INTERVISTA A ROSETTA MOLINARI

INTERVISTA A ROSETTA MOLINARI

Rosetta Molinari

 

Rosetta Molinari, si è spenta a Padova il 2 Novembre 2015.

Ha vissuto giovanissima, dai sedici ai diciotto anni, il periodo dell’occupazione nazifascista e la lotta di Resistenza. Figlia di Aronne Molinari, comandante della Brigata “Padova”, militante antifascista di spicco e, dopo la Resistenza, importante dirigente del Partito Comunista padovano, anche Rosetta rivestirà, negli anni, importanti incarichi politici; oltre che consigliera comunale del PCI a Padova, nel 1970 sarà l’unica donna nel Consiglio Regionale eletto dai cittadini veneti. L’intervista, del 5 aprile 2004, è a cura di Hélène Zago.

Cominciamo con il parlare della tua famiglia, una famiglia particolare…

Facevo parte di una famiglia antifascista. Mio papà era Aronne Molinari: era schedato e perseguitato sin dal 1922, da quando aveva partecipato ad un grosso scontro che c’era stato a Parma.

In agosto le squadre fasciste di Farinacci e Balbo avevano invaso Parma, perché volevano dare una lezione ad una città che ancora resisteva molto al fascismo. Lì un quartiere intero, un quartiere popolare molto grande, aveva fatto addirittura le barricate; la battaglia l’hanno persa, però fu un avvenimento molto rilevante. E lì mio papà, che era a Parma a fare l’apprendista meccanico, ha partecipato all’azione: da quella volta fu schedato. E’ stato in prigione; quando venivano i ministri o i membri della famiglia reale a Padova lo mettevano dentro, lui e tanti altri, perché tutti quelli che erano stati schedati come antifascisti erano sempre controllati e, quando c’era qualche momento in cui potevano arrivare fischi o proteste, i nostri venivano messi dentro per alcuni giorni. Mia madre è sempre stata molto vicina a mio padre anche in politica, così in casa si parlava di tutto. Quando siamo venuti a Padova, molti compagni che mio papà aveva conosciuto attraverso Zerbetto (uno dei primi compagni che affiancarono Aronne Molinari nel suo avvicinarsi alla Resistenza, n.d.c.), che lavorava nel carcere cittadino, facevano conversazioni di politica in casa nostra; noi, io e mio fratello più piccolo di tre anni, capivamo tutto e sapevamo che con gli altri fuori di casa non si doveva parlare.

E’ anche e soprattutto grazie alle tue origini che si è poi sviluppato il tuo impegno politico?

Sai, questo era il mio ambiente familiare di prima della guerra, dove si sentivano criticare il fascismo, certi provvedimenti, certe manifestazioni: era un ambiente favorevole ad acquisire uno spirito critico. Mentre gli altri, per indifferenza o per ignoranza o per paura, non parlavano di queste cose e le subivano, da noi in famiglia c’era invece un dibattito, una discussione.

Il malcontento e lo spirito antifascista si sono diffusi presto?

Quando è scoppiata la guerra c’è stato un cambiamento nell’opinione pubblica. Non immediatamente, però. Mussolini, quando ha fatto i discorsi in cui annunciava l’entrata in guerra, aveva promesso una guerra breve, la “guerra lampo”, e molti si illudevano che sarebbe stata una cosa veloce. Poi la verità è stata ben diversa e ben più dolorosa. Mandavano militari nostri su tutti i fronti che si erano aperti: in Africa, in Russia, in Jugoslavia, in Grecia e via dicendo. Man mano che il tempo passava, aumentava l’angoscia delle famiglie che avevano fratelli, figli e mariti al fronte e non ne ricevevano notizie. Lì hanno cominciato a crescere l’ansia, l’angoscia.

Soprattutto durante la guerra, quando moltissimi uomini partivano per il fronte, le donne dovevano svolgere, anche quotidianamente, un ruolo diverso da quello di prima. La povertà le costringeva a gestire situazioni nuove?

Sicuro! Con l’andare del tempo hanno preso in mano la situazione. Erano le donne che dovevano provvedere ai vecchi, ai bambini e, quando potevano, lavoravano. Tieni conto che la guerra bruciava delle enormi risorse, per la popolazione civile c’era sempre meno roba. Mancavano indumenti, legna, carbone, alimenti, sapone… Ed erano sempre più cari! Il peso sulle donne era enorme. Poi è stata introdotta la tessera annonaria.
Ogni cittadino aveva una tessera con i bollini che doveva garantire un minimo di alimenti a prezzi controllati, ma le razioni previste dalla tessera erano insufficienti. C’era una ricerca spasmodica di procurarsi qualche integrazione. Si facevano code infinite.

Tessera annonaria

Se si veniva a sapere che qualcosa arrivava in qualche negozio, al di fuori della tessera, si andava lì e si facevano chilometri e chilometri per andare a prendere uova, farina, formaggio e fagioli.
Io e mia mamma andavamo come tutti gli altri a cercare, a fare ore di coda e di contrattazione con i contadini; alla fine offrivamo in cambio gli orologi, le lenzuola, le stoviglie. Tutte le donne perdevano ore per rivoltare i cappotti e i vestiti, per ridurli da quelli degli adulti per darli ai bambini, per fare pantofole, calze. Io da allora ho sempre odiato le maglie mélange, perché mia mamma disfaceva maglie e poi metteva insieme il bianco e il blu, il
bianco e il rosso…
E io ho avuto sempre, per anni, queste maglie che adesso odio! La vita delle donne era una vita di tanto lavoro.

Occorreva inventiva.
Questa era la situazione che ha cambiato il ruolo della donne, ne ha creato la coscienza.

Le donne, dunque, erano il cardine della famiglia in un momento terribile, per la fame e la povertà?

Sì. E poi, mano a mano che passavano i mesi, questa situazione pesantissima per me e per la mia famiglia, ma anche per tutti gli altri, peggiorava. Questo ha cambiato molto le opinioni. Sono venuti i bombardamenti, e allora c’erano tanti morti civili sotto le bombe: le donne erano sempre più costrette a reggere la società. Vendevano e compravano roba, averi di casa, si prendevano delle responsabilità; inoltre gestivano i trasferimenti delle famiglie, che si dovevano spostare da un posto ad un altro. Nel giro di poco tempo hanno acquisito una coscienza di sé assai diversa.

Qual è stato il vero punto di svolta?

Tutto questo è emerso dopo l’8 settembre 1943. Prima c’era stato un antifascismo che si era allargato con il malcontento del periodo di guerra. C’erano persone che erano state perseguitate dal fascismo per la loro attività di contestazione, ma erano poche, abbastanza isolate, non è che si conoscessero tra loro o che fossero organizzate: erano per lo più gruppi di amici che si scambiavano opinioni.

La Resistenza si è organizzata con efficienza dopo l’8 settembre. E’ importantissimo tener conto del malcontento, delle angosce, delle sofferenze, perché non c’è stata nessuna famiglia che non sia stata toccata da questi disagi, da questi sacrifici, dalla fatica continua. Che poi si è tradotta anche in avversione verso la guerra e il fascismo. Hanno preso coscienza che non era una cosa poi così facile e così veloce, questa guerra. Dopo è arrivata l’occupazione nazista; sebbene ci fossero anche prima, i tedeschi sono venuti in massa soprattutto dopo la caduta del fascismo.

Le donne dopo l’8 settembre hanno avuto un ruolo importante nell’assistere e sostenere l’esercito allo sbando…

L’8 settembre si è verificato questo grande fatto, spontaneo ma straordinario. I militari sbandati erano migliaia e sono stati aiutati dalle donne, dalle donne e dai vecchi che erano a casa. Si può dire che non ci sia stata famiglia che non abbia dato dei vestiti borghesi, un pasto caldo, un rifugio magari per una notte o due. C’è stata una solidarietà talmente vasta verso i militari sbandati… E anche verso i prigionieri che erano in fuga. I campi di concentramento italiani non avevano più guardiani: i prigionieri erano militari dell’esercito degli Alleati e Slavi, che erano stati catturati e che dopo l’8 settembre erano tutti in giro, tutti in cerca di protezione. Una buona parte è poi entrata nei battaglioni partigiani. Questo è stato l’inizio. E inizia la presa di coscienza delle donne: era la generosità, la sensibilità umana, la pena per questi giovani, ma anche la voglia che finisse questa guerra e la consapevolezza di dover fare qualcosa per cambiare le cose. E’ stato un salto di qualità importante, perché una massa di gente è scesa in aiuto di un esercito abbandonato. E poi le donne hanno continuato ad assistere, ad aiutare.

A casa tua cosa successe?

A casa mia, per esempio, dall’8 settembre in poi non ti dico quanta gente è passata! (presso la casa del Portello, n.d.c.). Mia mamma lavorava a Padova per il Comitato di Liberazione Regionale del Veneto: faceva la staffetta e attraverso la rete degli antifascisti, che ormai si stavano organizzando, accompagnava nel bellunese, dove si stavano costituendo le prime formazioni combattenti, i militari o i renitenti alla leva che volevano andare in montagna.

Cosa faceva di preciso tua madre?

Portava sempre anche delle cose. C’era un’infermiera che lavorava in ospedale e che, dalle infermiere e dalle suore, raccoglieva medicinali che servivano per i feriti: erano prevalentemente suore quelle che avevano in mano i magazzini, e proprio loro hanno dato un grande contributo, anche quando in ospedale sono arrivati i feriti partigiani, collaborando insieme ad una fitta rete di medici ed infermieri. Mia mamma portava delle borse di farmaci o di indumenti.

Quando è arrivato l’inverno, gli uomini in montagna avevano bisogno di maglioni, di scarpe, di calzetti di lana che venivano raccolti in giro: a casa mia arrivavano tutte queste cose e mia madre partiva con le borse. C’erano dei segnali appositi. Mia mamma, per esempio, si metteva in testa un fazzoletto rosso per farsi riconoscere: i renitenti alla leva salivano in treno a Vigodarzere e sapevano che dovevano incontrare una signora con un fazzoletto rosso sul capo. Quando l’hanno arrestata, c’era questa cosa un po’strana, di mia madre con un fazzolettone rosso in testa! Il giorno del suo arresto doveva accompagnare due giovani che sono saliti sul treno. Naturalmente stavano sempre a distanza di sicurezza da mia mamma: dovevano seguirla a distanza e poi prendere la strada per le montagne, dopo aver recuperato le borse. Ma a Castelfranco sono arrivati quelli della Guardia Nazionale Repubblicana e l’hanno arrestata. Per fortuna alcuni ferrovieri hanno raccolto le due borse. Dei due ragazzi non si è più saputo bene dove fossero andati a finire; dopo tanto tempo ci hanno detto che si erano spostati , che non erano andati a Feltre ma presso un’altra brigata nel bellunese. Mia madre è stata arrestata ed è rimasta in carcere quindici giorni e noi non sapevamo dove fosse. Come la GNR avesse scoperto il collegamento, non si è mai saputo.

E tu dov’eri?

Nel frattempo io ero a casa con mio fratello: lui aveva tredici anni e io sedici. C’era il coprifuoco, mio papà non stava più a casa perché si doveva nascondere e con lui ci incontravamo al macello un quarto d’ora prima del coprifuoco. Mi ha detto di andare nelle caserme di Padova per cercare di capire dove fosse finita mia madre, e di dire che lei era andata in cerca di cose da mangiare. Era la scusa più facile, e lui sapeva che anche lei avrebbe detto la stessa cosa. Io ho fatto il giro delle carceri, ma non l’ho trovata. Era stata mandata alla gendarmeria tedesca che aveva sede all’albergo “Aquila Nera”, dove adesso c’è Coin, in via Altinate. Mia mamma è riuscita ad affacciarsi e a chiedere che qualcuno avvisasse a casa, così una persona è venuta ad avvisarci. A quel punto io sono andata lì e mi hanno detto che non c’era; mentivano, ma io non potevo dire niente. Dopo due giorni arriva di corsa a casa mia madre, dicendo che non poteva raccontarci nulla e che doveva andare via. Andò a Camin e alla fine ci raccontò che la Guardia Nazionale Repubblicana aveva fatto un rastrellamento a Curtarolo, da dove erano partiti quei due ragazzi che poi dovevano raggiungerla e farsi accompagnare in montagna. I militi prendevano in ostaggio le mamme o le sorelle dei renitenti alla leva, e quel giorno ne avevano arrestate una quindicina: le hanno portate tutte in via Altinate. Il comandante le ha chiamate tutte e in mezzo c’era anche mia madre, che aveva un’altra ragione per essere lì. Il comandante ha cominciato ad interrogarle e più faceva le domande più le donne piangevano e dicevano di non sapere dove fossero i loro figli: e più loro piangevano, più il comandante si arrabbiava. Alla fine le ha mandate via. Rimaneva mia madre, e quando le chiesero cosa facesse lì, lei disse: “Come loro…”. E allora il comandante la cacciò gridando: “Raus! Raus!”, così lei si salvò e fece ritorno a casa.

Probabilmente le Brigate Nere volevano scaricare ai tedeschi queste donne, perché già sapevano che avevano cominciato a mandarle in Germania. Era il novembre del 1943: ricordo anche che, quando ho fatto il giro delle caserme per cercare mia mamma, in una di queste mi è caduta sotto gli occhi una lista di persone da arrestare e fra queste ho riconosciuto il nome di un ragazzo che conoscevo. L’ho detto a mio papà che l’ha avvisato. Era Bruno Brunetti, che poi è stato in montagna sul Cansiglio ed è stato un partigiano importante, che ha combattuto nel bellunese.

E ci sono figure femminili di cui ti ricordi in modo particolare?

C’era la Vittoria Zerbetto, che era la moglie di un bravissimo compagno, il primo compagno che mio padre ha conosciuto e che poi lo ha messo in contatto con gli altri. Aveva quattro figli, ma andava lo stesso negli ospedali ad assistere i partigiani e gli antifascisti, e ha fatto moltissimo. C’era la Ada Foco, che però, a un bel momento, è andata a Milano a lavorare per la Resistenza e faceva la staffetta per i gruppi partigiani nel milanese e nel bergamasco. Poi c’era la Maria Zonta (vedi numero 4 “Fonti di memoria”) che, uscita dal campo di concentramento, è venuta a casa mia: lei aveva organizzato lo sciopero alla SNIA Viscosa! E’ stata una donna straordinaria. Oltre alle amiche di mia mamma, venivano a casa mia delle staffette; tutte avevano un soprannome, non sapevo i nomi veri. C’era anche una triestina bellissima, che delle volte si fermava a dormire. Ho conosciuto Maria Sabatucci. Era venuta a casa mia dopo l’uccisione del figlio Francesco Sabatucci, comandante della Brigata Garibaldi “Padova” (vedi n°2 Fonti di Memoria: Francesco Sbatucci, il partigiano Cirillo/Franco). Le siamo stati molto vicini.

Poi ho conosciuto Maria Banchieri, una slava che aveva sposato Giuseppe Banchieri che aveva fatto il militare in Croazia, lei rischiava di più perché aveva un forte accento, ma operò anche da incinta. Le donne accompagnavano i soldati in montagna e portavano i messaggi in città: c’era tutta una rete di rapporti e di scambi. Hanno avuto un ruolo indispensabile, senza di loro la Resistenza non avrebbe retto, non si sarebbe fatta.

Fai il conto che provvedere a tutti gli indumenti, i medicinali, il cibo non era cosa facile. Soprattutto assicuravano il rapporto tra le formazioni e i comandi. Nelle campagne, soprattutto, le donne che ospitavano i partigiani in armi che si spostavano di qua e di là o qualche antifascista ricercato, rischiavano di vedersi bruciare la casa: non era mica una cosa da poco! Siccome di solito i mariti erano al fronte o che sa dove, queste donne agivano. Noi ragazzi facevamo le staffette: io non ero inquadrata, ma mio padre mi mandava sempre in giro. Nell’ultimo anno e mezzo della guerra, quando andavo a lavorare nell’ufficio del ragionier Cazzola, passando da via Cesare Battisti portavo sempre o recuperavo dei pacchetti che mi dava il rilegatore Egidio Mazzuccato, un compagno che aveva la bottega lì. Quello era un posto di scambi.

Portavi anche armi?

Dipendeva dal peso, comunque armi ne son girate… Figurati che, subito dopo l’8 settembre, mio padre con un carrettino e Giovanni Zerbetto con un altro carro andavano in cerca delle armi abbandonate dai nostri soldati.Ma sai quante armi hanno raccolto? Quando mia mamma è stata arrestata, io sapevo che nel sottoscala del palazzo c’erano dei pacchi di roba che non si poteva assolutamente tenere; sapevo che se fossero venuti a perquisire sarebbe stato molto grave. Ho chiesto aiuto alla signora Angela, una vicina di casa e un infermiera che raccoglieva medicinali per i partigiani, che mi ha detto di buttare tutto in canale, e io l’ho buttato in canale… Quello che mi ha detto mio padre dopo! Perché dentro questi pacchi c’era un bel po’ di dinamite. Era una vita un po’ movimentata!

Qual è stato il riconoscimento del movimento partigiano alle donne?

Questa esperienza di solidarietà iniziale, che si è trasformata in una collaborazione molto rischiosa per quelle che vi hanno partecipato attivamente, ha creato una coscienza politica nelle donne, che prima erano o ignare o indifferenti a quanto succedeva. Il fascismo le aveva istupidite. Il CNL, già prima che finisse la guerra, aveva riconosciuto che bisognava concedere il voto alle donne: infatti il decreto che assegnava loro il voto è del 31 gennaio del 1945, mi pare, quattro mesi prima della Liberazione. Hanno riconosciuto che l’apporto delle donne era stato un apporto essenziale, indispensabile. Tieni conto che nel CNL c’erano le forze antifasciste che corrispondevano a tutti gli orientamenti politici.

E, invece, negli anni precedenti che tipo di situazione c’era?

Addirittura prima del fascismo c’erano stati dei gruppi sparuti di donne che .rivendicavano il diritto di voto, le “sufraggette”. Anche in Parlamento c’era stato un certo dibattito ma, come sappiamo bene, alla fine il diritto di voto fu negato, non solo alle donne, ma a tutti i cittadini. Il voto alle donne viene concesso proprio in seguito al riconoscimento del fondamentale apporto al movimento di Resistenza, che poi, come ho già detto, aveva determinato una nuova coscienza e un nuovo atteggiamento. In seguito, tutti i diritti di parità sono seguiti a quel grande momento.

Una rivoluzione?

E’ stata proprio una rivoluzione sociale. Il movimento femminista, con il ruolo importantissimo e fondamentale che ha avuto, non ha mai valorizzato come avrebbe dovuto quel periodo e il ruolo delle donne nel movimento di Liberazione: c’era la tendenza a dire che le donne avevano agito per sostenere i propri mariti, per la propria famiglia. Sicuramente le donne avranno agito anche per la loro famiglia, però hanno anche cambiato se stesse! E, soprattutto, non c’è stata una partecipazione d’élite. Anche nel Risorgimento c’erano state grandi figure femminili, ma erano principesse, nobildonne, donne di ceti elevati. Qui, invece, hanno partecipato donne di ogni estrazione: c’erano le colte e le ignoranti, c’erano le operaie e le maestre, le ricche e le povere: questa è la differenza. Se la Resistenza ha avuto questa connotazione di guerra popolare, l’ha avuta anche per questa presenza. C’erano state donne che avevano avuto un ruolo nella storia, ma fino a quel momento erano singoli illustri esempi.

E dopo la Liberazione che cosa è successo?

La fame, le rinunce, i sacrifici sono continuati per anni. E’ presto svanita l’illusione che con la libertà sarebbero arrivate presto giustizia sociale e benessere. La conquista dei diritti sanciti dalla Costituzione per molti anni è rimasta parola scritta e ci sono volute molte lotte perché quei principi si trasformassero in legge e da legge in realtà. Pensiamo alla parità nel lavoro: solo nel 1960 arrivano le leggi che permettono l’accesso delle donne a tutte le carriere o la parità nelle assunzioni e di retribuzione per lo stesso lavoro.

Ci sono degli eventi particolari che ti ricordi, momenti di particolare paura?

I bombardamenti terribili! Quando c’erano i bombardamenti scattava l’allarme. Noi avevamo le borse sempre pronte davanti alla porta; era tutto pronto e in due minuti prendevamo le biciclette e via! Se sentivamo il rombo degli aerei ci nascondevamo sotto i bastioni o sotto la Chiesa di Ognissanti, dove c’erano dei rifugi. Se invece c’era un po’ più di tempo di attraversava il ponte della Stanga, il “ponte dei Grassi”, e andavamo in campagna, perché a quel tempo lì erano tutti campi: si stava là, all’aperto, notte e giorno ad aspettare che finisse. Quando andavo a lavorare c’erano i rifugi lì vicino: erano negli scantinati dell’Università, oppure in via San Francesco. Stto i palazzi della città avevano fatto dei rinforzi di cemento per rendere sicuri gli scantinati, ma, talvolta, dei rifugi sono stati colpiti e non hanno retto, facendo un mucchio di morti.

Tu lavoravi. Che tipo di lavoro svolgevi?

Io dal ragionier Cassola facevo l’impiegata dattilografa. Eravamo io e lui. Lui era quello che adesso si chiamerebbe commercialista.

Lui non sospettava la tua collaborazione con il movimento?

Ho saputo dopo che anche lui collaborava. Era un popolare, poi democristiano. Nel suo studio veniva anche il dottor Saggin, che era un esponente importante della Resistenza democristiana. Però a lui non dicevo niente, quindi abbiamo scoperto questa cosa dopo la Liberazione.

Hai mai perso qualcuno a te vicino?

Io e i miei famigliari siamo stati dolorosamente colpiti dalla morte di Attilio Galvani, assassinato dalla brigate nere, e di Egidio Mazzuccato, morto sotto un bombardamento. Erano cari amici di famiglia. Anche i fratelli Luigino e Romeo Tombola, valorosi partigiani, sono caduti entrambi. Le mie amiche si sono salvate. Però c’è un episodio che mi ha colpito. Nella via dove abitavo c’era una famiglia, madre padre e una figlia, che erano ebrei. Le leggi razziali erano state fatte, se n’era scritto sui giornali, ma non è che la gente ne avesse molta coscienza. Io non ricordo bene quando, ma ad un certo punto questa famiglia, i Bertolini, è sparita. Sono passati i mesi e non se n’è più saputo niente. Noi ragazzi pensavamo che fossero andati da parenti, ma gli adulti probabilmente sapevano: nessuno di loro è mai tornato, neanche dopo la guerra.

Siete dovuti andare via dalla casa del Portello?

Ad un certo punto siamo stati sfollati a Limena, a casa di un operaio della Rizzato che ci affittava due stanze. La moglie di questo operaio faceva la contrabbandiera! Faceva il mercato nero e tutto quello che riusciva a trovare lo rivendeva: avevano otto figli! E poi, se mio papà aveva bisogno, portava i messaggi in giro. A Limena e a Curtarolo c’era una fitta rete di collegamenti. Nel ’44 i partigiani hanno fatto saltare il ponte di Curtarolo per intralciare i rifornimenti e gli spostamenti dei tedeschi. Da Limena abbiamo sentito lo scoppio.

Ti ricordi un’avventura particolare?

Quando sono stati arrestati alcuni componenti del comando della Brigata “Garibaldi” nel 1944, siamo scappati, io mio padre e mio fratello, perché mio padre era in pericolo. Siamo partiti con un camion della Rizzato che portava biciclette a Brescia. Siamo andati a trovare Giovanni Zerbetto, che era stato ferito e che, con l’aiuto di mio padre e di altri partigiani, era stato portato via dall’ospedale e nascosto, quindi era scappato a Brescia a casa di una sorella che abitava là. Da Brescia siamo andati fino a Parma in bicicletta. Un bel giorno, mentre comincia a nevicare, arriva la notizia che si sta preparando un rastrellamento. I compagni avevano avvisato mio padre: doveva assolutamente andare via, perché c’erano le Brigate Nere che circondavano la zona. Alla fine siamo ripartiti per andare verso la valle del Taro, portandoci dietro le biciclette: ce le trascinavamo dietro o ce le portavamo in spalla, di abbandonarle non se ne parlava neanche! Siamo arrivati ad un posto di blocco che mancava poco al coprifuoco.

Mio padre parla con i militi, spiega che eravamo andati a trovare una sua sorella e che siamo rimasti bloccati dalla neve. Insomma, alla fine i soldati ci fanno passare. Il motivo sta nel fatto che eravamo una famiglia. Io ero terrorizzata e infreddolita.

Avessimo trovato altri soldati, fossimo incappati in un paio di esaltati, era sicuro che ci avrebbero portati via e poi… chissà!

Non so che documenti avesse mio padre. Stava per scendere il buio e non si poteva andare avanti perché c’era il rischio dei posti di blocco. Mio padre si ricorda di una cugina che vive nei pressi, ma questa cugina non ci voleva in casa, aveva una paura matta. Mio padre voleva che almeno io e mio fratello rimanessimo. Alla fine siamo rimasti, ma è stata una cosa terribile: questa donna piena di paura proprio non se la sentiva di tenerci lì, perché lei sapeva chi era mio papà e intuiva il rischio di nasconderlo in casa. E’ stata una cosa molto amara. La mattina dopo siamo ripartiti. Nel frattempo avanzavano i rastrellamenti.

Che differenza c’era tra la campagna e la città?

A Padova c’erano tutta la gestione e il coordinamento, mentre la battaglie si svolgevano fuori, in campagna. In città operavano i Gruppi di Azione Partigiana, i GAP; giravano volantini, si facevano gli appelli… Ma era in campagna che avvenivano le azioni, dove l’ambiente era più favorevole ai sabotaggi, agli attacchi alle caserme, agli assalti ai soldati per portar via loro le armi…

Si dice che le donne, dopo la Resistenza, non abbiano fatto valere il loro peso nelle vicende storiche della Resistenza. E’ vero secondo te?

Mah, le donne non si sono fatte avanti perché forse ritenevano di non aver fatto abbastanza, forse pensavano che, non avendo avuto “lo schioppo in mano”, non meritavano riconoscimenti. Però c’erano state anche quelle che avevano fatto attivamente parte delle Brigate, donne che avevano sparato. Pensa a via Rasella (a Roma, n.d.c.): la Capponi, la Musu facevano parte del commando che aveva fatto saltare il camion dei tedeschi. La maggioranza delle donne ha fatto delle cose che solo loro potevano fare, anche se era un apporto modesto, a volte anche temporaneo. Sicuramente tante donne avrebbero meritato il titolo ma non l’hanno chiesto.

E perché secondo te?

Bisogna capire quello che ha preceduto la guerra: se non si capisce cos’era la donna nel periodo fascista non si capisce il valore del cambiamento avvenuto negli anni della Resistenza. Il fascismo aveva assegnato alle donne un unico ruolo: quello di fare figli. Dovevano fare figli per la patria, poiché dovevamo avere un grande esercito per avere un grande impero. Le donne che facevano tanti figli venivano lodate, esaltate: prendevano medaglie, diplomi, comparivano con articoli sui giornali…

Per quello che riguarda la donna intesa come “persona” e come cittadina, invece, era offesa ed umiliata: i salari erano la metà di quelli degli uomini e nelle assunzioni erano sempre preferiti i maschi. Ancora prima della vergogna delle leggi razziali vigevano delle leggi vergognose secondo le quali le donne non potevano insegnare storia e filosofia nelle scuole e nelle università, non potevano assumere ruoli dirigenziali, non potevano diventare magistrati…

La gran parte di loro subiva la propaganda fascista: questa storia dell’Impero, ad esempio.

A scuola ci insegnavano che eravamo una razza superiore perché eravamo gli eredi dell’Impero Romano che avevano portato la civiltà nel mondo: quindi noi avevamo diritto ad avere le colonie. E questa cosa te la senti dire per vent’anni, batti e ribatti, cominciando dai Balilla, dalle Piccole Italiane… la politica del fascismo era tutta imperniata sull’Impero, sulla ricerca del “posto al sole”… e le donne a fare figli per la grandezza della patria! Non è che poi la chiesa si opponesse a quest’offesa alla dignità della “persona” donna…anche perché è nell’educazione religiosa la visione della donna come madre, l’idea della sessualità solo in funzione della procreazione.

Quando c’è un passaggio come quello che c’è stato durante la guerra di Liberazione si crea una svolta nella mentalità, nei costumi e nella coscienza politica.

Questa dunque è l’eredità che le donne di quegli anni hanno lasciato al movimento femminile per i diritti e l’emancipazione della donna. Molte conquiste nascono proprio in quel periodo, in cui le donne, nonostante il regime, l’emarginazione e l’isolamento nella famiglia, riscoprono un ruolo civile e attivo nella Storia.

 

da LA RESISTENZA E LE DONNE – La partecipazione femminile al movimento di Liberazione – Hélène Zago

IRMA BANDIERA. LA MEMORIA PARTIGIANA

IRMA BANDIERA. LA MEMORIA PARTIGIANA

Irma Bandiera partigiana

di Manuel CIARLEGLIO

Estratto dal libro Fangén. Epika edizioni, 2013.

… Seguii le indicazioni aprossimative della bibliotecaria, e così, senza chiedere altre informazioni, mi ritrovai davanti alla targa: “via Irma Bandiera”. Niente più. L’iscrizione non riportava la minima informazione sulla vita di Irma Bandiera.

Rimasi lì davanti, un po’ imbambolato, con gli occhi sul nome stampato, senza sapere che fare, pensando che forse era il caso di lasciar perdere quella ricerca.

-Ma tu, ragazzino, lo sai chi era Irma Bandiera?- La voce rauca di una anziano mi riportò alla realtà. Gli rivolsi lo sguardo sorpreso, e lo salutai con un semplice sorriso.

-Ti ho visto osservare l’iscrizione con tanto interesse che mi sono sorpreso. E mi sono detto che deve esserci un motivo…

-Certo che c’è un motivo –lo interruppi-. È il nome della mia scuola, Irma Bandiera, e volevo sapere chi fosse.

-Davvero non lo sai? Nessun professore ti ha mai detto perché la tua scuola si chiama così?

-Mi hanno spiegato solo che è stata una partigiana. Ma di partigiani ce ne sono stati tanti; Irma Bandiera deve aver fatto qualcosa di speciale, se le hanno intitolato una strada e una scuola.

-È così, infatti. Irma è stata speciale, molto speciale.
L’anziano parlava con voce dimessa, mi ispirava fiducia, e capii che dietro i suoi occhi azzurri e malinconici c’erano tante risposte.

-Lei l’ha conosciuta?

L’anziano dapprima fece solo un gesto affermativo col capo, poi respirò profondamente prima di rispondermi.

-Avevamo la tua età; eravamo compagni di scuola, tutt’e due del ’15. Già da bambina aveva quel carattere deciso, ma era dolcissima. Poi, crescendo, è anche diventata una donna bellissima. Ma questo non importa. Davvero vuoi sapere perché le hanno intitolato una via e una scuola? Non è una storia per bambini…

-Non sono un bambino, ho dodici anni. –fu la mia risposta.

Il vecchio abbozzò un sorriso mentre si passava il fazzoletto sul volto

-Sai che hai ragione? Io, alla tua età ne avevo viste di tutti i colori. E non me le raccontarono, le ho viste io, con i miei occhi. Ma non mi dare del lei, per favore, che mi fai sentire più vecchio di quello che sono. Puoi darmi del tu e chiamarmi Guerrino, che è il mio nome.

-Va bene, come vuoi -gli risposi, con un sorriso-. Però me la racconti la storia di Irma Bandiera?

-Sì, stai tranquillo, adesso te la racconto.

Guerrino mi invitò a sedermi su una panchina all’angolo con via de Coubertin; eravamo a pochi passi dall’arco del Meloncello, la strada era tranquilla e l’ombra degli alberi ci proteggeva dal sole già forte di metà giugno. E proprio lì, sulla stessa via che porta il suo nome, quell’anziano signore dagli occhi azzurri e tristi cominciò a raccontarmi la storia di Irma Bandiera, anzi, la sua storia di Irma Badiera. La storia di un amore frustrato.

-Io e Irma Bandiera -mi disse- ci conoscevamo sin da quando eravamo bambini, più giovani di te. Già allora si capiva che era una persona speciale: aveva quegli occhioni grandi, brillanti, che mettevano soggezione. Erano gli anni venti, noi bambini cantavamo orgogliosi canzoni fasciste. In quegli anni una gran parte dell’Italia ci credeva davvero nel fascismo; era una rivoluzione italiana, diceva Mussolini, e noi bambini eravamo educati nel culto alla nuova Italia fascista. Ma la Mimma, già allora, era diversa.

-La Mimma?

-Sì, Irma Bandiera: in famiglia la chiamavano affettuosamente così, Mimma. Non so perché.

Lei era diversa, ti dicevo, davvero. I suoi genitori, Angelo e l’Argentina Manferrari, erano liberali, una famiglia benestante, gente perbene e molto istruita. Siccome suo papà non aveva simpatia per il fascio, e frequentava ambienti socialisti e liberali, a Irma le avevano insegnato a stare attenta, a non dire mai una parola di troppo.

Io, invece, ero di una famiglia più modesta: mio padre era bottegaio, poi, con la guerra, dovette chiudere il negozio, e ci rimase solo la casa. Insomma, venivamo da due mondi diversi io e la Mimma, ma eravamo vicini. E avevamo fatto la scuola assieme. Dalla mia casa alla sua erano cinque minuti a piedi.

-E tu, eri fascista? –interruppi l’anziano, con tutta la mancanza di tatto di cui può essere capace un bambino.

Guerrino mi fece segno con la mano di non interromperlo.

-Se mai lo sono stato, mi è passata presto la voglia di essere fascista. Ero appena più grande di te quando cominciai a vedere con i miei occhi gli squadristi in azione. Qui, in via Saragozza, ho visto gente pestata a sangue solo perché si era negata a cantare con loro o a fare il saluto romano.
A quindici anni le canzoni fasciste non le cantavo più. E quando sentivo i loro slogan sbraitati a gran voce cambiavo strada senza pensarci su nemmeno un secondo.

Irma Bandiera la incontravo abbastanza spesso sulla strada di casa, e ogni volta che la vedevo mi sembrava più bella. La salutavo, le sorridevo; lei mi rispondeva appena, educatamente, e tirava diritto per la sua strada. Non sono mai riuscito a riavvicinarmici, dopo la scuola. Mi sarebbe piaciuto, ma ero timido e squattrinato, mentre lei era una signorina educata ed elegante. Cosa avrei potuto offrirle, io?
Qualche anno più tardi fui chiamato per andare in guerra, come tanti.
Mi toccò l’Albania, il fronte greco. Ci rimasi un paio d’anni, poi ho ricevuto una bella scheggia di mortaio nella gamba destra. Ogni tanto mi fa ancora male, soprattutto quando piove; ma le voglio bene a questa ferita, perché probabilmente mi ha salvato la vita.

Quando tornai a casa, nel gennaio del ’43, la ferita alla gamba mi fece anche un bel regalo: dopo due mesi fra casa e ospedale cominciai a camminare con l’aiuto delle stampelle; passeggiavo qua attorno per fare esercizio, e così, un bel giorno, me la ritrovai davanti: la signorina Irma Bandiera, elegantissima come sempre e più bella che mai. Mi guarda e mi dice: “Guerrino, che bella sorpresa, sei tornato a casa. Mi fa piacere. Che contenti devono essere tua madre e tuo padre.” Mi sorrideva, era davvero felice di vedermi. A me era sempre piaciuta, e timido come ero, non sapevo cosa dirle. Le risposi che speravo finisse presto la guerra, e che tutti i ragazzi del quartiere tornassero a casa sani e salvi. Poi, non sapendo come sostenere la conversazione, mi lamentai della mia ferita alla gamba. “Non sembra grave” disse lei, “vedrai che fra qualche mese salterai come uno stambecco.” Proprio così mi disse, mi ricordo come se fosse stato ieri. Scoppiai a ridere: “Ma chi l’ha mai visto uno stambecco a Bologna? Se ne vedi uno, poi mi spieghi come salta”.

Si mise a ridere anche lei, e ti giuro che vederla ridere in quel modo, divertendosi con me, è stato il regalo più bello che m’abbia fatto la vita.

Mi diede una carezza: “Auguri per la gamba. Vedrai che starai bene, stambecco.” Ridemmo di nuovo, poi se ne andò verso casa. Prima di chiudersi il portone alle spalle si voltò e mi regalò un ultimo sorriso. Mi fece tanto bene, quel sorriso. Tanto bene che una settimana dopo comincia a dare i primi passi senza stampelle. Nel giro di pochi mesi ricominciai a camminare; lento e zoppo, ma camminavo. E nella primavera del ’44 i fascisti, per compensarmi della ferita alla gamba, mi diedero un lavoro. Guadagnavo una miseria ma, durante la guerra, anche quella miseria era un lusso. E dovetti ringraziare, pensa te, dovetti ringraziare. Ero vivo per fortuna, quasi ci rimetto una gamba per salvare la pelle, e appena ricomincio a camminare, quelli mi mettono a lavorare con uno stipendio da miseria. E dovevo ringraziare.

-Scusa, ma questa storia cosa c’entra con Irma Bandiera?
Guerrino sorrise. Aveva un sorriso triste, che spesso si perdeva in un sospiro. Si passò la mano fra i capelli bianchi e tossì un paio di volte.

-La sto prendendo un po’ alla larga, ma sai, a volte non è facile ricordare…

Si bloccò su queste parole. Anch’io rimasi in silenzio, lo osservavo e lo sentivo respirare forte, come se gli mancasse l’aria. Quando riprese a parlare, lo fece quasi sottovoce.

– Quella mattina mi alzai presto, molto presto, per andare a lavorare. Non riuscivo a dormire per via del caldo, così alle sei ero già in piedi, più mattiniero del sole. Salutai mia madre, che si era già alzata, e uscii. Camminavo verso via Saragozza, e lì, proprio lì, stesa sul selciato, me la trovai davanti. Era lei, Irma Bandiera. La Mimma. La riconobbi subito. Più magra che mai, sfigurata; con il volto, le mani e il petto pieni di lividi e bruciature, ma la riconobbi subito. La Mimma. L’avevano tirata per terra come un sacco di spazzatura. Portava un vestito scuro, elegante. Ma glielo avevano strappato addosso; si vedeva. Anche i fori delle pallottole si vedevano. E i rigagnoli di sangue. Gli occhi, poi, gli occhi…
E qui si ferma. Vedo sulle sue labbra che vuole parlare ancora, ma non ce la fa. Non piange, non ci sono più lacrime, chissà da quanto. C’è solo il vuoto, un silenzio secco. Allora provo a dire qualcosa sottovoce, una banalità penso.
-Erano stati i tedeschi…

-No, ragazzo -mi interrompe subito-, non erano stati i tedeschi. Quella è la cosa peggiore: non erano stati i tedeschi. Le mani che l’avevano torturata per una settimana, fino ad ucciderla, non erano state mani tedesche. I tedeschi non erano così carogne. I soldati tedeschi ti uccidevano guardandoti negli occhi. Erano soldati, nemici, invasori, nazisti, tutto quello che vuoi, ma ti uccidevano guardandoti negli occhi. Le più luride carogne erano quei fascisti italiani, bolognesi come noi, come Irma. Loro la uccisero.
Evidentemente, nessuno sapeva che Irma Bandiera fosse entrata nei partigiani, ma quella mattina, appena la vidi sul selciato, capii tutto. Conoscevo i fascisti e i loro metodi. Chi, come e dove, invece, sono particolari che ho saputo molto più tardi, quando la guerra era già finita.
-E non me li puoi raccontare?
-Quella è un’altra storia, sai; un’altra brutta storia… Quello che io non potevo sapere, allora, era che Irma era diventata staffetta della settima brigata Garibaldi.

Il giorno in cui la catturarono aveva portato armi alla sua base, a Castelmaggiore. Da lì uscì poi con dei documenti in codice, per consegnarli ai partigiani di Funo d’Argelato. Arrivata in paese si incontrò con un altro partigiano, ma improvvisamente si videro circondati da una pattuglia di S.S. e una decina di camice nere.

Quelli, le camice nere, erano i peggiori: erano tornati dal fronte dopo l’armistizio pensando di essere degli eroi; si sentivano come leoni. E invece erano solo dei burattini in mano a Hitler.

Cretini, oltre che carogne. Furono loro. Le mani che la torturarono furono mani italiane. Le mani che l’accecarono furono mani italiane. Perché anche quello le fecero. Le strapparono gli occhi. Davanti a casa sua.
-Ma perché?
-Per farla parlare. Volevano sapere dove si nascondevano gli altri partigiani.
-E lei ha parlato?
-Chi, la Mimma? Ma neanche per sogno. Zitta, lei. Muta.

Dopo una settimana di torture la portarono davanti a casa sua, più morta che viva.

Da dietro le finestre i suoi vicini ascoltavano quelle carogne dei fascisti che imprecavano: “Dio boia, dicci almeno qualche nome e ti lasciamo entrare a casa; dietro a quella porta ci sono i tuoi, ti cureranno, potrai vivere.”

Ma lei, niente, muta come un pesce. Volevano farla parlare con quel ricatto indegno.
Ma nemmeno in quel modo le tirarono fuori una parola. Nemmeno accecandola.
Alla fine la portarono al Meloncello, le scaricarono addosso un mitra e la buttarono in mezzo alla strada.

Sembrerà incredibile, ma quando la vidi aveva il sorriso sulle labbra. Morì così, sorridendo ai suoi assassini. Chissà a cosa stesse pensando per non sentire il dolore delle torture.
Dopo aver parlato tanto, senza una pausa, Guerrino rimase improvvisamente in silenzio. Vedevo il suo viso stanco, allora mi avvicinai a lui sulla panchina e gli misi la mia mano di bambino sulla spalla. Guerrino respirò profondamente un paio di volte, poi, senza alzare lo sguardo, continuò.

-Quella mattina, puoi immaginarti, non sapevo dove andare. Avrei voluto raccogliere il suo corpo ancora tiepido e riportarla a casa sua, ma sapevo che dietro a quelle finestre c’era almeno una spia dei fascisti pronta a vendermi per due soldi o per un chilo di carne.

-Ma tu non eri partigiano.

-Non ancora. Ma dimostrare pietà per il cadavere di una partigiana era una colpa sufficiente per fare la stessa fine. Cominciai a camminare. Camminavo e camminavo senza sapere dove dirigermi. Non avevo più dove andare. Non me la sentivo di tornare a casa, vedere i miei genitori, raccontare quello che avevo visto. No, non potevo tornare a casa e uscire il giorno dopo come se tutto continuasse uguale a prima. Per momenti non ricordavo nemmeno il mio nome, pensavo di essere impazzito. Non ero più io, non mi riconoscevo, non ritrovavo dentro di me l’uomo che ero stato fino a quel giorno. Sapevo solo che quella mattina era cambiato tutto. A forza di camminare arrivai su a San Luca. Entrai in chiesa, e non so quante ore rimasi seduto lì dentro, davanti all’altare.
Quando uscii era già di pomeriggio; mi persi nei campi, poi nei boschi. Camminai tutta la notte cercando istintivamente la montagna. Passai Sasso Marconi e continuai a camminare, sino all’alba. Durante il giorno mi nascondevo in fienili e cascine abbandonate, e la notte camminavo fra gli alberi.

Tre giorni più tardi avevo un paio di stivali ai piedi, un fazzoletto rosso al collo e un mitra in mano.

I primi mesi rimasi con la brigata stella rossa, poi fummo annientati dai tedeschi sul monte Sole.

Io riuscii ad attraversare il fronte con quattro ragazzi di Modena.

Passai quell’inverno senza pensare al passato né al futuro, senza nemmeno chiedermi se la guerra sarebbe mai terminata. Ma l’immagine del cadavere di Irma sul selciato ritornava ogni notte. Ogni notte. Mi ero rotto dentro; tutto mi si era rotto dentro, anche la paura. Andavo in battaglia ridendo; la guerra, la vita e la morte avevano perso ormai qualsiasi senso per me.

A Bologna ci tornai il 21 aprile del ’45, partigiano della brigata Maiella. Quel giorno, mentre il resto della città festeggiava, sotto l’arco del Meloncello io piansi in silenzio le ultime lacrime che riuscii a trovare dentro di me.

Pianse in silenzio le ultime lacrime che trovò dentro di sé. Ci sono frasi che senti una volta nella vita, ma rimangono lì. Non sai perché ma non se ne vanno più. Come certi visi.

Come il viso del partigiano Guerrino, quel giorno di giugno del 1980, mentre si alza dalla panchina, mi saluta e si allontana in silenzio.

fonte: http://emanuelciarleglio.blogspot.it/2014/01/irma-bandiera-la-memoria-partigiana.html

“LIBERE”: IL FILM CHE PARLA DELLA RESISTENZA VISTA DAGLI OCCHI DELLE DONNE

“LIBERE”: IL FILM CHE PARLA DELLA RESISTENZA VISTA DAGLI OCCHI DELLE DONNE

Partigiana Ada

di Carmen PALMA

Il 20 aprile è uscito nelle sale di tutta Italia Libere, il nuovo docufilm scritto e diretto dalla regista Rossella Schillaci. Distribuito da Lab 80 film in occasione della festa della Liberazione, Libere è un racconto sull’emancipazione femminile durante la Resistenza, un ritratto di un’epoca apparentemente lontana che ha ancora molto da insegnarci.

Il documentario raccoglie storie di ogni genere: i momenti di battaglia, il rapporto delle donne partigiane con la società, frammenti di vita quotidiana.

Questo film ha una particolarità: non vedrete volti narrare le vicende che segnarono l’Italia durante il conflitto, non vedrete sguardi segnati da rughe profonde perdersi in ricordi di un tempo lontanissimo.

 

Libere è fatto di tante voci fuori campo, voci flebili e sottili ma cariche di intensità. Niente volti, niente nomi.

Solo limpide voci di donne che accompagnano immagini e video d’epoca. Due mani frugano tra le fonti conservate presso l‘Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, recuperando metri e metri di pellicole, vecchi articoli di giornale, fotografie, cinegiornali, documenti personali. Sono le mani della storia, che dispiegano frammenti di vita sotto ai nostri occhi come tanti piccoli quadri. Quadri da ammirare per la loro incredibile bellezza, ma soprattutto quadri che fanno riflettere. La sola presenza di voci e video non rende la cosa meno intima e più impersonale, ma suggerisce l’idea che non sono importanti i nomi, i titoli, le onorificenze. Ciò che resta sono le azioni, le parole, i sentimenti e il profondo messaggio che queste cose portano dentro di loro.

Dal docufilm Libere

E soprattutto resta l’idea che queste donne erano donne qualunque, operaie, donne di casa, donne di piccoli paesi, donne di grandi città. Donne che hanno messo da parte tutto non solo per la patria, ma soprattutto per rispondere a una grande sentimento di ribellione che nasceva dentro il genere femminile durante quegli anni. Donne che alla domanda «Perché l’hai fatto?» rispondono: «Perché volevo essere libera».

 

Rossella Schillaci, con questo documentario, accetta la sfida lanciata da Ada Gobetti ad un convegno del Comitato di Liberazione Nazionale nel 1965. Giornalista, insegnante, traduttrice e partigiana, la voce di Ada Gobetti riecheggia nei primissimi minuti del docufilm. Il suo invito al Comitato fu quello di parlare delle donne e di far luce sulla condizione femminile, ma soprattutto che a farlo fossero tutti, senza distinzione di sesso.

Le storie raccontate in Libere sono le storie di donne che hanno trovato nella vocazione partigiana la strada per la libertà. Libertà da una società fortemente sessista, una società dove le donne potevano aspirare al solo ruolo di moglie e madre. Loro, le partigiane, non si sono arrese.

Come racconta la voce della scrittrice e partigiana Giuliana Gadola Beltrami, il movimento partigiano corrisponde al primo momento di risveglio del movimento femminile in Italia. Le rivendicazioni portate avanti dalle femministe durante gli anni Sessanta, sottolinea la partigiana, rappresentavano la stessa rivoluzione che nacque all’interno di quel piccolo mondo che si nascondeva tra i monti e scendeva in battaglia. Di quelle “piccole rivoluzioni” non se ne parla mai, eppure queste diedero avvio a una presa di coscienza, un aumento di consapevolezza del proprio ruolo nella società.

I momenti raccontati nel docufilm sono tanti. Il semplice atto di fumare una sigaretta in compagnia degli uomini, un momento di parità tra uomo e donne. La reazione dei loro famigliari alla decisione di unirsi al movimento partigiano. Il modo libero di vivere il sesso e l’amore con i compagni. Soprattutto, la difficoltà incontrata durante il Dopoguerra.

Come emerge dal film, la vera battaglia per le donne partigiane cominciò dopo il conflitto. Non c’erano armi da impugnare, ma solo voglia di rimboccarsi le maniche e di riappropriarsi del proprio ruolo. Un ruolo che non doveva essere necessariamente quello di donna di casa. Alcuni racconti hanno dell’assurdo: ad esempio, donne costrette dai propri mariti a rimanere a casa e non presentarsi alle urne per il voto nel 1945. Ancora, donne costrette a lasciare il proprio posto da operaie perché riconosciute come partigiane e, in quanto tali, pericolose. Una donna che si ribella è scomoda e non piace a nessuno.

Donne votano

Alcune di loro si sono arrese, altre hanno portato avanti i propri ideali e la propria sete di libertà diventando così un modello.

Un esempio per tutte le giovani donne di oggi che hanno ancora tanto da combattere.

fonte: http://www.artspecialday.com/9art/2017/04/17/libere-docufilm-resistenza-donne/

I NEMICI? SONO QUELLI COME MACRON

I NEMICI? SONO QUELLI COME MACRON

Emmanuel Macron

Volete restare così. Essere tutti fra dieci anni come la Grecia, oppure peggio? 
Per carità, fatelo. E poi guardate negli occhi i vostri figli.

Oppure dovrete comprendere che il mutamento della Storia prevede una “spaccatura”, un terremoto, un danno. Un divorzio da alcune idee radicate nel nostro cervello.

Spesso, una guerra.

Stavolta, mi auguro, non servirà una guerra.

Serve una scelta. Capire chi è il nemico.

Il NEMICO è il sistema ordoliberista europeo. Il sistema neoliberista americano.

IDEOLOGIE TOTALITARIE.

Il nemico è uno che si definisce “liberalsocialista”, come Emmanuel Macron. Ed è un sostenitore di un certo tipo di società. Quella che sta attuando “il trasferimento sistematico e istituzionale di risorse pubbliche ai soggetti economicamente più avvantaggiati della società”. Il “socialismo dei ricchi“.

 
Per eliminarlo politicamente ci vuole una sinistra popolare, forte delle sue convinzioni e dei suoi programmi senza alcun compromesso. Una sinistra che garantisca lavoro e benessere alle fasce più deboli. Come ha sempre fatto quando si poteva dotare di questo nome. Essere davvero sinistra.

Se lasciate affrontare il nemico alla destra reazionaria, poi, non lamentatevi.

Massimo Ribaudo

NO. LUIGI DI MAIO NON PUO’ DIRE CERTE COSE

NO. LUIGI DI MAIO NON PUO’ DIRE CERTE COSE

Luigi Di Maio

Se sbagli i congiuntivi basta la Satira.

Se dici inesattezze su politica, storia, geografia, etc, anche.

Ma se da Vicepresidente della Camera, accusi pubblicamente le ONG operanti nel Mediterraneo e che notoriamente salvano vite e prestano assistenza ogni giorno, di essere colluse con la criminalità organizzata favorendo lo sbarco di criminali e lo fai senza alcuna parvenza di prove tangibili e sentenze passate in giudicato, allora dovresti assolutamente dimetterti.

È davvero inaccettabile che l’Italia consenta ad una persona del genere di continuare a ricoprire un’ alta carica istituzionale…

La misura è colma Luigi.

Sei inevitabilmente a fine corsa.

Antonio Capuano

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