino ci hanno adeguatamente resi edotti, che vede il sistema obbligare tutti a preoccuparsi di un nuovo mostro, di un nuovo pericolo per evitare di scoprire che quel pericolo dorme già nel nostro letto.

In tutto questo, se non fosse accaduto quello che come MovES diciamo da tempo, ossia che una sinistra può rinascere solo ed esclusivamente se torna ad essere coraggiosa delle sue parole, delle sue scelte nette e delle sue posizioni inequivocabili, una sinistra che non si fa intimidire e che prende le distanze dall’essere fiancheggiatrice e funzionale al finanzcapitalismo che ci governa, ci sarebbe da non avere mai più speranza di riuscire a sconfiggere questo sistema.

Infatti, Jean-Luc Mélenchon, a dispetto di quello che milioni di persone credevano, ossia che non avrebbe MAI superato la soglia del 4-5%, non solo è riuscito ma ha proprio sfondato lo scenario e strappato con determinazione il sipario.

Ecco, quello che secondo me è il solo dato che realmente conta e rileva, dinnanzi a tutto il quadro apocalittico che il sistema mette in scena per noi, è che oggi in Francia esiste davvero una sinistra e una sinistra che prende circa il 20%.
Ed è una sinistra che appunto il sistema pensava fosse morta e sepolta per sempre.

Ma non solo il sistema, anche quel moderatismo rosè che in Italia si definisce sinistra, lo pensa.

Noi del MovES, che abbiamo lo stesso programma di Mélenchon ne sappiamo qualcosa, perchè ad ogni confronto con gli altri partiti che oggi si definiscono di sinistra, ci sentiamo dire sempre così.

Una sinistra, quella di Mélenchon, NON radicale ma che, data la radicalità con cui affronta i problemi, è considerata da sempre, dai tanti dirigenti italiani delle varie SI, Art.1-MDP, PRC etc. etc. etc. ma purtroppo anche dalla loro base, come condannata all’irrilevanza, fatto salvo, da parte di SI e di Possibile, sostenerla nell’ultimo passaggio pre-elettorale, i quali, comunque, da un anno a questa parte, hanno sempre pubblicamente sostenuto che potesse essere unicamente un partitino dello zero virgola.

Beh, possiamo dirlo.

Dopo il primo turno in Francia, bye bye, prefissi telefonici dei sinistrati e sinistrismi.

Ma non solo.

Giova MOLTO ricordare a tutti che non ci fosse stato il “populista” Mélenchon, come lo ha definito il mainstream e tanti moderati sinistri che si mettono sul petto la coccarda con su scritto sinistra, oggi la Le Pen avrebbe sicuramente vinto.

Così si sconfiggono le destre estremiste e xenofobe.

Si sconfiggono da sinistra, non appoggiando Macron come se non ci fosse un altro domani, quindi diventando e continuando ad essere organici e funzionali al neoliberismo.

Capito adesso perché serve che rinasca una sinistra che torni a farsi carico delle istanze del popolo e che lo faccia a testa alta e forte della sua storia? Serve, ANCHE per questo.

LA ROSA E’ VIVA CERTAMENTE

LA ROSA E’ VIVA CERTAMENTE

Antonio Gramsci

Sai, da un anno in qua, a cicli eterni
le stagioni sono in me.
Aspetto che compagni ed angeli
si uniscano con me.
Sollevo gli occhi all’improvviso,
vedendo boschi intorno a me,
andare in volo nel soffitto,
senza dimenticare che…

Sai, la rosa si è completamente ravvivata
anche se, da un anno in qua,
racconti e favole li ascolto dentro me.
Chiudere gli occhi all’improvviso,
sentendo boschi intorno a me,
e se lo spazio non esiste,
il tempo è carne e credo che
atomi e vuoto sono in me.
La mente è debole per chi,
distintamente come noi,
nuota in un mare che non c’è.

Se fingendo, immobile, affronto istanti,
pochi secoli in silenzio,
ho contato cento sputi e sono qui,
ora che il caldo annuncia il gelo,
fragile brezza su di me.
La rosa è viva certamente.
Dopo la neve fiorirà.

(Antonio Gramsci, da una lettera alla moglie)

ANTONIO GRAMSCI: SOCIALISMO E CULTURA

ANTONIO GRAMSCI: SOCIALISMO E CULTURA

Antonio Gramsci

Firmato Alfa Gamma, “Il Grido del Popolo”, 29 gennaio 1916

Ci è capitato sott’occhi, qualche tempo fa, un articolo nel quale Enrico Leone, con quella forma involuta e nebulosa che troppo spesso gli è propria, ripeteva alcuni luoghi comuni sulla cultura e l’intellettualismo in rapporto al proletariato, opponendogli la pratica, il fatto storico per i quali la classe sta preparandosi con le sue stesse mani l’avvenire.

Non crediamo inutile ritornare sull’argomento, trattato altre volte sul Grido e che ebbe specialmente nell’Avanguardia dei giovani una trattazione più rigidamente dottrinale nella polemica tra il Bordiga di Napoli e il nostri Tasca.

Ricordiamo due brani: uno di un romantico tedesco, il Novalis (vissuto dal 1772 al 1801) che dice: «Il supremo problema della cultura è di impadronirsi del proprio io trascendentale, di essere nello stesso tempo l’io del proprio io. Perciò sorprende poco la mancanza di senso ed intelligenza completa degli altri. Senza una perfetta comprensione di noi, non si potranno veramente conoscere gli altri».

L’altro, che riassumiamo, di G.B. Vico.

Il Vico (nel I° Corollario intorno al parlare per caratteri poetici delle prime nazioni nella Scienza nuova) dà una interpretazione politica del famoso detto di Solone, che poi Socrate fece suo quanto alla filosofia: «Conosci te stesso», sostenendo che Solone volle con quel detto ammonire i plebei, che credevano se stessi d’ugual natura umana co’ nobili, e per conseguenza a pretendere di essere con quelli uguagliati in civil diritto. E pone poi in questa coscienza dell’uguaglianza umana tra plebei e nobili, la base e la ragione storica del sorgere delle repubbliche democratiche nell’antichità.

Non abbiamo così a vanvera accostato i due frammenti. In essi ci pare siano adombrati, se non diffusamente espressi e definiti, i limiti e i principi sui quali deve fondarsi una giusta comprensione del concetto di cultura anche in rapporto al socialismo.

Bisogna disabituarsi e smettere di concepire la cultura come sapere enciclopedico, in cui l’uomo non è visto se non sotto forma di recipiente da empire e stivare di dati empirici, di fatti bruti e sconnessi che egli dovrà poi casellare nel suo cervello come nelle colonne di un dizionario per poter poi in ogni occasione rispondere ai vari stimoli del mondo esterno.

Questa forma di cultura è veramente dannosa specialmente per il proletariato.

Serve solo a creare degli spostati, della gente che crede di essere superiore al resto dell’umanità perché ha ammassato nella memoria una certa quantità di dati e di date, che snocciola ad ogni occasione per farne quasi una barriera fra sé e gli altri. Serve a creare quel certo intellettualismo bolso e incolore, così bene fustigato a sangue da Romain Rolland, che ha partorito tutta una caterva di presuntuosi e di vaneggiatori, più deleteri per la vita sociale di quanto siano i microbi della tubercolosi o della sifilide per la bellezza e la sanità fisica dei corpi.

Lo studentucolo che sa un po’ di latino e di storia, l’avvocatuzzo che è riuscito a strappare uno straccetto di laurea alla svogliatezza e al lasciar passare dei professori crederanno di essere diversi e superiori anche al miglior operaio specializzato che adempie nella vita ad un compito ben preciso e indispensabile e che nella sua attività vale cento volte di più di quanto gli altri valgano nella loro. Ma questa non è cultura è pedanteria, non è intelligenza, ma intelletto, e contro di essa ben a ragione si reagisce.

La cultura è una cosa ben diversa.

È organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri.

Ma tutto ciò non può avvenire per evoluzione spontanea, per azioni e reazioni indipendenti dalla propria volontà, come avviene nella natura vegetale e animale in cui ogni singolo si seleziona e specifica i propri organi inconsciamente, per legge fatale delle cose.

L’uomo è soprattutto spirito, cioè creazione storica, e non natura.

Non si spiegherebbe altrimenti il perché, essendo sempre esistiti sfruttati e sfruttatori, creatori di ricchezza e consumatori egoistici di essa, non si sia ancora realizzato il socialismo.

Gli è che solo a grado a grado, a strato a strato, l’umanità ha acquistato coscienza del proprio valore e si è conquistato il diritto di vivere indipendentemente dagli schemi e dai diritti di minoranze storiche affermatesi prima.

E questa coscienza si è formata non sotto il pungolo brutale delle necessità fisiologiche, ma per la riflessione intelligente, prima di alcuni e poi di tutta una classe, sulle ragioni di certi fatti e sui mezzi migliori per convertirli da occasione di vassallaggio in segnacolo di ribellione e di ricostruzione sociale.

Ciò vuol dire che ogni rivoluzione è stata preceduta da un intenso lavorio di critica, di penetrazione culturale, di permeazione di idee attraverso aggregati di uomini prima refrattari e solo pensosi di risolvere giorno per giorno, ora per ora, il proprio problema economico e politico per se stessi, senza legami di solidarietà con gli altri che si trovavano nelle stesse condizioni.

L’ultimo esempio, il più vicino a noi e perciò meno diverso dal nostro, è quello della Rivoluzione francese.

Il periodo anteriore culturale, detto dell’illuminismo, tanto diffamato dai facili critici della ragione teoretica, non fu affatto, o almeno non fu completamente quello sfarfallio di superficiali intelligenze enciclopediche che discorrevano di tutto e di tutti con pari imperturbabilità, che credevano di essere uomini del loro tempo solo dopo aver letto la Grande enciclopedia di D’Alembert e Diderot, non fu insomma solo un fenomeno di intellettualismo pedantesco ed arido, simile a quello che vediamo dinanzi ai nostri occhi, e che trova la sua maggiore esplicazione nelle Università popolari di infimo ordine.

Fu una magnifica rivoluzione esso stesso, per la quale, come nota acutamente il De Sanctis nella Storia della letteratura italiana, si era formata in tutta l’Europa come una coscienza unitaria, una internazionale spirituale borghese sensibile in ogni sua parte ai dolori e alle disgrazie comuni e che era la preparazione migliore per la rivolta sanguinosa poi verificatasi nella Francia.

In Italia, in Francia, in Germania si discutevano le stesse cose, le stesse istituzioni, gli stessi principi.

Ogni nuova commedia di Voltaire, ogni nuovo pamphlet era come la scintilla che passava per i fili già tesi fra Stato e Stato, fra regione e regione, e trovava gli stessi consenzienti e gli stessi oppositori da per tutto e contemporaneamente.

Le baionette degli eserciti di Napoleone trovavano la via già spianata da un esercito invisibile di libri, di opuscoli, che erano sciamati da Parigi fin dalla prima metà del secolo XVIII e che avevano preparato uomini e istituzioni alla rinnovazione necessaria. Più tardi, quando i fatti di Francia ebbero rinsaldate le coscienze, bastava un moto popolare a Parigi per suscitarne altri simili a Milano, a Vienna e nei più piccoli centri.

Tutto ciò sembra naturale, spontaneo ai faciloni, e invece sarebbe incomprensibile se non si conoscessero i fattori di cultura che contribuiscono a creare quegli stati d’animo pronti alle esplosioni per una causa che si credeva comune.

Lo stesso fenomeno si ripete oggi per il socialismo. È attraverso la critica della civiltà capitalistica che si è formata o si sta formando la coscienza unitaria del proletariato, e critica vuol dire cultura, e non già evoluzione spontanea e naturalistica. Critica vuol dire appunto quella coscienza dell’io che Novalis dava come fine alla cultura.

Io che si oppone agli altri, che si differenzia e, essendosi creata una meta, giudica i fatti e gli avvenimenti oltre che in sé e per sé anche come valori di propulsione o di repulsione. Conoscere se stessi vuol dire essere se stessi, vuol dire essere padroni di se stessi, distinguersi, uscire fuori dal caos, essere un elemento di ordine, ma del proprio ordine e della propria disciplina ad un ideale. E non si può ottenere ciò se non si conoscono anche gli altri, la loro storia, il susseguirsi degli sforzi che essi hanno fatto per essere ciò che sono, per creare la civiltà che hanno creato e alla quale noi vogliamo sostituire la nostra. Vuol dire avere nozioni di cosa è la natura e le sue leggi per conoscere le leggi che governano lo spirito.

E tutto imparare senza perdere di vista lo scopo ultimo che è di meglio conoscere se stessi attraverso gli altri e gli altri attraverso se stessi.

Se è vero che la storia universale è una catena degli sforzi che l’uomo ha fatto per liberarsi e dai privilegi e dai pregiudizi e dalle idolatrie, non si capisce perché il proletariato, che un altro anello vuol aggiungere a quella catena, non debba sapere come e perché e da chi sia stato preceduto, e quale giovamento possa trarre da questo sapere.

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