E penso alla Grecia. E a noi

E penso alla Grecia. E a noi

Murales piazza Syntagma

Ho letto il tuo articolo, caro Luigi Brancato.

Siamo compagni nel MovES, e ti sono vicino, ti ringrazio e ti abbraccio anche se la tua narrazione mi hai reso un po’ più triste.

Forse la Grecia di me non sa che farsene, non so se il mio sia un amore completamente corrisposto, ma sento che a quel paese devo talmente tanto come occidentale, da provare una gratitudine profonda e totale.

Nutro un sentimento di tale identità con quei luoghi, popolazioni, atmosfere, da avvertire una sensazione di netta appartenenza, al punto di quasi poco avvertirmi nel ruolo di turista in occasione dei miei numerosissimi viaggi per diporto in quel paese meraviglioso; la sensazione è piuttosto quella di tornare a casa.

Ciò che mi angoscia ora è l’inevitabile conferma dal tuo scritto di quanto da me constatato sia fondato.

E se nelle isole ancora l’economia sembra reggere tra mille difficoltà, ancora sostenuta dal turismo, la situazione ad Atene è fortemente precipitata negli ultimi anni con una progressione esponenziale.

Non riesco ad immaginare il numero di nuovi mendicanti, di persone che dormono per strada, di intere famiglie scivolate in una repentina, totale indigenza che potrebbe essersi aggiunto al computo negli ultimi mesi.

Penso che rivesta grande importanza anzitutto controinformare, uscire dal coro come tu egregiamente hai iniziato a fare, fornendo notizie di prima mano, che diffondono aspetti di profonde mutazioni sociali, di usi, costumi e rapporti, che arrivano fino a snaturare il sentire e l’agire di un intero popolo.

Partire dai vissuti quotidiani, da cosa questa stretta comporta, per fare comprendere ai più come si ruba non solo il livello di qualità della vita, ma l’identità stessa di una nazione intera.

Mi è intollerabile il solo pensiero di tutto questo e credo che, poco o molto che sia ciò che è in nostro potere, dovremmo sentire una spinta prepotente a muoverci.

Bruno DELL'ORTO

FITCH DECLASSA IL RATING DELL’ITALIA? #estikazzi

FITCH DECLASSA IL RATING DELL’ITALIA? #estikazzi

Fitch

CHI E’ FITCH E PERCHE’ PARLA MALE DI NOI

di Massimo RIBAUDO

Si fa un gran parlare di scienza, di esperti, di notizie su fatti e dati che devo avere il rango di oggettività per essere credute: devono essere VERE (quando sappiamo che in molti campi la scienza è solo, e vuole restare umilmente tale, PROBABILISTICA e fedele al “principio di falsificabilità” dei suoi paradigmi).

Qualcuno vuole addirittura istituire ministeri della Verità, e cioè avere il monopolio della propria propaganda.

Si deridono coloro che mettono in dubbio l’utilità pratica di una diffusione eccessiva di alcune, e solo di alcune, terapie di profilassi medica, di chi crede alle “scie chimiche”, in complotti sull’ 11 settembre, o di chi crede nell’astrologia.

Eppure pochissimi osano mettere in dubbio le valutazioni ( di rischio di credito e di acquisto di titoli)  di agenzie di rating private. Standard & Poor’s, Mooody’s, Fitch regolano, con le loro valutazioni, il mercato borsistico e dei titoli di Stato a livello globale. Le loro sono sentenze, lo ripeto PRIVATE,  che influenzano e vorrebbero determinare sempre di più la vita delle persone e delle economie di interi Stati. Il privato governa lo Stato attraverso queste pagelle ai comportamenti dei governi con voti che vanno dalla tripla “A”, (dove il capitale ha la massima sicurezza di essere restituito), ai voti più bassi, la tripla C, o la D dell’agenzia di rating Fitch.

Se questo avvenisse soltanto in relazione alle società private, e ai loro fabbisogni di credito, lo riterrei un meccanismo oligopolistico e imperialista del capitale (sono poche tre società, e non va bene che siano  tutte residenti negli Usa e a Londra (Fitch), ma ancora ci muoveremmo nel campo del diritto privato ad acconsentire al controllo di agenzie di valutazione nel campo degli scambi commerciali e finanziari tra società. E’ il Capitalismo, in fondo. Come lo si conosceva e lo si combatteva, mediandone normativamente le caratteristiche maggiormente predatorie e lo si arginava, in Occidente, con alterne fortune.

E invece siamo andati oltre. Le agenzie di rating GIUDICANO gli Stati sovrani.

In effetti le “scie chimiche” non sono dimostrabili. Ma è dimostrabile, e come, che il debito italiano, del suo Stato, presenta maggiori rischi perché c’è la presenza, secondo il report di Fitch, di “partiti populisti”?

Perchè, sapete, la politologia, che è una scienza sociale, come l’economia, non è ancora concorde su cosa significhi “populista”. Credo che Fitch si riferisca la fatto che in Italia esistono partiti (e per me sono ancora troppo pochi, e alcuni di loro troppo ambigui) che vogliono uscire dall’Euro, che vogliono costruire più scuole col bilancio pubblico, e investire in ricerca, anziché in armi o missioni militari.

Esiste, certo è nato da poco, il nostro Movimento, il MovES, che vuole ritornare ad avere una Banca Pubblica centrale, con una propria moneta e banche pubbliche.

Ma questo non è un pericolo per il rischio del nostro debito pubblico, perchè il Giappone ha un rapporto debito pubblico/Pil del 236% e deficit/Pil del 10% eppure Fitch e altre agenzie gli garantiscono la A, e alcune la A+.

Perchè il Giappone ha una sua moneta e una sua Banca (lo dice lo stesso Sole24Ore).

Sui vaccini ci facciamo mille domande, ed è giusto che la scienza risponda e ci sia un dibattito.

Su Fitch, nessuno si fa una domanda?

Cosa è Fitch?

Basterebbe fare una piccola ricerca su Wikipedia, e con tre click incrocereste tre notizie fondamentali. Tre click, è comodo.

Fitch è una società che valuta il credito i rischi di mercato. E’ un gruppo che comprende tre società, e una si chiama Algorithmics. Le loro valutazioni spostano miliardi ogni giorno.

Ma attenzione. “Il Fitch Group è una sussidiaria a maggioranza controllata dalla Hearst Corporation basata a New York”.

Secondo click. Hearst Corporation.

Questo cognome ci dovrebbe insospettire. Quelli più “anni ’70” di noi ricorderanno sicuramente la miliardaria rapita che poi fece anche parte dell’Esercito di Liberazione Simbionese.

Patricia Hearst

 

Quindi gli Hearst, che detengono la maggioranza (80% delle azioni) di Finch non sono finanzieri. Sono editori. Hanno giornali, riviste, TV. Rappresentano da oltre un secolo uno dei più grandi colossi mondiali nel settore dei media. Finanza e informazione. Uniti insieme. E chi li controlla?

NESSUNO.

E adesso arriviamo al terzo click. Andiamo al fondatore della dinastia degli Hearst (che, lo ripeto per l’ennesima volta ancora, sono i maggiori azionisti di Fitch): William Randolph Hearst

Si, è lui. L’uomo che Orson Welles raffigurò in QUARTO POTERE, con il nome di Charles Foster Kane.

Era il più grande editore di giornali negli Stati Uniti.

Uno degli uomini più potenti del mondo che arrivò a fare eleggere o mettere in ombra presidenti degli Stati Uniti, e a provocare la Guerra degli Stati Uniti contro la Spagna per Cuba.

Hearst amava anche definirsi, e così ne mostra tutte le sue profonde contraddizioni Orson Welles: “un uomo del popolo che predilige le masse alle élites”.

UN POPULISTA!

Non c’è niente da ridere.

Fitch non ci dice in base a quali criteri scientifici elabora i suoi report.
E’ una succursale di un impero globale editoriale che attraverso la sua propaganda influenza la politica dei governi da un secolo.

E il Governo italiano, i politici e noi italiani dovremmo badare alle sue valutazioni?

No, scusate.

Vado a leggere l’oroscopo di Rob Brezny

LA CLASSIFICAZIONE DEI PARTITI POLITICI

LA CLASSIFICAZIONE DEI PARTITI POLITICI

Antonio Gramsci

La classificazione dei partiti del Michels è molto superficiale e sommaria, per caratteri esterni e generici:

1) partiti «carismatici», cioè raggruppamenti intorno a certe personalità, con programmi rudimentali; la base di questi partiti è la fede e l’autorità d’un solo. (Di tali partiti non se n’è mai visto; certe espressioni d’interessi sono in certi momenti rappresentate da certe personalità più o meno eccezionali: in certi momenti di «anarchia permanente» dovuta all’equilibrio statico delle forze in lotta, un uomo rappresenta l’«ordine» cioè la rottura con mezzi eccezionali dell’equilibrio mortale e intorno a lui si raggruppano gli «spauriti», le «pecore idrofobe» della piccola borghesia: ma c’è sempre un programma, sia pure generico, anzi generico appunto perché tende solo a rifare l’esteriore copertura politica a un contenuto sociale che non attraversa una vera crisi costituzionale, ma solo una crisi dovuta al troppo numero di malcontenti, difficili da domare per la loro mera quantità e per la simultanea ma meccanicamente simultanea manifestazione del malcontento su tutta l’area della nazione);

2) partiti che hanno per base interessi di classe, economici e sociali, partiti di operai, contadini o di «petites gens» (poiché) i borghesi non possono da soli formare un partito;

3) partiti politici generati (!) da idee politiche o morali, generali e astratte: quando questa concezione si basa su un dogma più sviluppato ed elaborato fino nei dettagli, si potrebbe parlare di partiti dottrinari, le cui dottrine sarebbero privilegio dei capi: partito libero scambisti o protezionisti o che proclamano dei diritti di libertà o di giustizia come: «a ciascuno il prodotto del suo lavoro! a ciascuno secondo le sue forze! a ciascuno secondo i suoi bisogni!»

Antonio Gramsci

I pericoli per la democrazia

I pericoli per la democrazia

Golpe Grecia

50 anni fa esatti il colpo di stato militare in Grecia.
Riflettiamoci.

Ancora oggi la democrazia, che non è in sé un orizzonte di uguaglianza e piena libertà realizzato ma come minimo costringe i dominanti a mediare sui propri interessi, rappresenta un impiccio.

Ciò che però prima poteva essere fatto soltanto assumendosi la responsabilità di essere storicizzati come criminali, coi carri armati e la soldataglia, oggi si può fare in modo sterile con le banconote o addirittura soltanto con click di mouse.

Mentre i telegiornali vi spiegheranno a reti unificate che l’integrazione dei mercati porta la pace.

Enea Boria

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