L’Europa. Ecco cos’è

L’Europa. Ecco cos’è

Gustavo Zagrebelsky

Diteci che cosa rappresenta l’Europa di oggi se non principalmente il tentativo di garantire equilibri economico-finanziari del Continente per venire incontro alla “fiducia degli investitori” e a proteggerli dalle scosse che vengono dal mercato mondiale.

A questo fine, l’Europa ha bisogno d’istituzioni statali che eseguano con disciplina i Diktat ch’essa emana, come quello indirizzato il 5 agosto 2011 al “caro primo ministro”, contenente un vero e proprio programma di governo ultra-liberista, in materia economico-sociale, associato all’invito di darsi istituzioni decidenti per eseguirlo in conformità.

Dite: “Ce lo chiede l’Europa” e tacete della famosa lettera Draghi-Trichet, parallela ad analoghi documenti provenienti da “analisti” di banche d’affari internazionali, che chiedono riforme istituzionali limitative degli spazi di partecipazione democratica, esecutivi forti e parlamenti deboli, in perfetta consonanza con ciò che significano le “riforme” in corso nel nostro Paese. 

 

Gustavo Zagrebelsky

Tema di quinta elementare di Antonio Gramsci

Tema di quinta elementare di Antonio Gramsci

Il tema era questo:”Se un tuo compagno benestante e molto intelligente ti avesse espresso il proposito di abbandonare gli studi, che cosa gli rispon­deresti?”

Ghilarza, addì 15 luglio 1903

Carissimo amico,

Poco fa ricevetti la tua carissima lettera, e molto mi rallegra il sapere che tu stia bene di salute.

Un punto solo mi fa stupire di te; dici che non ripren­derai più gli studi, perché ti sono venuti a noia. Come, tu che sei tanto intelli­gente, che, grazie a Dio, non ti manca il necessario, tu vuoi abbandonare gli studi?

Dici a me di far lo stesso, perché è molto meglio scorrazzare per i campi, andare ai balli e ai pubblici ritrovi, anziché rinchiudersi per quattro ore al giorno in una camera, col maestro che ci predica sempre di studiare perché se no reste­remo zucconi. Ma io, caro amico, non potrò mai abbandonare gli studi che sono la mia unica speranza di vivere onoratamente quando sarò adulto, perché come sai, la mia famiglia non è ricca di beni di fortuna.

Quanti ragazzi poveri ti invidiano, loro che avrebbero voglia di studiare, ma a cui Dio non ha dato il necessario, non solo per studiare, ma molte volte, neanche per sfamarsi.

Io li vedo dalla mia finestra, con che occhi guardano i ragazzi che passano con la cartella a tracolla, loro che non possono andare che alla scuola serale.

Tu dici che sei ricco, che non avrai bisogno degli studi per camparti, ma bada al proverbio “l’ozio è il padre dei vizi.”

Chi non studia in gioventù se ne pentirà amaramente nella vecchiaia. Un rovescio di fortuna, una lite perduta, possono portare alla miseria il più ricco degli uomini. Ricordati del signor Fran­cesco; egli era figlio di una famiglia abbastanza ricca; passò una gioventù brillan­tissima, andava ai teatri, alle bische, e finì per rovinarsi completamente, ed ora fa lo scrivano presso un avvocato che gli da sessanta lire al mese, tanto per vivacchiare.

Questi esempi dovrebbero bastare a farti dissuadere dal tuo proposito.

Torna agli studi, caro Giovanni, e vi troverai tutti i beni possibili.

Non pigliarti a male se ti parlo col cuore alla mano, perché ti voglio bene, e uso dire tutto in faccia, e non adularti come molti.

Addio, saluta i tuoi genitori e ricevi un bacio dal

Tuo aff.mo amico Antonio

Antonio Gramsci

L’ordine regna sulla città

L’ordine regna sulla città

gioventù balilla

 

di Claudio TACCIOLI

 

L’ordine regna su Brescia.

I camper, estremo rifugio dove si raccolgono gli ultimi lembi di dignità, dopo aver perso lavoro e casa, vengono sequestrati dalla Polizia Locale.
Le coperte, per avvolgere le proprie notti al riparo in qualche angolo della nostra stazione ferroviaria, sequestrate dalla Polfer.
Gli appartamenti ALER svuotati se si è troppo poveri e indigenti. Se, anche, quell’affitto ridotto diventa impossibile. Non importa che fine faranno le madri, i padri, i figli sfrattati.
Niente e nessuno intacchi il decoro della città. Ne violi le regole, pur disumane che siano.

Un “sano” spirito di disciplina soffia dal centro verso le periferie.

Dagli uffici amministrativi municipali si prendono decisioni ordinate e coordinate con ogni altra istituzione di controllo e di repressione.

Dall’assessorato alla scuola, Roberta Morelli, porta il suo contributo al nuovo “clima cameratesco”.
In collaborazione con l’UNSI (Unione Nazionale Sottoufficiali Italiani), il Comune di Brescia organizza dei corsi sia per i ragazzi delle superiori che, novità, per quelli della secondaria.
Si impara, appunto, l’obbedienza che è fondamento dell’ordine: articolato e sviluppato “nelle discipline sportive di origine militare”.

La disciplina era una frusta (un flagello) formata da più strisce di materiale vario, dalla canapa al metallo. Una sorta di “Gatto a nove code”; sia per auto-flagellarsi in maniera rituale e religiosa. Che per punire i sottoposti, i subordinati quando diventavano insubordinati. In Russia, al tempo degli Zar, si chiamava Knut e veniva usato per punire i contadini. I cosacchi, oltre alle armi, lo tenevano agganciato al polso, pronto alla bisogna.
La sottomissione è l’obbiettivo di ogni disciplina. Sia intesa come insieme di regole che come strumento di punizione, scelta o subita.

Nessun spirito critico, nessun palpito ribelle, nessun pensiero disobbediente e azioni conseguenti, saranno più ammessi nell’ambito delle nuove logiche securitarie, propagandate nelle scuole e applicate nelle repressioni; qui e là della nostra città.

Non sia mai che, alle prossime elezioni, i razzisti, i fascisti e i loro complici, possano usare proprio quest’arma per scalzare il neo partito dell’ordine e delle discipline bresciane: il PD e alleati!

Brescia deve, assolutamente, apparire e essere ordinata e pulita; non solo nell’aspetto urbano, ma nelle menti e nei cuori dei suoi residenti.

 

Cominciare dai più piccoli è, la storia insegna, un passaggio obbligatorio.

 

Ci fu un tempo in cui pensammo che la crescita umana passasse attraverso la costruzione invincibile dello spirito critico.

Oggi, la qualità ricercata, è sempre più la sottomissione e l’obbedienza dentro il gruppo dato.
Ci fu Il tempo delle autogestioni e della ribellione permanente.

Della gioia di pensare in libertà e di scegliere senza comandi e obblighi.

Questa, al contrario, è l’epoca dell’obbedienza che si rifà virtù. Delle, conseguenti, condanne per i reati di solidarietà. Della repressione sottile e continua che penetra negli anfratti più riservati delle vite resistenti alle leggi ingiuste.

E’ quasi grottesco che l’assessorato alla scuola partecipi a queste logiche.
Penso alla pedagogia libertaria con la sua educazione alla libertà; alla scuola non repressiva, privata di autorità e di gerarchia.

Dove i ragazzi “sono liberi di fare quello che vogliono, a patto che le loro azioni non provochino alcun danno agli altri, secondo il principio (…) «Libertà, non Licenza».

Non vogliono più degli esseri umani capaci di giudizio indipendente. Vogliono dei meri esecutori che non infastidiscano i delegati alla guida.

«È così che la massa degli uomini serve lo Stato, non come uomini coraggiosi ma come macchine, con il loro corpo. Sono l’esercito permanente, la milizia volontaria, i secondini, i poliziotti, il posse comitatus ecc. Nella maggioranza dei casi non c’è nessun libero esercizio del giudizio e del senso morale, sono al livello del legno, della terra, delle pietre. Suppongo che se facessimo degli uomini di legno sarebbero altrettanto utili. È un tipo d’uomo che non richiede maggior rispetto che se fosse fatto di paglia o di un impacco di sterco. Ha lo stesso valore dei cani e dei cavalli. E tuttavia, normalmente, quegli uomini sono considerati buoni cittadini. »

(Henry David Thoreau, Disobbedienza civile)

Chi ha paura della cultura femminista?

Chi ha paura della cultura femminista?

Giovane donna

di Lea MELANDRI

Perché, mi chiedeva Rossana Rossanda, in uno degli ultimi incontri che abbiamo avuto in Italia, le donne oggi presenti in gran numero nella vita pubblica non riescono a cambiarla, perché il femminismo non è riuscito a generalizzare la sua cultura? E’ la stessa domanda che ci fece alla fine degli anni ’70 e che torna ancora oggi di sconfortante attualità.

Sono tentata di elencare, come faccio ormai da tempo, le difficoltà e gli ostacoli, esterni ed interni, che ha incontrato il movimento delle donne: la resistenza degli uomini ad abbandonare poteri e ruoli che considerano “connaturati” al loro sesso, e a cui fa da copertura più o meno consapevole la “neutralità”; l’intuizione, sia pure oscura e tenuta timorosamente a bada dalla sinistra, che mettere a tema la questione uomo-donna, come ricordava Pietro Ingrao già trent’anni fa, “comporta affrontare punti di fondo dell’origine della società in generale, investire caratteri e dimensioni dello sviluppo, occupazione, qualità e organizzazione del lavoro, fino allo stesso senso del lavoro; incidere sulle forme di riproduzione della società, sul modo di concepire la sessualità, i rapporti di coppia, forme e natura dell’assistenza” (Rossana Rossanda, Le altre, Feltrinelli 1989).

E’ questa “rivoluzione” dell’ordine esistente – e quindi non solo la lotta contro governi conservatori, politici corrotti e antidemocratici- che spaventa?

Sono le angosce profonde, le insicurezze insopportabili di chi vede comparire nell’autonomia di pensiero delle donne lo spettro di una rimossa inermità e dipendenza infantile dal corpo che l’ha generato? 

Qualunque siano le ragioni e le forme che ha preso nel tempo la misoginia maschile, diffusa a destra come a sinistra, tra politici e intellettuali, capitalisti e lavoratori, nativi e migranti, l’interrogativo che più inquieta resta quello che riguarda le donne stesse, la loro rabbiosa acquiescenza, l’adattamento a ruoli tradizionali di ancelle o cortigiane, il profluvio di discorsi lamentosi sui famigliari da accudire, sulle carriere interrotte, sui meriti calpestati, sul doppio e triplo fardello di chi si trova oggi a far da ponte tra privato e pubblico.

Se la bontà come virtù ha perso smalto, non si può dire lo stesso per l’imperativo che vuole le donne “brave e belle”.

Non è forse questa l’immagine femminile che ci viene offerta indistintamente dagli schermi televisivi e dalla scena politica? Se non sono corpi-sfondo-cornice, esposti come specchi per le allodole anche in trasmissioni di carattere culturale, sono le diligenti segretarie che filtrano le mail e a cui il conduttore rivolge di tanto in tanto paterni sguardi, chiamandole confidenzialmente per nome.

Oppure sono loro stesse conduttrici, preferibilmente di bella presenza, preparate, impeccabili, attente e pazienti nell’ascolto come nella mediazione, in quell’arena di oratori scalmanati che sono ormai i dibattiti televisivi.

A quarant’anni dalla nascita del neofemminismo, che ha messo in discussione in modo radicale il modello maschile di società – a partire dalla divisione tra privato e pubblico, identificata col diverso destino di un sesso e dell’altro -, non si può dire che manchino una cultura e pratiche politiche portatrici di questa consapevolezza e responsabilità nuove.

Quello che qualcuno ha chiamato sprezzantemente “piccoli cenacoli autoreferenziali”, residui di una “vecchia guardia” femminista preoccupata di mantenere la propria “egemonia, sono le centinaia di associazioni, gruppi, centri di documentazioni, biblioteche, librerie, case editrici, collettivi, case delle donne, centri antiviolenza, riviste, ecc., che hanno resistito finora all’arrogante messa sotto silenzio e marginalizzazione da parte della cultura dominante, custodi di un patrimonio di sapere che potrebbe dare risposte adeguate agli interrogativi del presente: personalizzazione della politica, populismo, razzismo, omofobia, trionfo della merce, esaurimento delle risorse naturali, crisi di un modello di sviluppo.

L’indignazione per le donne-oggetto, per lo scambio sesso-carriere, per la prostituzione trattata come opportunità di emancipazione femminile, ha portato anni fa un milione di donne e uomini nelle piazze.

Come mai allora tanto silenzio sulla cancellazione dell’intelligenza che ha saputo negli anni costruire un’immagine del maschile e del femminile fuori dagli stereotipi di genere, un’idea di individuo “intero”, né solo corpo né solo mente, la prospettiva di una collettività responsabile della conservazione della vita, di quello che è rimasto finora destino di un sesso solo?

Non c’è bisogno di richiamare l’attenzione, come abbiamo fatto tante volte, sui grandi eventi culturali – la Fiera del libro di Torino, il convegno annuale dei filosofi di Modena, ecc. – dove i libri e le riviste del femminismo sono pressoché assenti.

filosofi Modena

Nel suo delirante ma lucidissimo sessismo, Otto Weininger ebbe almeno il coraggio di scrivere che

“si può ben pretendere l’equiparazione giuridica dell’uomo e della 
donna senza perciò credere nella loro eguaglianza morale e intellettuale”.

Non mi sembra che, a oltre un secolo di distanza, si sia andati molto oltre.

 

(foto di proprietà di Margherita Fabris)

Non posso perdonare. Non posso dimenticare

Non posso perdonare. Non posso dimenticare

Deir Yassin

 

di Dina ELMUTI* – Traduzione di Samantha Sam COMIZZOLI

 

Le cicatrici di Deir Yassin e la loro determinazione a sopravvivere.

Mia nonna è una sopravvissuta del massacro di Deir Yassin. Sessantasei anni dopo, le sue cicatrici continuano a testimoniarlo.

Deir Yassin è un nome inscritto indelebilmente nella narrativa palestinese.

Quella di venerdì 9 aprile 1948 è una data che resterà per sempre incisa con infamia nella storia.
Il massacro di Deir Yassin, inoltre, rappresenta un punto di svolta nella storia palestinese, e resta ancora oggi un simbolo di espropriazione, continua rimozione e capacità umana di compiere crudeltà.

Ero in Palestina la scorsa estate, quando mia nonna mi ha mostrato le pietre della sua casa di Deir Yassin, dove nacque 76 anni fa, e i miei occhi hanno catturato il segno di una cicatrice chiara, sul suo braccio.
Mentre raccontava di quei giorni, la nostalgia nella sua voce era così forte che quasi potevo vedere le barbare scene di terrore, come ci fossero mostrate in un film (…).

Un tempo, il villaggio ospitava circa 750 persone. Poco fuori Gerusalemme, e a poche centinaia di metri dall’insediamento israeliano di Givat Shaul, era conosciuto per la sua fama pacifica e per le cave di pietra.

UNA CARNEFICINA

All’alba del 9 aprile, le organizzazioni terroriste sioniste conosciute come Irgun e Banda Stern fecero irruzione nel villaggio, irrompendo nelle case e massacrando quante più persone possibile. Le vittime comprendevano giovani uomini disarmati, donne in gravidanza, bambini.
Pile di corpi dati alle fiamme e carbonizzati furono gettati nelle fosse, le case riempite di cadaveri colpiti da proiettili, le pareti macchiate di sangue.
Ogni primavera, I mandorli in fiore riempivano l’aria con la dolce fragranza dei loro fiori. Ma quella sera, quel venerdì, il soffocante odore di sangue e corpi bruciati permeava ancora l’aria.

Più di 100 persone furono assassinate quel giorno. Ma la carneficina non era abbastanza agghiacciante per i suoi responsabili, che esagerarono raddoppiando il numero delle vittime parlando con i giornalisti con lo scopo di disseminare il panico e il terrore in tutto il paese.

Per l’espulsione di massa che testimoniò, Deir Yassin segna il punto di avvio per l’attuazione delle politiche sioniste, volte a cancellare la popolazione indigena da tutta la Palestina, non solo da Gerusalemme.
La catastrofe di quell’anno provocò l’esodo di oltre 750mila persone dalle proprie case. Oggi, i palestinesi rappresentano la più vasta popolazione di rifugiati del mondo, con oltre 5milioni e 300 mila persone lontane dalle proprie terre.

SCIVOLATA SUI BOSSOLI

Mia nonna ha indicato verso un campo da basket dove una volta, dice, sorgeva la cava di pietra. Chiudendo gli occhi, ho cercato di ricostruire i particolari di questo luogo della memoria. Ma guardando dal balcone di casa, li ho riaperti sulla realtà degli insediamenti israeliani.
Non ci sono parole per descrivere l’agonia di sapere che, per permettere ai coloni di chiamare questo posto “casa”, sia stato necessario rimuovere i suoi proprietari originari dalle loro stesse coscienze.

“Mio padre costruì questa casa, pietra dopo pietra”, racconta mia nonna. “La mattina del massacro, mi sono precipitata per le scale per prendere dalla culla Jamal (il suo fratellino minore). Ma sono scivolata sui bossoli, tagliandomi qui, sul braccio”, indica.

Una volta fuori, lei e i suoi quattro fratelli si misero a correre per raggiungere la loro maestra, Hayat al-Balbisi. “Mi fasciò il braccio destro e mi afferrò per il sinistro”, racconta. “Prendendo Jamal tra le braccia corse verso il gruppo di persone in fuga per Ein Karem (un villaggio vicino). Ci spiegò di restare con il gruppo prima di scappare via per soccorrere una donna ferita. Mi voltai indietro per guardare lei e la nostra casa un’ultima volta”.
Al-Balbisi, una maestra di villaggio, costituì la prima area di soccorso quella mattina, per aiutare gli abitanti feriti. Aiutò un gran numero di persone sopravvissute al massacro prima che i terroristi sionisti le sparassero alla testa, fuori dalla casa di mia nonna. Aveva 18 anni.
In seguito al massacro i rifugiati scapparono verso Gerusalemme Est, portando con sé incomprensibili memorie di morte e distruzione.

“Quando ci riunimmo con mia madre, tre giorni dopo, ci raccontò di come i sionisti avevano tenuto prigioniera lei e altre donne nella panetteria, mostrando orgogliosamente grandi pugnali bagnati del sangue di altri”, racconta mia nonna.

TUTTO DISTRUTTO

La cugina di mia nonna, Naziha Radwan, aveva 6 anni quando avvenne il massacro. E’ sopravvissuta grazie al sangue di sua nonna, coprendosi con il suo corpo e nascondendosi tra i cadaveri accartocciati facendo finta di essere morta.
Camminando lungo la strada in terra battuta, mia nonna mi ha condotto verso la casa di sua zia paterna, Basma Zahran, e qui si è scontrata con un’altra tragedia. “Lei e i suoi quattro figli sono stati fucilati e i loro corpi sotterrati lì”, ha spiegato. “Tre bambine e un neonato, con sole poche ore di vita”.

Scuotendo la testa incredula, ha aggiunto: “Prima del massacro avevamo buone relazioni con gli ebrei di Givat Shaul. Condividevamo il cibo, festeggiavamo insieme, ci scambiavamo le condoglianze l’un l’altro, così come ci si prendeva cura dei bambini dell’altro. C’era la pace qui prima che i sionisti arrivassero e distruggessero tutto”.

Una leggera brezza si è sprigionata nell’aria mentre raccogliamo le mandorle dall’albero piantato dal mio bisnonno. Mi sono sentita rinascere grazie al legame che ho con questa terra, che rimane indissolubile, non negoziabile.
Disturbato dalla nostra presenza, un colono ci ha raggiunto e ci ha chiesto che cosa stessimo facendo. L’ironia è qualcosa che mia nonna non ha perso.

“Sto raccogliendo le mandorle dal mio albero”, ha risposto,” piantato fuori casa mia”.

Il colono se n’è andato, indietreggiando di fronte alla presenza di mia nonna.
Momenti del genere mi ricordano che non solo la tragedia, ma anche la speranza pervadono questo suolo. La Palestina non è mai stata un vuota “terra senza popolo”, e non lo sarà mai.
Gli aggressori ritengono che i sopravvissuti prima o poi dimenticheranno. Ma si prendono in giro da soli, più di qualunque altro.
I nostri racconti rimangono indistruttibilmente intessuti nella struttura della nostra esistenza, trapiantati nelle nostre ossa e configurati nel nostro Dna, tramandati di generazione in generazione.

*Dina Elmuti è un’assistente sociale. Svolge ricerche sugli impatti dello stress traumatico e cronico e della violenza sulla salute fisica, mentale e psicosociale dei bambini a Chicago e in Palestina.

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