La scuola è la casa dei bambini

La scuola è la casa dei bambini

cultura

di Barbara MORLEO

Il mondo in cui vivono i miei bambini è un mondo dove l’agire e il pensare sono sempre più stereotipati.

La capacità di “sentire”, di provare “empatia” e di riflettere sulle emozioni, cioè l’intelligenza emotiva, spesso sono state sacrificate sull’altare di un “agire” vacuo e irresponsabile.

Un mondo dove una violenza assurda e intollerabile per una società che si definisce civile, viene invece diffusa attraverso la televisione con una continuità tale da farla alla fine sembrare tollerabile.

Non è semplice combattere contro tutto questo per noi insegnanti.
Ma è indispensabile farlo.

Bisogna offrire loro, esempi di una società in cui le regole sono diverse da quelle che magari sperimentano a casa o fuori casa.

La scuola è la casa dei bambini.

La scuola deve essere la “casa-società” in cui tutti sono accolti, in cui tutti devono essere al sicuro, nessuno deve essere ferito, deriso, umiliato.

La “casa-società” in cui le diversità sono come le sfumature dei colori o dei suoni, più ce n’è, più il quadro o il brano musicale risultano ricchi e completi.

La “casa-società” dove la cura di chi è più debole e bisognoso diventa esercizio di accudimento e protezione da parte di tutti. Ecco perché è fondamentale la presenza anche degli handicap gravi all’interno della classi.

Un solo portatore di handicap diventa motivo di ricchezza per altri venti bambini.

Non sono solo belle parole…questo è esercizio quotidiano. Che deve iniziare dal primo giorno di scuola.
Quando ciò accade i risultati arrivano. Sempre!

Quando mi trovo difronte a genitori ignoranti, intolleranti o razzisti, la prima cosa che penso in silenzio dentro di me è “ho 5 anni per riuscire a cambiare il destino dei vostri figli, per portarli oltre il confine della vostra ottusità”.

Per farcela bisogna spiegare subito ai piccoli la storia della “scuola -casa dei bambini” e poi offrire sempre con coerenza gli esempi giusti.

Gli esempi valgono più di mille parole.

Bisogna riuscire ad estirpare i germi della violenza insegnando loro il valore e miracolo di ogni forma di vita, anche la più piccola.

Si parte dai fiori, dalle piante e dagli insetti per arrivare al rispetto dell’uomo.

Io non ho mai ucciso o fatto uccidere neanche un insetto in classe, neanche una cimice o un ragno: l’ho sempre raccolto con la carta e messo fuori dalla finestra.

E spiego loro che per quanto i ragni e le cimici non mi siamo particolarmente simpatici, loro hanno una ed una sola vita ed io non mi sento in diritto di strappare nessuna vita!

Vi assicuro che in cinque anni si ottengono risultati strabilianti.

E poi bisogna ricordarsi sempre che i bambini, per amare la vita, hanno bisogno di sogni, speranze e fantasia.

Più è “grigia” la realtà in cui sono inseriti, più è importante instillar loro l’amore per la lettura.
Le storie offriranno loro la possibilità di sognare, sperare, immaginare altre vite.

I libri, oltre a nutrire la loro fantasia, diventeranno anche il luogo dove rifugiarsi nei momenti di dolore o vuoto che inevitabilmente dovranno affrontare.

Io racconto sempre che i libri mi hanno salvata: che i libri sono stati cibo per la mia anima, compagni contro la solitudine, riparo dalle disavventure, ombrello per la tristezza, scudo per l’ignoranza e spada contro la cattiveria.

Perché con le parole ci si può difendere e si può attaccare, proprio come con una spada.
Ma bisogna imparare a usarle bene.

E così, nonostante io sia la maestra a quadretti (matematica-scienze-geografia), nel primo ciclo racconto sempre fiabe e porto sempre in dono libri.

A partire dai librini di Rodari in prima, scritti in stampato maiuscolo, con poche parole e molte bellissime immagini, a finire con le avventure di Salgari, magari in quinta.

È ovvio che la scelta del libro deve sempre avvenire sulla base delle reali capacità di lettura e comprensione del bambino, c’è chi magari anche in quinta non va oltre Geronimo Stilton ma non ha importanza…l’importante è che si diverta.

C’è sempre un libro per tutti.

Anche il più reticente e ostinato legge il “Diario di una schiappa” con gusto!

E sappiate che nonostante Salgari non vide mai i Caraibi nella sua vita, a me e a tanti altri giovani lettori, li ha fatti scoprire…
Così come mi ha fatto amare i pirati, imparare cos’è un codice d’onore, impugnare la spada con “Jolanda la figlia del Corsaro Nero”, guidare una nave e crescere fiera.

Qualche volta vinciamo

Qualche volta vinciamo

Rio Lempa, El Salvador

(brano tratto da: “The women behind El Salvador’s historic environmental victory”, di Daniela Marin Platero e Laila Malik per Awid, 11 aprile 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

In un’epoca in cui le corporazioni multinazionali portano in tribunale i governi in tutto il mondo, per avere il diritto di estrarre risorse naturali a spese della terra e dei popoli che la abitano, la prospettiva di vittoria sembra a volte fievole.

Ma questo mese, in Salvador, la marea è cambiata.

Prendendo una decisione che stabilisce un precedente a livello globale, il paese latino-americano ha bandito l’estrazione mineraria di metalli in tutta la nazione. Era il solo modo di fermare il progetto “El Dorado” di una compagnia canadese-australiana che intendeva cercare oro nella regione centrale del Salvador: la realizzazione del progetto – in un paese che ha risorse idriche scarse e inquinate – avrebbe messo a serio rischio di contaminazione il fiume Lempa, fonte d’acqua per il 77,5% della popolazione salvadoregna.

Il bando è il coronamento di undici anni di proteste da parte delle comunità locali, in cui le donne sono state le principali attiviste: organizzando marce e blocchi stradali e seminari informativi hanno difeso territori e diritti umani.

Carolina Amaya

Carolina Amaya (in immagine qui sopra), femminista ecologista e fondatrice del Tavolo Nazionale contro l’estrazione metallifera, dice che il bando chiuderà 25 progetti che si trovavano in fase esplorativa e annullerà i permessi di sfruttamento conferiti alla compagnia transnazionale “Commerce Group”.

Amaya, Antonia Recinos – Presidente dell’Associazione per lo sviluppo socioeconomico Santa Marta (prima immagine qui sotto) e Vidalina Morales (seconda immagine qui sotto) sono tre delle donne che hanno passato anni a lottare in prima linea, ispirando e motivando centinaia di altre. Alcune, durante questa lotta, sono cadute: la loro compagna Dora Alicia Sorto, membro del Comitato Ambientalista di Cabañas, è stata uccisa nel 2009, quando era incinta di otto mesi.

Antonia Recinos

Vidalina Morales

Amaya dice anche che la lista delle cose da fare rimane lunga, incluso l’assicurarsi il pagamento dei risarcimenti dalla compagnia mineraria Oceana Gold che ha distrutto ecosistemi e relative comunità, il lavorare su consultazioni popolari per stabilire comuni liberi dall’attività estrattiva, il rafforzare l’organizzazione della resistenza in vista di possibili cambi di governo e il premere per l’approvazione di protezioni legali quali la legge sull’acqua e la ratificazione di impegni presi per sostenere la protezione di assetti naturali.

Vidalina Morales aggiunge che il sentiero per andare avanti è molto chiaro: “Noi siamo le legittime proprietarie dei nostri territori e dei nostri corpi.
Non possiamo continuare a vivere senza proteggere e accudire i nostri beni comuni.
Dobbiamo intensificare gli impegni organizzativi a ogni livello e lavorare alla costruzione e alla difesa di progetti alternativi.”

 

fonte: https://lunanuvola.wordpress.com/2017/04/12/qualche-volta-vinciamo/?wref=pil

Tante guerre, una sola causa: NOI DICIAMO NO!

Tante guerre, una sola causa: NOI DICIAMO NO!

Moab

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile MovES

Dopo aver subitaneamente attivato le portaerei che nello spazio di poche ore dal bombardamento con le armi chimiche erano già pronte a sparare Tomahawk (!) contro la Siria, gli americani passano alla prova muscolare e sganciano la ‘Madre di tutte le bombe’ in Afghanistan.

Una bomba non nucleare ma per la prima volta, da Hiroshima, la terra trema e non solo in Afghanistan.
Dalla sua elezione, tutti sono preoccupati per la Presidenza Trump.
Certo, avere un nemico dichiarato così potente e ferocemente di destra, fa tremare le vene ai polsi, cosa che non accadeva, invece, con la Presidenza Obama malgrado proprio con questa è iniziato tutto e tutto, proprio a causa sua, sta avvenendo.

Non solo Trump è il colpevole di tutto e bisognerebbe non dimenticarlo, ma proprio Obama e Clinton hanno dato il via a questa corsa verso il baratro per tutta l’umanità, come parrebbe stia per accadere.

L’aggressione all’Afghanistan, in quanto serbatoio di forze jihadiste, appare come una prova muscolare degli U.S.A.

Cercano di farsi una certa immagine agli occhi del mondo nella lotta contro quell’ISIS che hanno creato loro stessi?
Dimostrano di cosa sono capaci a Russia e Siria, mandando un chiaro messaggio alla Russia per dire che sono disposti a tutto ed hanno armi potentissime?
Cercano di intimidire Putin – che di sicuro non ha voglia di assumersi la responsabilità di un nuovo conflitto mondiale – affinchè abbandoni Assad ad un destino ormai segnato?
Sono “schermaglie” tra America e Russia per prendersi reciprocamente le debite misure in previsione degli sviluppi futuri?
È solo una manovra U.S.A. per distrarre l’attenzione dalla forte crisi economica che continua a strangolare tutti i popoli occidentali?

Oggi non è ancora praticabile dire con certezza quale sia la causa o se siano più cause ma non è escluso che tutti i giochi siano già fatti, una cosa però è certa, ossia che i neocon americani non molleranno la presa sulla Siria anche a costo delle estreme conseguenze.

E proprio in virtù di questo che dovremmo tutti soffermarci a pensare quanto ci spaventano le bombe ma non la miseria che conduce all’agonia interi popoli.

In Medio Oriente hanno avviato uno dei conflitti più sanguinosi della Storia, un nuovo genocidio che miete vittime ogni giorno e di cui il mondo intero si è accorto solo qualche giorno fa. Grazie al fatto che la propaganda mediatica serviva allo scopo di questo sistema, la notizia dell’uso di armi chimiche è stata propagata a reti unificate malgrado il popolo siriano muoia ogni giorno con tutti i suoi bambini da SEI lunghi anni. 
Malgrado la stessa UE sia parte in causa di tutte quelle morti per via delle sanzioni economiche che ha imposto alla Siria che hanno privato i siriani di cibo, medicinali, acqua e quant’altro.

E lo scopo di tutto questo? Destituire Assad, parcellizzare la Siria a causa della sua posizione strategica, a causa dell’aver detto no alla TAP, a causa dell’aver nazionalizzato i pozzi petroliferi, a causa dell’essere sostenuto da Putin.

Di fatto la guerra contro la Russia non è mai cessata ma dato che i media non ne parlano, nessuno ha la percezione di quanto stia avvenendo.

Intanto in tutto il resto del mondo, i neocon e i neoliberisti, compiono ogni giorno nefandezze e crimini contro l’umanità.
In America Latina sono diversi i paesi destabilizzati radicalmente da questi criminali in giacca e cravatta.

Paesi in cui entrano, creano il caos con ogni mezzo possibile per potersi infiltrare, saccheggiare e depredare i beni degli Stati, assumere controllo e potere di un’area di interesse e migrare verso altri obiettivi lasciando i popoli alla fame e alla povertà assoluta.

In Europa fanno altrettanto.

Solo non ci sono colpi di Stato e carri armati per le strade, non cadono le bombe e questo, spaventosamente e paradossalmente a dirsi, è persino peggio perchè non porta REAZIONE mentre accade il peggio. Mentre fame e miseria dilagano, mentre ci portano ad una guerra che avviene e cresce di continuo tra poveri in cui spesso, troppo spesso, si è ridotti a sbranarsi gli uni con gli altri come cani rabbiosi e famelici che combattono per conquistare un solo osso rimasto.

Chi viene dalle generazioni che hanno visto altre guerre (penso al Vietnam) sa che per fermare lo scempio serve una protesta globale organizzata, sa che c’è bisogno di mobilitazione su larga scala, ma ci hanno dato i social per manifestare la nostra riprovazione e il nostro sdegno e ci accontentiamo di quel momento in cui scriviamo un gran bel post, invece di chiedere con forza e a gran voce, che TUTTE le sinistre mondiali si attivino prima che sia troppo tardi.

Perchè potrebbe anche non essere così vicina la III guerra mondiale ma rimane che quella guerra che vediamo accadere in Siria e in Afghanistan o nello Yemen, ci riguarda TUTTI.
Perchè è la stessa che combattiamo noi ogni giorno per non soccombere a questo sistema di potere, perchè i mandanti sono sempre gli stessi e forse è ora che la sinistra si decida a dire le cose come stanno una volta per tutte e che riprenda a mobilitare le masse come ha fatto nel corso di quasi un secolo di storia, sempre che non abbia timore di disturbare troppo i manovratori che è quello che, purtroppo, temiamo.

Non bastano più i proclami.

Il neoliberismo e i neocon americani hanno dichiarato GUERRA ALL’UMANITÀ INTERA.

Quante altre migliaia di vittime, quanti altri milioni di poveri oltre agli 85 già prodotti dalla UE in Europa, quanto altro territorio e ambiente irrimediabilmente distrutti, quanta altra crudeltà e sofferenza dovrà verificarsi prima che a sinistra qualcun altro, oltre al MovES, cominci a dire come stanno le cose, controinformando e azzerando la narrazione della propaganda?

Quanto dolore ancora dovrà levarsi come un grido dalla Terra prima che qualcuno dica BASTA?

Vorremmo che altri come noi rispondessero a queste domande, vorremmo che ogni persona che vuole la Pace, ponesse gli stessi interrogativi, esigesse risposte e pretendesse non più parole, ma azioni, quelle sole azioni che possono fermare quest’ulteriore bagno di follia che pagheranno sempre e solo gli innocenti.

Prima guerra mondiale. Perchè io non festeggio il 4 Novembre

Prima guerra mondiale. Perchè io non festeggio il 4 Novembre

guerra

di Matteo SAUDINO

Ricordo con rabbia e con dolore

Il 4 novembre 1918 terminava la grande guerra degli italiani. Con oltre 600.000 morti, milioni di feriti, migliaia di orfani e vedove l’Italia pagava a caro prezzo la sciagurata partecipazione ad un conflitto figlio delle politiche imperialiste e nazionaliste dei principali stati europei e di un capitalismo industriale e militare violento e aggressivo.

Milioni di contadini e operai, che nei singoli paesi stavano lottando contro il barbaro sfruttamento del lavoro portato avanti da padroni senza scrupoli, furono mandati ad uccidersi reciprocamente al fronte in trincea, trasformando così la verticale ed emancipatoria lotta di classe tra sfruttati e sfruttatori in una guerra orizzontale tra popoli e lavoratori. 

La prima guerra mondiale sancì la sconfitta del pacifismo e la drammatica fine della sinistra internazionalista, che fu sostituita dalla miope nascita delle sinistre chiuse nei recinti delle patrie.

Dalla macerie economiche e dalla macelleria sociale di tale intervento in guerra, che il governo italiano firmò in segreto a Londra contro la volontà del Parlamento, a maggioranza neutralista, e con il decisivo appoggio del re Vittorio Emanuele III, sorgeranno la dura repressione del movimento operaio e il ventennio di dittatura fascista.

La lucida cecità e crudeltà della classe dirigente liberale e nazionalista e dei vertici militari europei condusse il vecchio continente al suicidio politico ed economico e alla morte di oltre dieci milioni di persone.

Per questo, oggi come ieri, davanti alle guerre di “lor signori“, mascherate da conflitti per la nazione, per dio, per la pace, per la giustizia o per la libertà, l’unica soluzione è l’obiezione di coscienza, come atto di virtù e di lungimiranza politica.

Nota a piè di pagina.

Il 4 novembre come festa delle forze armate e della vittoria della prima guerra italiana fu reintrodotto nel calendariano repubblicano da Carlo Azeglio Ciampi, al fine di aumentare il senso di appartenenza alla patria del popolo italico, il quale si identifica nella nazione solo quando giocano gli azzurri del calcio.

Una mossa ideologica che prova a trasformare un giorno di lutto e disperazione in una ricorrenza pubblica in cui poter celebrare le patrie virtù.

Ma la memoria di quell’inutile strage non può essere stravolta.

La festa del 4 novembre non cancellerà mai il vero volto della grande guerra: quello di Cadorna che scappa mentre i soldati muoiono a Caporetto o quello dei carabinieri che sparano alle spalle dei soldati che ripiegano in trincea perché non vogliono morire trafitti dalle mitragliatrici nemiche.

Un fiero e deciso NO alla guerra!

Un fiero e deciso NO alla guerra!

Predator

di Michele CASALUCCI

Alcuni anni fa, a Foggia, una insipiente decisione, della quale mai nessuno ha osato assumersi pienamente la responsabilità, ha portato all’utilizzo di un aereo da combattimento (dismesso) dell’Aeronautica militare, quale elemento dell’arredo urbano.

L’aereo in questione svetta sulla rotatoria (rondò, roundabout, chiamatela come volete), tra Via Paolo Telesforo, via Mario Natola (le tre corsie insomma), e via Silvio Pellico e Tratturo Camporeale.

L’iniziativa provocò discussioni assai accese e le motivazioni addotte da quanti sostenevano il valore della localizzazione erano sostanzialmente risibili; ne ricordo una che metteva in connessione l’aereo con i bombardamenti subiti dalla città di Foggia durante la seconda guerra mondiale. Ma si sa, quando si parla di guerra, la stupidità impera e la logica va a farsi quattro passi da un’altra parte.

A seguito delle polemiche successive all’utilizzo di un aereo da guerra, quale monumento cittadino, si pensò bene di edulcorare il messaggio minaccioso e perturbante, con l’aggiunta di sette filiformi stecche colorate con i colori dell’arcobaleno. Come se la presenza di quell’evanescente segno potesse in qualche modo oscurare la brutalità del messaggio lanciato dalla ingombrante presenza del freddo acciaio di quell’aereo simbolo di morte e distruzione.

Se riprendo la polemica di quegli anni, è perché le recenti notizie relative all’acquisto di droni americani da parte del nostro (sic!) governo, riportano la città di Foggia al centro di uno schieramento militare aggressivo.

La notizia, infatti, è che gli Usa hanno accettato che l’Italia – attraverso una serie di affidavit che rimarranno segreti e riservati – utilizzi alcuni droni, armati di bombe e altri strumenti di morte; il centro, la base direttiva di quei droni sarà l’aeroporto di Amendola su via Manfredonia, per la precisione i droni saranno guidati dal 28° gruppo “Streghe” del 32° Stormo dell’Aeronautica Militare di Amendola.

Sin da maggio sono stati avviati “lavori di potenziamento e adattamento al volo notturno”, che “renderanno Amendola uno dei più importanti aeroporti militari italiani”.

E così, frotte di imbecilli locali già si arruolano a sostegno di logiche aberranti, logiche di distruzione e di morte, giustificandole con l’esigenza di far fronte ai pericoli che arrivano dalla Turchia e dalla Russia, con le loro politiche aggressive, senza capire che proprio questa sfrenata corsa agli armamenti provoca di per sé l’inasprimento dei rapporti e delle relazioni tra gli stati, oltre a portare l’inevitabile e tragico carico di morti, feriti, dispersi, profughi e migranti.

La realtà è, infatti, che l’Italia, con i governi che si sono succeduti, sin dalla vicenda della prima guerra del Golfo, e poi con la tragica decisione di partecipare alla guerra fratricida nella ex Iugoslavia, e poi ancora con i conflitti in Iraq ed in Afganistan, ha praticamente rinunciato ad un ruolo di pace, stabilito e definito dall’articolo 11 della Costituzione, e si è totalmente ed acriticamente affiliata alle scelte distruttive, tragicamente sbagliate, degli americani e della Nato.

Così, mentre segnali seppur timidi e limitati arrivano da alcuni paesi come la Gran Bretagna, che comincia ad ammettere gli errori compiuti con la decisione di partecipare alle guerre del Medio Oriente, mentre alcuni stati cominciano a ritirarsi dai teatri di guerra (vedi il Canada), il governo italiano, sotto al guida del mirabolante Renzi, non trova di meglio da fare che stringere ancora di più i lacci che su questo fronte legano, in maniera perversa, l’Italia alle politiche sbagliate e dissennate degli Stati Uniti d’America.

Così la vicenda degli F 35, aerei costosissimi ed inutili per una strategia militare difensiva, come dovrebbe essere quella definita ed affermata nella Costituzione, sono la riaffermazione di scelte mirate ad rinforzare una capacità offensiva, di attacco, di aumento delle occasioni di conflitto. E la scelta, anzi la richiesta, fatta ed ottenuta, di ricevere anche droni armati costituisce un ancor più grave passo in quella direzione sciagurata.

La notizia è in gran parte passata sotto silenzio, il che la dice lunga sia sull’asservimento della stampa alle logiche dominanti, sia sulla debolezza delle argomentazioni addotte a sostegno di questa scelta, ottusa e stupida.

I pochi che ne hanno parlato, lo hanno fatto magnificando le lodi di strumenti di guerra (senza pilota) che possono colpire gli obbiettivi nemici con “intelligenza e precisione”. Dimenticando che, secondo documenti dello stesso Pentagono (dati riportati nel citato articolo de il Manifesto), oltre a seminare distruzione e morte, il 90% degli obbiettivi colpiti è “non identificato o errato”.

Oppure hanno addotto ragioni correlate al controllo degli scafisti nel Mediterraneo e al loro commercio di uomini e donne, poveri e miserabili, avviati sulle rotte marine che dalle coste del nord africa li portano sulle spiagge dell’Europa.

Un miserabile tributo dovuto alle logiche legaiole e fasciste che si oppongono all’arrivo e all’accoglienza dei migranti. Laddove poco si comprende l’uso che si vuol fare di questi strumenti di morte: forse bombardare ed affondare i barconi in arrivo carichi di centinaia di persone inermi? O non piuttosto proiettarsi in maniera minacciosa e provocatoria nei confronti degli stati del nord africa, appunto, spingendoli a praticare politiche securitarie che comprimano il flusso dei migranti e costringere a trattenere sul loro suolo, masse ingenti di popolazioni povere ed affamate che lasciano le loro terre per dirigersi verso il nord del mondo?

Non c’è bisogno della zingara per dare risposta a queste domande. L’Italia, invece di ripudiare la guerra, assume un comportamento aggressivo e autoritario, spinge ad una progressiva militarizzazione delle sue politiche, vuole affermare un ruolo aggressivo e non cooperativo verso il mediterraneo.

D’altra parte questo ruolo verso l’esterno, è bene ricordarlo, fa il paio con una riorganizzazione autoritaria ed oppressiva all’interno. Non solo attraverso leggi e decreti che stanno progressivamente svuotando la democrazia nel nostro paese, ma anche con scelte gravi e preoccupanti. Mi riferisco al fatto che, per esempio, mentre le assunzioni nel pubblico impiego siano da anni bloccate, si decida l’assunzione di oltre mille agenti di polizia per il Giubileo, segno di una politica ripiegata su se stessa e che non sa pensare ad altro se non ad una militarizzazione crescente del territorio.

Logiche sbagliate ed aberranti, basate, all’interno e all’esterno su scelte di aggressività e di potenza.

Mentre è dimostrato che l’aggressività e le politiche di potenza non si traducono mai in maggiore sicurezza. Sono le scelte di cooperazione e di coinvolgimento che garantiscono relazioni proficue e positive tra gli uomini e i popoli.

Per non parlare dei costi che sottraggono ingenti risorse a scelte economiche e sociali propulsive, per indirizzarle verso l’acquisto di strumenti di morte.

Forse non saremo più milioni a marciare per la Pace, perché una propaganda ossessiva e falsa ha obnubilato ed offuscato molte menti, ma la mia bandiera arcobaleno, che ho portato dalle strade di Vicenza fino alle spiagge svedesi, da Gleenegals fino ad Atene, da Roma a Madrid, è pronta per altre mobilitazioni che sono urgenti e necessarie. A cominciare da Amendola e da Foggia che sono, come ho scritto all’inizio, un momento cruciale del dispiegamento di queste forze aggressive.

Nè posso concludere questo scritto senza rivolgere un caloroso pensiero alle compagne e ai compagni che nei giorni scorsi hanno bloccato le esercitazioni Nato in Sardegna e che in questi giorni organizzano iniziative e manifestazioni analoghe in Sicilia.

No alla Guerra, No alla Nato.

Dimensione carattere
Colors