MA ANCORA NON AVETE CAPITO CHI RAPPRESENTA MACRON?

MA ANCORA NON AVETE CAPITO CHI RAPPRESENTA MACRON?

Emmanuel Macron

Emmanuel Macron ha un programma politico euro-ortodosso, di pieno rispetto delle regole della UE.

È un uomo allevato nel nido delle élite finanziarie e di alto rango, quindi espressione DIRETTA della Troika in seno ad una democrazia.

Tutto quello che farà sarà né più né meno applicare il solito diktat: tagli su tagli al pubblico e austerità.

La famigerata Commissione Europea ha già dichiarato che anche la Francia ha vissuto al di sopra delle sue possibilità.

Questa storia oltre a fare senso, fa anche schifo e non si capisce quale diritto abbiano per determinare che un paese viva al di sopra delle sue possibilità.
Rispetto a cosa? Rispetto a chi?
E come mai tutti stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità?

Il mantra è sempre lo stesso.
Grecia, Italia, Spagna, Irlanda e adesso la Francia.
Uno ad uno vanno giù tutti.

E nessuno, NESSUNO, dice che la Finlandia sta diventando la Grecia del nord.

Ma non vi viene un dubbio?
Quindi, secondo logica, Macron sarà per la Francia quello che Renzi è stato per l’Italia: il liquidatore dello Stato in tutte le sue forme.

Continua, quindi, il saccheggio delle risorse dei paesi dell’eurozona da parte del neoliberismo.
Dove passa lascia solo fame e miseria.

Senza più potersi autodeterminare nelle scelte politiche, economiche e sociali, si decreta il danno strutturale delle economie, ma da far pagare unicamente ai lavoratori.

Si elimina definitivamente chi è già ai margini.

E c’è ancora chi nega che ci sia una guerra in atto solo perché non scorre il sangue per le strade.

Certo Macron non fa dichiarazioni violente, xenofobe e non è omofobo, ma quando poi non sarà garantito il diritto al lavoro, alla casa e all’assistenza sanitaria gratuita, conterà davvero qualcosa potersi sposare se si è gay?

Però Macron è il male minore e il pericolo è SOLO la Le Pen.

Ok, se lo dite voi…

P.S.: com’era la storia che il popolo francese non è il popolo italiano e che non sono pecoroni come noi?
A giudicare da questo voto non sembrano esserci granché differenze.

Ivana Fabris

PARTIGIANE OGGI, CONTRO LA RESTAURAZIONE DELLA MINISTRA LORENZIN

PARTIGIANE OGGI, CONTRO LA RESTAURAZIONE DELLA MINISTRA LORENZIN

Beatrice Lorenzin

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile MovES

Oggi il nostro blog e tutto il MovES, ricordano la Resistenza parlando delle donne che l’hanno resa possibile.

Parla delle Partigiane e di come queste, malgrado l’apporto dato alla lotta di Liberazione non solo del paese ma anche quella delle donne stesse, abbiano subito, persino dai loro stessi compagni di lotta, l’emarginazione e il controllo sociale.

Bene, proprio in considerazione di questo, e a pochi giorni dal 25 Aprile con tutti i suoi significati, le donne si sono ritrovate a dover fronteggiare un nuovo attacco alla loro indipendenza, alla loro capacità di autodeterminazione, ai loro diritti.

Non più di tre giorni fa, la Ministra della Salute Beatrice Lorenzin, ci ha dis-onorate ancora una volta delle sue esternazioni. Ed anche discriminate.

Ha fatto affermazioni che qualcuno imputerà incautamente alla sua pochezza – così come spesso si sente dire per strada o si legge nei social – ma che invece è ben altro.
Infatti, le sue parole, sono qualcosa che definire aberrante non rende neanche lontanamente l’idea.

Qualcosa che ha PROFONDAMENTE DISGUSTATO TUTTE LE DONNE, madri naturali, madri affidatarie o adottive, non madri. Tutte le donne. Tutte quelle donne consapevoli di cosa significhi ed abbia significato essere RICONOSCIUTE come PERSONE prima ancora che come donne.

Qualcosa che attinge ad una forma sottile – ma non meno oscenamente grave – di violenza e che veicola altrettanta violenza per l’immagine che continua a costruire per il modello femminile che vorrebbe questo sistema: SOLO CORPI DA USARE.

In pratica ha affermato che: “…siamo destinate alla gravidanza”.

Ha parlato, quindi, di tutte noi come fossimo fattrici al pari delle vacche di una stalla di bovini da latte o da riproduzione, come fossimo soltanto corpi e corpi regolati unicamente per la riproduzione, come se tutto il nostro universo gravitasse solamente attorno alla maternità, come se il nostro unico scopo nella vita fosse quello riproduttivo, come se in quanto solo corpi non avessimo diritto ad essere consapevoli di cosa significhi maternità.

Come se quarant’anni di diritti per AUTODETERMINARCI e per una maternità consapevole con ciò che questo comporta e rappresenta, conquistati con sangue, sudore e lacrime, fossero stati spazzati via con un colpo di mano picchiato con violenza sul tavolo della politica di questo paese insieme a tanti altri diritti sociali.

La frase in sé, dunque, è semplicemente rivoltante.

È decontestualizzata, osserverà qualcuno, ma spiace disilludere i soliti noti perché non è che contestualizzandola poi suoni meglio o suoni diversa, anzi, è persino peggio!

Peggio perché ci descrive come un ammasso di cellule e chimica organica, perché ci riduce al rango di organismi viventi ma NON SENZIENTI.

Peggio perché subdolamente usa argomentazioni che parlano di diversità e di diritto alla maternità, di protezione dei diritti delle donne e sono argomentazioni che hanno l’ardire di voler veicolare che il suo è un messaggio che va VERSO le donne e NON CONTRO di esse.

In pratica USA qualcosa che appartiene al nostro linguaggio CONTRO DI NOI.

Esattamente come agisce un certo femminismo borghese e radical-chic che non fa meno orrore delle affermazioni della Ministra ma che proprio per questa tecnica comunicativa, sa come infiltrarsi tra la massa delle donne che non sono addentro alle vere tematiche femministe e quindi inculcare argomentazioni ancora manipolatorie a favore del sistema.

MAI, dal dopoguerra ad oggi, abbiamo assistito ad un tale attacco ai diritti delle donne. MAI.

Mai perchè oggi non partiamo dall’anno zero dei diritti e qui, invece, si sta facendo una vergognosa opera di restaurazione!

Quello di questa Ministra, è un attacco continuativo che non conosce sosta, per giunta sostenuto e diffuso proprio da quel sedicente femminismo da centrosinistra salottiero che, esattamente come accade anche su altre tematiche politiche manipolate dallo stesso, si rende perfettamente funzionale e organico al sistema.

Un esempio fra tanti è come questo femminismo liberal (come se femminismo e liberal non fosse un ossimoro) sostiene che la prostituzione sia un lavoro come un altro, come raccoglier pomodori o fare i letti.

Lo chiamano infatti “lavorare con la vagina”, che soltanto a leggerla è un’affermazione che dovrebbe solo fare ribrezzo visto quello che implica, visto che usare la propria sessualità NON COINVOLGE solo pezzi anatomici ma anche la sfera intima di una donna con quel che ne consegue.

Corpi come merce, il dettato tanto caro al neoliberismo qui declinato al sistema patriarcale.

Ma tornando in tema, questa gentil signora, al di là dell’essere Ministra, parla dall’alto della sua condizione sociale di privilegiata.
Parla da donna che a differenza delle comuni mortali, ha potuto diventare madre usufruendo della fecondazione artificiale ottenuta con un certo dispendio economico e all’estero e che, in tasca alle donne che ogni giorno devono barcamenarsi per far sopravvivere dignitosamente la propria famiglia, fa i conti da perfetta adepta del sistema che rappresenta e decide chi ha diritto e chi no di accedere alle cure e alla salute.

Ma soprattutto parla da donna del regime, anzi, parla come parlerebbe una delle tante virago che fiancheggiavano e sostenevano il famigerato ventennio, opprimendo e schiavizzando altre donne in funzione del servizio che esse facevano alla dittatura, quando una donna doveva essere solo animale da riproduzione e prona ai voleri del patriarca e del patriarcato sociale che veniva esercitato oltre che da tutto il contesto ambientale, anche dall’intera cerchia famigliare.

Il modello che la Ministra insiste col voler diffondere come fosse un virus letale, attraverso l’immagine che tratteggia e continua a tratteggiare di ciò che le donne devono essere per compiacere il regime italiano che ci ha imposto il neoliberismo, è un’immagine che risale agli inizi del ‘900 e forse anche prima di quel periodo.

Una donna TOTALMENTE al servizio di un potere che non ha comunque mai smesso di tentare di sottometterla in quanto soggetto che alleva gratuitamente la forza-lavoro necessaria al capitalismo, in quanto principale soggetto che forma individui che devono essere graditi al sistema che, laddove una donna fosse veramente libera di scegliere, se ne guarderebbe BENE dall’esserne omologata.

Per questo le prime ad essere colpite all’inizio della crisi economica sono state le donne che sono state ricondotte loro malgrado, mediante la disoccupazione, al “focolare domestico”.

Per giunta con quell’orrenda frase consolatoria propalata dalla società intera, che tutto sommato è normale e pure benefico per una donna stare a casa “con tutto quello che ha sempre da fare!”, perché come sappiamo tutte, la miglior forma di controllo del sistema di potere, è rendere DIPENDENTI le donne, è togliere loro la possibilità di esercitare la propria volontà, le proprie scelte e di poter essere rilevanti e contare dentro e fuori la famiglia.

In più è comodo avere comunque costantemente forza lavoro gratuita nell’allevare figli – meglio se a ripetizione perché così non hai neanche la forza di ribellarti e di renderti conto che sei ancora viva – ed è altresì comodo avere badanti a titolo gratuito per accudire gli anziani di un nucleo famigliare, vicariando se non sostituendo l’assenza dello Stato sociale di un paese e a zero costi.

Per questo si rende impossibile alle donne di abortire malgrado l’esistenza di una legge dello Stato come la 194: ti prendono per consunzione e sfinimento nel peregrinare in cerca di un non obiettore, in molti casi fino a farti rassegnare a tenerti un figlio che non avevi previsto e ti condannano non solo a maggiore esclusione sociale ma anche a sentirti umanamente e intimamente sempre più invisibile e inconsistente, socialmente parlando.

Per questo, oggi che la crisi e l’austerità imposta dalla UE mediante leggi che deprimono l’occupazione, le donne servono per sopperire alla disoccupazione dei loro compagni mediante lavori in nero di qualunque natura che le donne riescono a reperire più di quanto offra il mercato del lavoro sommerso, quando riguarda gli uomini.

Per questo si veicola sistematicamente l’immagine della donna che finalizza tutta la sua esistenza alla maternità (attuando una restaurazione storica spaventosa) e si diffonde a reti unificate dai media mainstream e dai social, colpendo l’immaginario soprattutto delle giovani, che le donne sono solo corpi, carne, ammassi di cellule, tessuti organici ma MAI pensiero, MAI intelligenza, MAI professionalità, MAI capacità e, peggio del peggio, MAI autonomia.

In tutto quanto sta avvenendo, a me che sono nata proprio all’inizio degli anni ’60, la propaganda di sistema a mezzo Lorenzin, riporta l’immagine di quegli anni.

Solo che in mezzo c’è passato mezzo secolo e mezzo secolo estremamente rilevante per le conquiste delle donne malgrado siano state sempre inadeguate perché il patriarcato, in questo paese, non è MAI morto anche a causa della cultura e l’indottrinamento ricattatorio, moralista e colpevolista catto-clericale italiano esercitato anche da una parte della componente maschile della stessa sinistra.

Le donne della mia generazione e quella precedente, sanno di cosa parlo e sanno esattamente dove ci vuole portare questo governo servo di un sistema colonialista che mira alla distruzione e alla schiavizzazione delle donne proprio per piegare un’intera società.

Quindi di sicuro le donne meno politicizzate rischiano di essere manipolate comunque da questa propaganda di sistema.

Non è infatti difficile pensare che il modello che tenta di imporre la Lorenzin costringa molti cervelli a fare un grosso sforzo affinchè quelle immagini non si sovrappongano alla realtà storica vissuta.

È anche vero, però, che da qualche parte nella mente di tante donne come me, la memoria storica delle nostre battaglie e delle nostre conquiste, comunque residua ed è viva, chiusa in qualche cassetto della mente, ma viva.

Ed è questo a darmi speranza per il domani, in un simile momento.

È il pensiero che per aprire quel cassetto, serva solo la forza di una mano.

È il sapere che quella mano può essere solo quella che appartiene ad una sinistra autenticamente femminista.

È il sapere che quella mano è proprio qui.

È il sapere che sono già tante mani, tutte unite attraverso le azioni e il pensiero del Movimento Essere Sinistra.

IL GIORNO DELLA LIBERAZIONE

IL GIORNO DELLA LIBERAZIONE

25 Aprile

di Maria G. DI RIENZO

25 aprile 1945: l’Italia è libera dall’occupazione nazista e dal fascismo.

Ogni 25 aprile: ricordo, celebro e spero che l’Italia si liberi di nuovo. Da cosa, mi state chiedendo?

La liberazione si dà su livelli molteplici.

La lotta per la liberazione a livello sociale ha come traguardo l’eguaglianza (cittadinanza, diritti, rispetto) per tutti/e.

La nostra liberazione individuale concerne la nostra capacità di esprimere pienamente noi stesse/i, di muoverci nel mondo liberamente con l’aspettativa di essere al sicuro nel farlo, di incontrare altre persone con il cuore aperto e la mente libera dagli stereotipi che la società attuale ci inculca ogni giorno: noi sperimentiamo l’oppressione che la permea in modo diverso sulla base di fattori culturali e identitari, ma la mia liberazione è legata indissolubilmente alla tua, di te che leggi. La tua è legata alla mia ed entrambe sono legate a quella collettiva. Nessuna/o sarà completamente libero sino a che non lo saremo tutte/i.

La liberazione parla di cambiamento. Suggerisce o richiede azione.

Non accetta che quel che è ora sarà per sempre. La liberazione fa luce sull’impatto della diseguaglianza, del privilegio, del dominio, del razzismo, dell’omofobia, del sessismo, della misoginia, della violenza intessuta in tutto ciò e ci dice che le cose non devono necessariamente andare così.

La liberazione racconta storie di Resistenza e attesta l’ovvio: che una nuova Resistenza è necessaria ora.

La liberazione parla di un futuro differente e ci chiede di crearlo.

 

 

fonte: https://lunanuvola.wordpress.com/2016/04/24/il-giorno-della-liberazione/

TREMATE, ANCHE UNA RAGAZZA VI FA PAURA: EDERA DI GIOVANNI

TREMATE, ANCHE UNA RAGAZZA VI FA PAURA: EDERA DI GIOVANNI

Edera De Giovanni

di Alice PICCO

Anche nel giorno della Festa della Liberazione si può parlare di donne, eccome se ne si può parlare.

Infatti, a partire dall’annuncio dell’armistizio di Cassibile, l’8 settembre 1943, nelle case italiane tante donne hanno deciso di soccorrere i prigionieri e i militari allo sbando: questo si può considerare come il primo atto di resistenza femminile al regime fascista.
In molte si unirono per formare squadre di primo soccorso per aiutare ammalati e feriti, per contribuire alla raccolta di vestiti, medicinali e cibo; le donne si occuparono dell’identificazione dei cadaveri e dell’assistenza alle famiglie dei caduti. Le ragazze più giovani, come la protagonista di questo articolo, diventarono staffette, con il compito di garantire i collegamenti tra le diverse brigate e mantenere i contatti tra i partigiani e le loro famiglie. Altre donne ancora combatterono direttamente in prima fila, armi alla mano.

Secondo i dati dell’ A.N.P.I (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) furono 35.000 le donne partigiane combattenti, 70.000 fecero parte dei gruppi di difesa per la conquista dei diritti della donna. 4653 donne furono arrestate e torturate, oltre 2750 vennero deportate in Germania, 2812 furono fucilate o impiccate, 1070 caddero in combattimento. Nel dopoguerra 19 donne vennero decorate della Medaglia d’oro al valor militare.

Eppure, nonostante nella Resistenza italiana le donne abbiano rappresentato una componente fondamentale, per molti anni il loro ruolo è stato messo da parte.

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Oggi, in questo giorno importante, voglio parlarvi di Francesca Edera De Giovanni, la prima donna della Resistenza italiana a finire davanti ad un plotone d’esecuzione.

Edera, nata a Monterenzio, in provincia di Bologna, il 17 luglio 1923, cresce in una famiglia di antifascisti e antifascista rimane per tutta la sua breve vita.

Fin da bambina aiuta la madre nelle faccende domestiche e il padre, mugnaio, nel trasporto della farina. I suoi studi si interrompono in quarta elementare, e in seguito si sposta da Monterenzio per andare a servizio presso una facoltosa famiglia bolognese, presso una di quelle signore imbellettate a cui voleva tanto assomigliare. Nel paesello non c’è possibilità di lavoro, i fascisti non si curano di nulla se non del proprio benessere ed Edera, seppur ancora molto giovane, inizia ad intuire che qualcosa non va.

Edera ritorna a casa in un’occasione triste, la morte della madre, ed è allora che, anche grazie a lunghe conversazioni con il padre, si rende conto che è necessario farsi una nuova coscienza, più aperta, e che sarebbe di lì a poco giunto il momento di combattere per un diritto, per un miglioramento. Miglioramento che però non sarebbe mai venuto dal regime, ma dalla massa del popolo che non ha mai avuto nulla se non guai e angosce.

È così che Edera comincia il suo lavoro di propaganda antifascista, inizialmente guardinga, poi sempre più ardita, tanto che, con il fascismo ancora imperante, non esita a polemizzare pubblicamente con un gerarca del suo paese d’origine. Si trova in un’osteria e, fumando una sigaretta (una donna che fuma una sigaretta in pubblico portando anche un paio di pantaloni, poi!), si avvicina ad un impiegato comunale e, indicando la camicia nera che porta sotto la giacca, gli chiede sarcasticamente se non si vergogna a portare una camicia così sporca e si offre di lavarla lei stessa al fiume per poi restituirgliela pulita.
A causa di questo fatto, Edera viene arrestata e interrogata dai carabinieri, davanti ai quali ammette di aver effettivamente pronunciato quella frase, ma in tono scherzoso, dal momento che la camicia era sporca. Viene incarcerata e dopo due settimane viene diffidata e liberata.

Il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo approva un ordine del giorno che prevede l’estromissione di Mussolini dal governo del Regno d’Italia. Il re Vittorio Emanuele II ordina il suo arresto provocando così la fine del ventennale regime fascista e affida il governo al maresciallo d’Italia Pietro Badoglio.

Il fascismo, quindi, cade di colpo, ma per poco. Le camicie nere ben presto ritornano più agguerrite di prima, pronte a sterminare senza pietà, questa volta assistite dai tedeschi.
Prima ancora che la Resistenza si organizzi, insieme ad altri giovani di Monterenzio Edera impone alle autorità del paese che il grano ammassato nei depositi venga distribuito a tutta la popolazione. Ormai è pronta e capace per la lotta, quindi si mette in azione per costituire la prima squadra di partigiani, che su suo impulso avrebbero poi costituito la 36a Brigata Garibaldi, e con essa entra in azione. Ciò che la squadra compie è tanto importante quanto rischioso: taglia i fili della linea del telefono e del telegrafo che collegava Roma al Brennero e a Berlino, bloccando così, almeno temporaneamente, le comunicazioni dell’Asse.

Edera diventa sempre più coraggiosa, ripensa ai primi tempi in cui ancora qualche brivido di paura le percorreva la schiena. Ma ora no, ora è pronta a tutto, con l’ardore dei suoi vent’anni.
Purtroppo, però, il suo giovane coraggio viene travolto da una delazione, che diventa la sua condanna a morte.
Il comando partigiano ha deciso che Edera, insieme ad altri cinque compagni, tra cui c’è anche Egon Brass, il suo fidanzato, deve partire per passare in un’altra formazione. L’ordine è quello di radunarsi la mattina del 25 marzo 1944 in Piazza Ravegnana, a Bologna, davanti alla bancarella di un venditore di penne stilografiche, anche lui partigiano, che avrebbe dovuto dare la parola d’ordine e preparare il gruppo alla partenza. I sei si avvicinano alla bancarella separatamente per non dare nell’occhio, ma una spia aveva già agito e all’improvviso i giovani si trovano circondati da un gruppo di brigata nera.

Tutti e sei vengono arrestati e rinchiusi nelle carceri di San Giovanni in Monte. Edera viene torturata per un giorno intero, ma non si lascia sfuggire nessuna informazione e non dà ai suoi carnefici la soddisfazione di vederla piangere.
A questo punto, Edera e i compagni catturati con lei vengono letteralmente gettati su un camion e portati dietro la Certosa, dove un plotone è pronto per la fucilazione.

Tuttavia, la giovanissima Edera, nonostante sia ben consapevole di essere in punto di morte, decide di compiere un ultimo atto di ribellione: si volta per guardare in faccia coloro che le stanno per togliere la vita ma soprattutto perché loro guardino lei.

E con tutto il fiato che le rimane in corpo dopo le torture grida: “Tremate. Anche una ragazza vi fa paura!”.
Poi arriva la scarica di pallottole, dritta nel petto.

Insieme ad Edera De Giovanni, quasi ventunenne, vengono fucilati i partigiani Egon Brass, Ettore Zaniboni, Enrico Foscardi, Attilio Diolaiti e Ferdinando Grilli. È il primo aprile 1944.

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La storia di Edera De Giovanni, insieme a quella di tante altre donne della Resistenza, ci racconta non solo il coraggio di una ragazza che fin da giovanissima aveva compreso quale fosse “la parte giusta” della storia, la parte che era giusto seguire, ma anche la sfrontatezza di chi aveva scelto di sfidare a viso aperto la tradizione, la moralità femminile della società patriarcale contadina e il regime fascista.
Edera aveva deciso di non restare nel ruolo subalterno previsto per le donne, aveva deciso di brillare.

Fonti:
 A.N.P.I.
 Storia e memoria di Bologna
– Albertazzi, Arbizzani, Onofri, Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo bolognese (1919-1945).
– Arbizzani, Bergonzini, La Resistenza a Bologna. Testimonianze e documenti – La stampa periodica clandestina. Istituto per la Storia di Bologna, 1969

 

Fonte: http://www.bossy.it/tremate-anche-ragazza-vi-paura-edera-de-giovanni-speciale-25-aprile.html

LETTERE DELLE CONDANNATE A MORTE PER LA RESISTENZA: Irma Marchiani (Anty)

LETTERE DELLE CONDANNATE A MORTE PER LA RESISTENZA: Irma Marchiani (Anty)

Irma Marchiani

Di anni 33 -casalinga -nata a Firenze il 6 febbraio 1911. Nei primi mesi del 1944 è informatrice e staffetta di gruppi partigiani formatisi sull’Appennino modenese. Nella primavera dello stesso anno entra a far parte del Battaglione «Matteotti», Brigata «Roveda», Divisione «Modena».
Partecipa ai combattimenti di Montefiorino, catturata mentre tenta di far ricoverare in ospedale un partigiano ferito, è seviziata, tradotta nel campo di concentramento di Corticelli (Bologna)- Condannata a morte, poi alla deportazione in Germania, riesce a fuggire e rientra
nella sua formazione di cui è nominata commissario, poi vice-comandante-infermiera, propagandista e combattente, è fra i protagonisti di numerose azioni nel Modenese, fra cui quelle di Monte
Penna, Bertoceli e Benedello. L’11 novembre 1944, mentre con la formazione ridotta senza munizioni tenta di attraversare le linee, è catturata, con la staffetta «Balilla», da pattuglia tedesca in perlustrazione e condotta a Rocca Cometa, poi a Pavullo nel
Frignano (Modena). Processata il 26 novembre 1944, a Pavullo, da ufficiali tedeschi del Comando di Bologna. Fucilata alle ore 17 dello stesso 26 novembre 1944, da plotone tedesco, nei pressi delle carceri di Pavullo, con Renzo Costi, Domenico Guidani e Gaetano Ruggeri «Balilla».

Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Sestola, da la «Casa del Tiglio», 10 agosto 1944

Carissimo Piero, mio adorato fratello, la decisione che oggi prendo, ma da tempo cullata, mi detta che io debba scriverti queste righe. Sono certa mi comprenderai perché tu sai benissimo di che volontà io sono, faccio, cioè seguo il mio pensiero, l’ideale che pur un giorno nostro nonno ha sentito, faccio già parte di una Formazione, e ti dirò che il mio comandante ha molta stima e fiducia in me.

Spero di essere utile, spero di non deludere i miei superiori.
Non ti meraviglia questa mia decisione, vero? Sono certa sarebbe pure la tua, se troppe cose non ti assillassero. Bene, basta uno della famiglia e questa sono io.
Quando un giorno ricevetti la risposta a una lettera di Pally che l’invitavo qui,
fra l’altro mi rispose «che diritto ho io di sottrarmi al pericolo comune?»
È vero, ma io non stavo qui per star calma, ma perché questo paesino piace
al mio spirito, al mio cuore. Ora però tutto è triste, gli avvenimenti in corso coprono anche le cose più belle di un velo triste. Nel mio cuore si è fatta l’idea (purtroppo non a troppi sentita) che a ognuno è più o meno doveroso dare suo contributo.

Questo richiamo è così forte che lo sento, tanto profondamente, che dopo aver messo a posto tutte le mie cose parto contenta.
«Hai nello sguardo qualcosa che mi dice che saprai comandare», mi ha detto il comandante, «la tua mente dà il massimo affidamento; donne non mi sarei mai sognato di assumerne, ma tu sì». Eppure mi aveva veduto solo due volte!
Saprò fare il mio dovere, se Iddio mi lascerà il dono della vita sarò felice, se diversamente non piangere e non piangete per me. Ti chiedo una cosa sola: non pensarmi come una sorellina cattiva.
Sono una creatura d’azione, il mio spirito ha bisogno di spaziare, ma sono tutti ideali alti e belli. Tu sai benissimo, caro fratello, certo sotto la mia espressione calma, quieta forse, si cela un’anima desiderosa di raggiungere qualche cosa, l’immobilità non è fatta per me,
se i lunghi anni trascorsi mi immobilizzarono il fisico, ma la volontà non si è mai assopita. Dio ha voluto che fossi più che mai pronta oggi. Pensami, caro Piero, e benedicimi.

Ora vi so tutti in pericolo e del resto è un po’ dappertutto. Dunque ti saluto e ti
bacio tanto tanto e ti abbraccio forte.
Tua sorella
Paggetto
Ringrazia e saluta Gina.

Prigione di Pavullo, 26.11.1944
Mia adorata Pally, sono gli ultimi istanti della mia vita.
Pally adorata ti dico a te saluta e bacia tutti quelli che mi ricorderanno.

Credimi non ho mai fatto nessuna cosa che potesse offendere il nostro nome. Ho sentito il richiamo della Patria per la quale ho combattuto,
ora sono qui… fra poco non sarò più, muoio sicura di aver fatto quanto mi era possibile affinché la libertà trionfasse.
Baci e baci dal tuo e vostro
Paggetto

Vorrei essere seppellita a Sestola.

Irma Marchiani

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