La piena occupazione e la UE

La piena occupazione e la UE

L’espressione ‘piena occupazione’ ricorre una sola volta nei Trattati europei, ma non come scopo primario dell’Unione, bensì come augurabile esito delle liberalizzazioni di scambi di prodotti, servizi e lavoratori che essi propugnano.

Per contro il termine ‘concorrenza’ ricorre nei due testi – Trattato di Maastricht e Trattato di Lisbona – almeno una trentina di volte. È paradossale.

Una prassi di piena occupazione non collide con un progetto di reddito di base, ma va detto che le due cose hanno due pesi differenti perchè avere un lavoro è più importante che avere un reddito e la perdita del lavoro, in termini tanto sociali quanto personali, può infliggere danni maggiori della povertà stessa.

Il denaro il debito e la doppia crisi, Einaudi, 2015, pag. 80

Luciano Gallino

Essere eretici

Essere eretici

Don Luigi Ciotti

Vi auguro di essere eretici.

Eresia viene dal greco e vuol dire scelta.

Eretico è la persona che sceglie e, in questo senso è colui che più della verità ama la ricerca della verità. E allora io ve lo auguro di cuore questo coraggio dell’eresia.

Vi auguro l’eresia dei fatti prima che delle parole, l’eresia che sta nell’etica prima che nei discorsi.

Vi auguro l’eresia della coerenza, del coraggio, della gratuità, della responsabilità e dell’impegno. Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri.

Chi impegna la propria libertà per chi ancora libero non è.

Eretico è chi non si accontenta dei saperi di seconda mano, chi studia, chi approfondisce, chi si mette in gioco in quello che fa.

Eretico è chi si ribella al sonno delle coscienze, chi non si rassegna alle ingiustizie. Chi non pensa che la povertà sia una fatalità.

Eretico è chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza.

Chi crede che solo nel noi, l’io possa trovare una realizzazione.

Eretico è chi ha il coraggio di avere più coraggio.

Don Luigi Ciotti

Flat-Tax: tra il paradiso dei ricchi e l’inferno dei poveri

Flat-Tax: tra il paradiso dei ricchi e l’inferno dei poveri

Ricchezza

E senza nemmeno una exit tax…

 

di Antonio CAPUANO

Si chiama Flat Tax, ed è l’ultima geniale trovata del governo Gentiloni, ossia una maxi tassa da 100 mila euro, rivolta agli investitori stranieri e che li solleva da ogni altro tipo di spesa di natura fiscale riscontrabile in terra italica.

Attirare i capitali stranieri“, è questa la motivazione d’ordinanza, a metà tra la politica e la politica economica, ma da qualunque prospettiva la si guardi, a mio modesto parere i conti non tornano.

Come può infatti un Paese con la pressione fiscale tra le più alte in Europa e con uno dei più alti tassi di evasione fiscale al mondo, credere davvero che uno strumento come un flat tax per capitali stranieri porterà benefici economici o consenso politico?

Partiamo dal piano prettamente economico.

Signori, una tassa del genere è praticamente un suicidio in funzione dell’ economia interna perché se l’azienda X mi deve 10 milioni di euro e io con una tassa “forfettaria” mi accontento di riscuotere 100 mila euro, da un lato riduco oggettivamente l’evasione e attiro investitori stranieri, ma dal altro svilisco mortalmente gettito fiscale, mercato interno e concorrenza.

Non serve certamente essere economisti per capire che una politica economica del genere, che poi altro non è che quella dei paradisi fiscali (vecchia come il mondo), può andare bene se sei uno sperduto isolotto del Pacifico ma non certamente nel caso di un Paese enorme e popolato come il nostro, che solo negli anni ’90 (mica secoli fa) rappresentava la quinta potenza economica mondiale e oggi invece potrebbe ulteriormente perdere autonomia e dignità, favorendo la propria costante metamorfosi istituzionale in paradiso per ricchi(neoliberismo puro, roba che a confronto il Capitalista medio è un partigiano…). Senza dimenticare poi che, a livello costituzionale, il nostro sistema fiscale dovrebbe SEMPRE essere ispirato a criteri di progressività. Mentre la flat tax è regressiva.

E non tralasciamo il piano politico.

Fatta salva la pace di Confindustria e della classe italica agiata, Antonio il dipendente pubblico che vede metà del suo stipendio mensile evaporare in tasse, il pensionato che non arriva a fine mese e Giovanni il commerciante che dopo un mese deve chiudere il negozio a causa delle cartelle di Equitalia, chi li tutela e con quali agevolazioni? Ma soprattutto con che faccia gli si può chiedere il voto dopo aver calpestato loro e aiutato chi è già ricco di suo?

Perché un conto è essere di destra, un altro è essere elitari e perdere ogni contatto​ con tutti coloro che sono fuori dal cerchio magico. Capisco che dopo anni senza voto, forse ci abbiate perso un po’ la mano ma in democrazia alle elezioni, che ci crediate o meno, votano tutti indipendentemente dal reddito.

Insomma, questa Italia quindi, invece di cercare di smettere di essere un inferno per i poveri, punta a divenire sempre più un paradiso (fiscale e non solo) per ricchi.

Chiudo con una provocazione che richiamavo fin dal sottotitolo.

Riflettevo sul fatto che siccome da noi l’eutanasia è ancora illegale e quindi anche morire costa caro, non ci garantiscono nemmeno una “Exit-Tax” con cui reagire e liberarci, cosa che con uno scenario del genere mi sembrerebbe quantomeno il minimo sindacale.

Oltre al danno, la beffa.

Ben “Gentiloni”…

Potresti essere interessato anche a….

IL SOCIALISMO È MORTO, VIVA IL SOCIALISMO. Intervista a Carlo Formenti

PROCEDURA D’INFRAZIONE: DI CHI È LA RESPONSABILITÀ LO DICE LA STESSA UE

ADIÓS DiEM25, ADIÓS VAROUFAKIS

Occidente: carnefice e giudice del genocidio in Ruanda

Occidente: carnefice e giudice del genocidio in Ruanda

genocidio-Ruanda

 

di Mariasofia Toraldo

1994, genocidio in Ruanda: più di 500mila morti tra Aprile e Luglio, nel disastroso conflitto tra hutu e tutsi, i due gruppi etnici che costituiscono la quasi totalità della popolazione del Ruanda, rispettivamente circa l’85% e il 14%.
Dopo più di vent’anni è agghiacciante leggere che il genocidio sia stato programmato nei mesi precedenti, a tavolino.

UN FILM DEL TERRORE CHE E’ STATA REALTA’ VOLUTA E PIANIFICATA

“Per l’umanità è stato un film del terrore che ancora oggi spaventa a guardarlo” (Sancara-Blog sull’Africa,13 gennaio 2011).

Ma, pur essendo ormai tutti a conoscenza dei motivi nascosti dietro queste lotte solo apparentemente tribali, da allora fino ad oggi, le decisioni sulle conseguenze di quanto accaduto nello Stato africano dopo il genocidio non sembrano garantire legittimità e giustizia.

Il presupposto fondamentale di quest’ultima dovrebbe necessariamente consistere nella sua amministrazione da parte di un organo imparziale. Nel caso del Ruanda, così come in altri, si rischia invece un difetto di legittimità, in quanto si privilegia in sede già procedurale una delle parti del conflitto oggetto di indagine, cioè l’attuale governo di Kigali, a predominanza tutsi.

L’INERZIA DELLA GIUSTIZIA INTERNAZIONALE

“E’ triste e fortemente deleterio assistere al protrarsi dell’inerzia della giustizia internazionale, che è al corrente di questa situazione ma non sembra per nulla preoccuparsi di perseguire e giudicare i capi del Fronte Patriottico Ruandese oggi al potere. I dirigenti del FPR hanno ormai creato un vero e proprio regime di apartheid, destinato a mettere in opera, secondo la legge della giungla, un dettagliato piano di sterminio di ogni persona da essi ritenuta nemica, cioè di ogni scomodo testimone dei loro crimini. Tutto il potere è oggi nelle mani degli estremisti tutsi … La giustizia conosciuta dai ruandesi negli ultimi cinque anni è una giustizia vendicativa da parte del FPR nei confronti di quelli che esso ritiene suoi nemici”” (Alype Nkunfiyaremye, Giudice, ex Presidente del Consiglio di Stato ruandese durante il regime tutsi di Paul Kagame, morto esule in Belgio il 26 novembre 1999).

Per provare a comprendere la situazione, bisogna prima di tutto considerare che, dopo la seconda guerra mondiale, sono stati più volte istituiti tribunali speciali a Norimberga, a Tokyo, in Jugoslavia.

Il Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda (ICTR), il cui primo processo si è tenuto nel gennaio 1997, fu istituito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite l’8 novembre 1994. Il Tribunale ha il mandato di perseguire i responsabili del genocidio e delle altre gravi violazioni del diritto umanitario internazionale, commesse in Rwanda tra gennaio e dicembre 1994. Esso è stato prorogato dal Consiglio di Sicurezza fino al dicembre 2012.

Uno dei problemi sorti a proposito di questa istituzione è: qual è il grado di legittimità dei tribunali penali ad hoc? E c’è un altro elemento che rende la situazione ancora più complicata: l’ art. 41 della Carta delle Nazioni Unite (Capitolo VII), può riguardare i conflitti interni ad uno Stato, come nel caso della guerra fra Hutu e Tutsi del 1994?

La risposta suggerita dal Professor Moffa è negativa. Egli scrive: “se la lettera in sé dell’art. 41 non risponde al quesito, il capitolo VII si riferisce nel suo complesso, con sufficiente chiarezza, ai conflitti fra Stati: inizia con la necessità di accertamento da parte del Consiglio di Sicurezza “di una minaccia alla pace, di una violazione alla pace, o di un atto di aggressione” (art. 39); difende più avanti, all’articolo 51 “il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite”, cioè di nuovo uno Stato 13; e fa riferimento, all’art. 40, alle “parti interessate” del conflitto, locuzione reiterata in tutta la Carta e dunque interpretabile solo alla luce dell’excursus normativo complessivo della Carta stessa, e dei suoi principi generali.”

Nel caso del Ruanda si è trattato quindi di una guerra civile, tra maggioranza Hutu e minoranza Tutsi, e non di un attacco esterno.

Come spiegare allora l’intervento di altri Stati, come ad esempio quello dell’Uganda in difesa dei Tutsi?

IL MALE DELL’AFRICA: LA COLONIZZAZIONE

Analizzando le radici del conflitto, la risposta può essere individuata, almeno in un primo momento, nella colonizzazione. Parliamo di un continente, l’Africa, il cui destino è stato scritto in gran parte dall’Occidente, dato che i confini attuali sono l’eredità della spartizione delle ex-colonie europee e americane.

Dunque sono confini geografici che non rispecchiano quelli culturali ed etnici, dando spesso luogo, a gravi conflitti, quindi guerre civili.

Questi eventi confermano che dopo la guerra fredda non c’è stata una reale democratizzazione delle isituzioni internazionali, neanche all’interno dell’ONU, in quanto molte di esse sono state, e sono ancora oggi, monopolizzate dall’Occidente e principalmente dagli Stati Uniti. È questa una possibile spiegazione del fatto che l’ONU non solo non è intervenuta a difesa del governo legittimo Habyarimana, ma ha alla fine sostenuto una sola delle parti in causa, espressione per giunta di una minoranza della popolazione.

Sappiamo che il ‘900 è stato, tra le tante cose, anche il secolo dei genocidi. Ma finché non saranno date e attuate soluzioni eque per regolare quanto accaduto, assisteremo ancora a spargimenti di sangue, e alle relative conseguenze (emigrazione, accoglienza, campi profughi, esodo in massa, rifugiati, rimpatrio, estensione del conflitto). Infatti “nessuna punizione possiede sufficiente potere deterrente per evitare che si compiano crimini. Al contrario, una volta che un crimine specifico appare per la prima volta, la sua ripetizione è più probabile della sua prima apparizione” (Hannah Arendt, 1963).

Per questo motivo, come scrive Aristarco Scannabue sulla rivista italiana di geopolitica, Limes, la comprensione di eventi come il genocidio ruandese del 1994 è l’unico possibile antidoto al riapparire di tale male. Dopodichè non è possibile non assumersi le proprie responsabilità. E l’Occidente ne ha fin troppe: la distorsione dei fatti riportata dai nostri media; il malfunzionamento delle istituzioni internazionali; il commercio delle armi; le istituzioni come la Banca Mondiale, le Nazioni Unite e gli Stati (Francia, Belgio) che lasciano i fondi destinati ai paesi più poveri, nelle mani dei loro politici corrotti. Basti pensare al fatto che il regime ruandese, protetto da un illimitato sostegno straniero, soprattutto francese, saccheggiava fondi per milioni di dollari: il gruppo dei ladri è noto come la “Casa” (“Akazu” in lingua kinyarwanda) e faceva capo alla moglie del presidente Habyarimana, la signora Agathe Kanziga, evacuata dai francesi a Parigi 48 ore dopo l’inizio del genocidio e tuttora residente indisturbata in Francia.

L’Europa è oggi chiamata a difendersi da mostri che essa stessa ha creato.

La ragion di Stato è ancora oggi la legge che domina le questioni internazionali e la seconda guerra mondiale, terminata ufficialmente nel 1945, continua in Africa sotto gli occhi, più o meno attenti, di tutti.

E tutto ciò accade in uno scenario in cui l’Occidente non ha problemi ad indossare la toga del giudice, ma ignora probabilmente di essere il principale carnefice e colpevole di quanto accade nel resto del mondo.

Anche nel buio di queste vicende, non possiamo però non scorgere un barlume di speranza che affiora proprio dalle parole di una scrittrice sopravvissuta al genocidio ruandese.

In occasione della Giornata della Memoria dedicata al genocidio rwandese, Yolande Mukagasana ha affermato: “proviamo a vivere insieme e a riconciliarci malgrado il fardello troppo pesante, perché non ci sarà umanità senza perdono, non ci sarà perdono senza giustizia e non ci sarà giustizia senza umanità” (Roma, 9 aprile 2011).

Potresti essere interessato anche a….

IL SOCIALISMO È MORTO, VIVA IL SOCIALISMO. Intervista a Carlo Formenti

PROCEDURA D’INFRAZIONE: DI CHI È LA RESPONSABILITÀ LO DICE LA STESSA UE

ADIÓS DiEM25, ADIÓS VAROUFAKIS

Dimensione carattere
Colors