Tredicesima mensilità: chi dobbiamo veramente ringraziare?

Tredicesima mensilità: chi dobbiamo veramente ringraziare?

di Marcello COLASANTI

Il periodo natalizio coincide con il pagamento della tredicesima mensilità.
Puntualmente, fioccano articoli, post e fotografie di ringraziamento sui social network rivolti a Benito Mussolini per la concessione di questa “gratifica natalizia”.
Siamo sicuri che, per tale diritto, stiamo ringraziando la persona giusta?

IL CONTESTO STORICO

Nel 1937 gli Stati Uniti d’America caddero in un nuovo periodo di recessione dovuto al cambio di politiche economiche. Lo stesso presidente Franklin Delano Roosevelt, promotore del “New Deal” che contribuì all’uscita dalla precedente “Grande depressione” del 1929 con il contributo di politiche sociali e statali, credendo che la ripresa fosse completa, cambiò la politica economica della nazione tagliando le spese e alzando il prelievo fiscale.

Questa scelta riattivò il circolo vizioso che aveva scatenato la precedente recessione, stroncando la ripresa non ancora del tutto completa: di questa seconda depressione, sia gli studiosi di economia che il mondo prettamente economico, ha sempre erroneamente dato poca importanza (i paralleli con la situazione economica europea attuale sono molteplici, ne consiglio l’approfondimento).
Come nel 1929, la recessione arrivò fino in Europa e la ripercussione si sentì soprattutto sul costo del lavoro, aumentato vertiginosamente, e da una fuga di capitali all’estero. Per comprendere la portata della situazione, assolutamente non sottovalutabile, va ricordato come, per queste ragioni, il governo francese presieduto dal presidente Lèon Blum, cadde.

L’ITALIA

Nel 1936, l’anno precedente, l’Italia subentrò nella guerra civile spagnola, in aiuto al golpe dei nazionalisti di Francisco Franco; il supporto italiano, che durerà fino al 1939, porterà in Spagna nel biennio ’36-’37 quasi 50.000 italiani, in gran parte non volontari, a differenza di ciò che annuncia la propaganda di regime.
In un periodo così delicato, con la necessità italiana di dimostrare la potenza bellica anche al proprio alleato tedesco, una battuta d’arresto dovuta alla recessione, come sta avvenendo in Europa, proprio nel settore dell’industria in particolare quella pesante, è assolutamente da evitare.

LA “GRATIFICA NATALIZIA”

Cosi, nell’ottica di una stabilità industriale, con il Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro (CCNL) del 05/08/1937 art. 13, viene introdotta una “gratifica natalizia”, cioè una mensilità in più da corrispondere nel periodo natalizio ai soli impiegati del settore dell’industria.

Quindi, oltre che la gratifica non era per tutti i lavoratori ma solo per quelli del settore industria, non lo era nemmeno per tutti i lavoratori del suddetto settore, ma solo agli impiegati; gli operai, chi all’effettivo si trovava nelle fabbriche, non la percepiva.

Non solo, nell’articolo 8, che regolamenta “Orario di lavoro, lavoro straordinario, notturno e festivo”, si pone l’orario di lavoro a 10 ore giornaliere, con possibilità di straordinari fino a 12 ore non rifiutabili dal lavoratore, testualmente nell’articolo “Nessun impiegato potrà rifiutarsi, entro i limiti consentiti dalla legge, di compiere il lavoro straordinario, il lavoro notturno e festivo, salvi giustificati motivi di impedimento“.
Questo in piena linea con quelle che erano le normali politiche dell’epoca fascista, in una società volutamente e borghesemente bloccata su un corporativismo basato non sul diritto per tutti, ma sul privilegio di pochi gruppi e settori.

GRAZIE A CHI?

La vera “tredicesima”, intesa non come “gratifica” per pochi, ma diritto ad una mensilità in più per tutti (anche quella che TU stai percependo), venne estesa in due fasi:
– la prima, con l’accordo interconfederale per l’industria del 27 ottobre 1946, che la garantì anche a tutti i lavoratori del settore industria;
– la seconda, con il Decreto del Presidente della Repubblica del 28 luglio 1960 n. 1070, che dopo quindici anni di lotte sindacali e operaie nelle fabbriche e nelle piazze (dello stesso anno anche l’eliminazione delle tabelle remunerative differenti per maschi e femmine), lo estenderà a tutti i lavoratori.

Perciò, tutti i post e gli articoli di propaganda che vengono scritti, in parte con disonestà intellettuale, in altri con semplice ignoranza e incompetenza storica-documentaria, che elogiano il welfare fascista senza inquadrarlo storicamente, omettendo la realtà dei fatti e dei documenti, esaltando un CCNL che non elargiva nulla all’operaio, ma costringeva a giornate lavorative di 12 ore; raccontano una falsità storica.

Ma un operaio che vuole realmente ringraziare qualcuno per la sua tredicesima, se proprio deve, ringrazi quei lavoratori e quegli operai che con le loro azioni sindacali, proteste, lotte e manifestazioni hanno lasciato il sangue nelle piazze (sangue spremuto da manganelli fascisti e polizieschi), estendendo prima (1946) e garantendo a tutti poi (1960) quella tredicesima di cui oggi godiamo come per tanti altri diritti, fino allo Statuto dei Lavoratori che oggi, purtroppo, nella disinformazione, inattività e indifferenza, abbiamo vergognosamente perduto…

Non mancategli di rispetto con memorie distorte e menzognere.

 

 

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(immagine dal web)

Il 22 dicembre e la nostra Costituzione. Oggi, c’è chi dovrebbe provare vergogna

Il 22 dicembre e la nostra Costituzione. Oggi, c’è chi dovrebbe provare vergogna

dal Coordinamento Politico Nazionale del MovES

Oggi è il 22 dicembre e sono pochissimi coloro che ricordano che è uno dei più importanti anniversari dell’Italia Repubblicana. Perchè il 22 dicembre del 1947 fu approvata la nostra Costituzione.

Quella Costituzione che è stata vilipesa da leggi elettorali non rispondenti ai suoi principi e che hanno formato un parlamento, illegittimo – dal punto di vista giuridico e politico – che la sta trasformando in senso autoritario, antidemocratico, quindi contrario ai suoi valori istitutivi.

Sono due i senatori a vita che più di altri dovrebbero vergognarsi in questo giorno: Giorgio Napolitano e Mario Monti.

Dovrebbero vergognarsi e dire al Paese la verità – sull’attuale colonizzazione della Repubblica da parte dei poteri economici e finanziari – con un moto di assunzione di colpa grave nel rileggere le parole di Umberto Terracini alla chiusura della votazione finale dell’Assemblea costituente. Non lo faranno. Ma ci auguriamo comunque che molti leggano queste parole che oggi potrebbero risuonare come vuote e retoriche. Lo sembrano soltanto perchè sono state tradite.

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Terracini_Costituzione

Umberto Terracini pronuncia questo discorso dopo aver comunicato il risultato della votazione con cui i deputati hanno approvato il testo finale della Costituzione, che entrerà in vigore il 1° gennaio 1948.

Onorevoli colleghi,

è con un senso di nuova profonda commozione che ho pronunciato or ora la formula abituale con la quale, da questo seggio, nei mesi passati ho, cento e cento volte, annunciato all’Assemblea il risultato delle sue votazioni. (altro…)

Fermate Schäuble. E scendiamo subito da questa unione monetaria e bancaria

Fermate Schäuble. E scendiamo subito da questa unione monetaria e bancaria

dal Coordinamento Politico Nazionale del MovES

Il colonialismo della Germania colpisce ancora. Dopo aver impedito alla Grecia di sviluppare il proprio programma politico di salvataggio del paese, e avergli imposto un nuovo rovinoso piano di prestiti che non potranno mai essere restituiti, il modello economico tedesco impone ai Paesi dell’Unione Europea la distruzione del sistema creditizio privato.

Così afferma Vladimiro Giacchè, in un’intervista su AbruzzoWeb.

Giacchè è autore, tra l’altro, di due testi molto conosciuti e apprezzati come “Anschluss – L’Annessione“, e il recente “Costituzione italiana contro Trattati europei, il conflitto inevitabile“.

Lo schema di garanzia europea dei depositi bancari scompare dalle conclusioni dell’ultimo vertice Ue dei capi di Stato e di governo.

Wolfgang Schäuble, il ministro delle Finanze tedesco ha imposto ancora una volta la sua visione ordoliberista dell’Unione Monetaria e Bancaria e ha impedito venisse approvata la mutua garanzia dei depositi fra le banche europee. “Questa è la ciliegina sulla torta di una unione bancaria che è stata costruita in un modo tale da non ridurre, ma anzi enfatizzare le asimmetrie tra i sistemi bancari nazionali dell’Eurozona”.

Il tutto mentre ancora non si placano le polemiche sul crack delle quattro piccole banche – Banca Etruria, Banca Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio di Chieti – da anni in grave difficoltà ma “miracolate” grazie al decreto “salva-banche” del governo italiano “aggrappato” alle regole europee.

“L’unione bancaria – spiega Giacchè – si fonda su tre pilastri: il primo è la sorveglianza della Banca centrale europea sulle banche europee, il secondo è il Resolution Mechanism, il sistema accentrato per la gestione delle crisi bancarie nei paesi aderenti all’area euro, e il terzo quello che avrebbe dovuto essere la mutua garanzia tra le banche a livello europee. E che, a quanto sembra, almeno per il momento non ci sarà”.

I tre pilastri sono debolissimi e tutti favorevoli alla Germania.

Il primo è stato negoziato dalla Germania, secondo Giacchè  “per sottrarre alla sorveglianza europea gran parte del suo sistema bancario. Prendiamo le casse di risparmio, le cosiddette Sparkassen, che in Germania sono 417 e fanno crediti per mille miliardi di euro: soltanto una di esse sarà controllata da Bruxelles grazie al fatto che il livello minimo di attivi necessari per essere vigilati da Bruxelles ammonterà a ben 30 miliardi di euro. Visto che il sistema bancario tedesco è meno concentrato rispetto a quelli italiano e francese, ad esempio, aver posto la soglia minima per essere vigilati da Bruxelles a un livello così alto è stato un ingiustificato privilegio per la Germania”.

Il secondo, invece, “prevede che siano sostanzialmente impediti gli aiuti di Stato alle banche in crisi”.
Le banche in difficoltà, infatti, dovranno in primo luogo chiedere i soldi ai loro azionisti, ai loro obbligazionisti e anche ai loro depositanti, il cosiddetto bail-in.

Ma qui, avverte Giacchè, sorge un ‘piccolo’ problema, poiché “dal 2008 in poi gli Stati europei hanno versato un fiume di denaro per salvare le loro banche, una cifra di 1.616 miliardi di euro che, se si includono le garanzie, supera il muro dei 5 mila miliardi”.

Ma, precisa l’economista, “a fronte di quella cifra citata prima, gli aiuti italiani alle banche in crisi ammontano ad appena 15 miliardi di euro, tra l’altro prestiti a titolo oneroso alle banche e non finanziamenti a fondo perduto. Quindi la situazione è questa: tutti i grandi sistemi bancari europei a parte il nostro sono stati salvati con enormi flussi di denaro pubblico, parliamo di cifre superiori a quelle sborsate negli Usa, riportando in vita sistemi bancari che erano in sostanza falliti nel loro insieme e quindi alterando gravemente la concorrenza tra le banche in Europa”.

“Ma l’Italia non ha fatto nulla di tutto ciò: quindi, negoziare una restrizione degli aiuti di Stato generalizzata e valida per tutti allo stesso modo in realtà congela il vantaggio concorrenziale acquisito da alcuni sistemi bancari grazie al denaro dei contribuenti.

Si tratta di una misura solo apparentemente equa, che in realtà è gravemente iniqua a danno dell’unico Paese che non aveva impegnato il bilancio pubblico per i salvataggi. Si sarebbe potuto pensare che alla luce di tutto questo l’Italia avrebbe potuto almeno godere di un occhio di riguardo da parte di Bruxelles in relazione alla recente richiesta di creare una bad bank, ossia un veicolo societario in cui far confluire gli asset ‘tossici’ delle banche, o anche soltanto il via libera all’utilizzo del fondo interbancario di tutela dei depositi per risolvere la crisi delle quattro banche italiane. Ma nulla di tutto questo è accaduto, l’atteggiamento di Bruxelles, in entrambi i casi, è stato di ingiustificata chiusura”.

Dunque, per i primi due pilastri, il “riassunto” di Giacchè è semplice: il primo ha delle regole con effetto asimmetrico sui diversi sistemi bancari, il secondo costituisce un ingiustificato privilegio nei confronti di chi ha speso soldi enormi per salvare banche decotte.

“Due a zero contro l’Italia e il suo sistema bancario”, praticamente.

E il terzo pilastro?

“Non ci sarà – commenta lapidario l’economista – anche se un meccanismo di mutua garanzia tra le banche europee, non più nazionale ma europeo, avrebbe rappresentato la vera alternativa agli aiuti di Stato. Apparentemente, questa è la scusa ufficiale, perché Schäuble teme di dover pagare per altri sistemi bancari in crisi, crede cioè che il famoso risparmio tedesco venga impiegato per salvare altri sistemi bancari. Questo è quello che racconta e che purtroppo anche i nostri giornali ripetono. Qui però vanno fatte notare due cose. Per ora è il risparmio degli altri Paesi che ha salvato le banche tedesche, e non viceversa. In effetti il Meccanismo europeo di stabilità (Esm), ossia il cosiddetto Fondo ‘salvastati’, è servito prima a mettere in sicurezza i cattivi crediti delle banche tedesche e francesi alla Grecia, ossia a trasferire il rischio sui contribuenti europei, poi a salvare le banche spagnole. Dunque, il risparmio degli italiani è già servito più volte in questi anni a risolvere i problemi dei sistemi bancari altrui”.

“Insomma – dice ancora Giacchè – volendo buttarla in battuta si potrebbe tradurre così le parole del ministro delle finanze tedesco: ‘vogliamo evitare che in futuro capiti ai risparmiatori tedeschi ciò che grazie a noi tedeschi è capitato ai risparmiatori italiani’. Ma anche questa traduzione sarebbe troppo benevola. Perché il vero motivo della ferma opposizione di Schäuble è la paura che rientri dalla finestra ciò che lui ha tenuto fuori buttandolo fuori dalla porta: ossia che qualcuno in Europa possa finalmente guardare dentro il sistema bancario tedesco, che è e deve rimanere ‘opaco’. La posizione di Schäuble sarebbe una difesa della poca trasparenza del sistema bancario tedesco”.

“E il perché è molto semplice da spiegare.

Per partecipare a un sistema di mutua garanzia, ovviamente, l’intervento delle singole banche è misurato dalla rischiosità che esprimono: in parole povere vuol dire che se io sono in ottime condizioni pagherò di meno questa sorta di assicurazione europea di quanto dovrà fare chi è messo peggio di me. Ma come si fa a sapere quale banca sta bene e quale meno bene?

Deve essere di fatto sottoposta a forme di vigilanza europea ogni banca, cioè anche quelle che il ministro delle Finanze tedesco ha tenuto fuori.

Schäuble sta continuando a difendere strenuamente gli interessi del sistema bancario tedesco, e soprattutto delle casse di risparmio, storicamente vicine alla Cdu, l’Unione cristiano-democratica, che attualmente ‘esprimono” il 24 per cento dei prestiti alle imprese tedesche”.

Insomma, abbiamo costruito un altro Frankenstein normativo in Europa, ma attenzione, questo mostro non è aggressivo allo stesso modo nei confronti di chiunque, perché è evidente che chi ha rimesso a posto i bilanci delle sue banche con enorme iniezione di denaro pubblico, oggi è una posizione più sicura.

Chi non lo ha fatto e negoziando male si è precluso la possibilità di farlo, oggi può avere problemi seri visibili nella percezione, da parte dei mercati, di una maggiore debolezza del sistema bancario italiano.

Questa debolezza è oggettiva: il sistema bancario italiano è oggi in acque meno buone di 5 anni fa, essenzialmente a causa della crisi, la peggiore crisi economica in tempo di pace vissuta dal nostro paese dai tempi dell’Unità d’Italia, e della conseguente crescita notevolissima delle sofferenza bancarie. E tale percezione dei mercati, in assenza di meccanismi di garanzia non soltanto italiani, ma europei, può oggettivamente creare una ondata di vendita di titoli bancari e, su alcune banche particolarmente esposte, anche fenomeni di fuga dei depositanti. Per il semplice motivo che questi ultimi, grazie alle nuove regole europee come il bail-in, ossia il fatto che nei salvataggi bancari devono essere coinvolti anche i depositanti, possono vedere effettivamente a rischio i risparmi depositati in banca o almeno la quota che eccede i 100 mila euro.

E si faccia molta attenzione, perché questo tipo di fenomeni avviene secondo il meccanismo, ben noto a chi opera sui mercati, delle previsioni che si autoavverano: la mia paura che la mia banca sia insolvente, se spinge me e tutti quelli che la pensano allo stesso modo a ritirare i risparmi depositati in banca può effettivamente creare l’effetto di cui ha paura, cioè l’insolvenza della mia banca. Va da se che questo può facilmente creare reazioni a catena e originare una crisi a carattere sistemico”.

“Al di là di questo rischio – afferma poi – cito un ultimo dettaglio: le norme del bail-in, che coinvolgono i risparmiatori delle banche in crisi, sono anche incostituzionali per noi. Infatti, l’articolo 47 della nostra Costituzione ci dice che è tutelato il risparmio in tutte le sue forme”.

Giacché snon ha invece fatto alcun riferimento agli scandali trattati dai media in questo periodo, come il caso del coinvolgimento del papà e del fratello del ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, nel caso della Banca Etruria, una delle quattro salvate dal governo. Ecco il motivo.

“Perché si tratta in buona parte di un falso bersaglio. I fenomeni di cattiva gestione bancaria ci sono in tutto il mondo da quando esiste il sistema bancario. Ritenere che questi fenomeni siano determinanti oggi, significa non capire quello che sta succedendo: l’attacco, l’impossessamento dei risparmi degli italiani da parte di banche straniere, che tra l’altro sin dall’inizio della crisi hanno dimostrato ampiamente di fare un uso della finanza molto più spericolato delle banche italiane, e di essere gestite in modo che eufemisticamente possiamo definire molto opinabile”.

Vladimiro Giacchè è giustamente perentorio: “la conclusione generale da trarre, se si vuole, è indiretta. Io mi continuo a imbattere in politici e in parte della cosiddetta élite che chiede di avere ‘più Europa’. Se l’Europa consiste in queste regole zoppicanti e asimmetriche, punitive nei nostri confronti mentre favoriscono altri, io di Europa ne voglio di meno. E sopratutto pretendo che chi negozia le regole per questo Paese sia all’altezza del suo compito. E che se ha negoziato delle normative che ci danneggiano e che oltretutto vanno contro la nostra carta fondamentale, ne paghi le conseguenze politici. L’irresponsabilità a questi livelli non può essere ulteriormente tollerata”.

2016: il disastro economico

2016: il disastro economico

[ traduzione dell’articolo pubblicato da Rory HALL su ZeroHedge e su The Daily Coin ]

Se guardiamo ad alcuni dei punti che si stanno cominciando ad allineare, il 2016 non potrà essere un anno molto buono per la produzione, la vendita al dettaglio o per l’economia nel suo complesso.

L’economia statunitense è per il 70% vendita al dettaglio, il che rappresenta un’insostenibile base economica comunque la si guardi. Se le persone che fanno saltare hamburger accanto al grande centro commerciale sono clienti uno dell’altro e questa è la maggior parte della vostra base economica, ritenete che essa sia sana?

Caterpillar, il cui fatturato ha rappresentato  uno dei parametri di misurazione per la crescita della Cina, nell’industria estrattiva e di costruzione a livello mondiale, è nei guai.

Guardando al più grande produttore mondiale di macchine pesanti si può ottenere un senso di ciò che accadrà nei prossimi mesi, basandosi sulle vendite di macchine Caterpillar. Nessuna vendita, nessuna costruzione e da lì si dispone di un intero sguardo sull’economia.

Il numero di altri settori che sono legati alla costruzione ed estrazione mineraria è immenso. La situazione è così grave che Caterpillar ha annunciato di dover tagliare 10.000 posti di lavoro fino al 2018, di cui 5.000 già nel 2016. Questo non fa ben sperare per la crescita economica globale.

Come abbiamo segnalato per la maggior parte del 2015 il Baltic Dry Index (BDI) [il quale riferendosi ai costi di trasporto navale delle materie prime o derrate agricole costituisce anche un indicatore del livello della domanda e dell’offerta di tali merci ndt] è stato in emorragia per tutto l’anno. In primavera il BDI era già caduto da una scogliera e molte persone piangevano a causa dello sciopero degli scaricatori di porto in California, che è cominciato nel febbraio 2015. Semplicemente, questo non era casuale e così il BDI è continuato a scivolare in basso e in due diverse occasioni ha raggiunto nuovi minimi record. Come noto, il Baltic Dry Index rappresenta il prezzo intersettoriale per navi container che trasportano materie prime in Cina, India e gli altri centri di produzione del mondo, compresi gli Stati Uniti. Con questi numeri in picchiata, ciò significa che nessuno ha bisogno di questo servizio. Dalla mia personale prospettiva, se la produzione manifatturiera non riceve materie prime ci deve essere un lento ma inesorabile calo nella produzione. Questo è uno dei primi passi nella creazione di un’economia.

Devono esserci ordinativi di prodotti per i magazzini per avere prodotti sugli scaffali.

Nessun prodotto, nessun lavoro, nessuna economia. Si possono leggere valanghe di articoli da una varietà di fonti, su questo argomento qui. È stupefacente come questo indice sia crollato e non sembra proprio che ci sarà una ripresa presto.

Finora, nulla in fase di costruzione, nessuna risorsa estratta dalla terra per produrre in acciaio, rame e altri materiali per costruire case, aziende e altre strutture. Il componente di trasporto delle materie prime è stato in caduta libera per quasi un anno e la Federal Reserve, il Bureau of Labor Statistics e tutte le altre agenzie governative vorrebbero farci credere che tutto va bene e il recupero sta andando alla grande! Questa è una maledetta bugia.

Un altro elemento che mostra come il 2016 potrebbe svolgersi in un cammino molto pesante è l’indice cinese delle merci in container, il China Containerized Freight Index (CCFI) valutato insieme allo Shangai Containerized Freight Index CCFI (SCFI). Wolf Richter ha fatto un lavoro meraviglioso per riportare alla luce tali indici. Richter ha scritto molto in relazione a questi indici e ha dipinto un quadro che è davvero fosco come per i precedenti due indicatori. Il SCFI è, fondamentalmente, la terza tappa del ciclo di produzione. Le materie prime sono state scavate nel terreno (Caterpillar), spedite ai centri di produzione (BDI) e trasformate in un prodotto finito per venderlo e il SCFI ci mostra quanto del prodotto finito si sta facendo strada sul mercato.

Inutile dirlo: è caduto come una pietra per la maggior parte del 2015. Ancora una volta, c’è una marea di articoli da fonti multiple su questo argomento leggibili qui.

Questo è ciò che Wolf Richter ha riportato nell’ottobre 2015. Si potrebbe pensare che i commercianti, almeno quelli negli Stati Uniti, si stessero preparando per la “spesa di stagione” che inizia sul serio alla fine di novembre.

Non è il caso secondo questi numeri: nell’ultima lettura settimanale è caduto un altro 1,7% dalla settimana precedente al 752.21, il peggiore livello mai raggiunto. Il CCFI è ora al di sotto di dove era stato nel mese di febbraio di quest’anno il 30% e il 25% al di sotto di dove era diciasette anni fa, al suo inizio.

 

China-Containerized-Freight-Index-2015-10-23

 

Lo Shanghai Containerized Freight Index (SCFI), traccia gli scambi a pronti (tariffe non contrattuali) di container da Shanghai a 15 principali destinazioni nel mondo. È anche più volatile del CCFI. Ma essendo basato su cambi a pronti, è un buon indicatore di dove è diretto il CCFI.

China-Shanghai-Containerized-Freight-index-2015-10-23

Nella settimana scorsa, lo SCFI è sprofondato dello 5,4% a un nuovo minimo record di 537.73, diminuzione del 46% da quando era stato misurato al suo inizio nel 2009 – ed è stato impostato a 1.000 – e -52% da febbraio.

Non che niente di tutto questo conti per il mercato azionario. Ciò che conta sono le banche centrali. E ancora una volta hanno parlato. Si sono dette esauste da questi segnali di “imprevisto” deterioramento. Anche il tasso di crescita ufficiale della Cina, il suo PIL al 6,9%, pur gonfiato come può essere, ha ora raggiunto il livello peggiore dalla crisi finanziaria.

E adesso andiamo all’ “utente finale”, il mercato al dettaglio. Cosa sta succedendo lì?

Secondo le ultime relazioni del Bureau of Labor Statistics [l’Ufficio delle statistiche sul lavoro ndt] degli Stati Uniti abbiamo messo in fila 211.000 nuovi posti di lavoro! Wow! Siamo salvi!

Beh, se poniamo con attenzione uno sguardo alla realtà di ciò che questi numeri rappresentano concretamente ci troverete alcune rivelazioni sorprendenti. Per esempio, oltre 300.000 posti di lavoro part-time. Troverete anche un tasso di partecipazione al lavoro che sta continuando a cadere. La partecipazione al lavoro è il numero di persone in età lavorativa – per il gruppo d’età [più produttivo] 16-54 – e il suo numero è sceso nel corso del 2015. È ora intorno al livello di partecipazione della metà degli anni ’70. La popolazione degli Stati Uniti è aumentata dalla metà del 1970, vero? Beh, perché ci sono tutte queste persone che non lavorano? Perché non hanno un lavoro? Come può un’economia dire di sperimentare una “ripresa” nel 2015 quando perde continuamente la sua forza lavoro?

E che dire delle vendite al dettaglio? Si possono vendere prodotti che non sono stati fabbricati o spediti? A quanto pare no.

Secondo Dave Kranzler, del centro Investment Research Dynamics, nel più grande giorno di vendite dell’anno, il Black Friday statunitense, le stesse sono scese del 10% rispetto al 2014: il totale delle vendite negli Stati Uniti nel Black Friday è sceso del 10%, a 10.4 miliardi di dollari quest’anno, giù dagli 11 .6 miliardi di dollari nel 2014, secondo la società di ricerca ShopperTrak. – Lo dice il Guardian.

Le vendite basate sui negozi fisici sono scese di $1,2 miliardi, mentre le vendite on line sono aumentate di $ 150 milioni. I media chiaramente evidenziano soltanto l’aumento delle vendite online. Ma ricordate, la vendita on line rappresenta solo il 6% delle vendite al dettaglio totali. Il crollo nella vendita di cemento e mattoni in dollari è stato quasi 10 volte maggiore dell’aumento delle vendite nel mercato digitale.

Kranzler non è solo nella sua analisi. Anche ZeroHedge ha ampiamente dimostrato la diminuzione su base annuale: possiamo ascoltare i media mainstream ora – “Grande Notizia per Tutti! Il Consumatore Americano è tornato“- la vendita online nel Black Friday è aumentata del 10% per un totale di $ 1,7 miliardi che, come dice ComScore dimostra”una forte spesa.”

L’unico problema è – e abbiamo il sospetto che questo dato stranamente manchi dal racconto mainstream – che come dimostrato da ShopperTrak le vendite totali del Black Friday sono precipitate del 10% a 10,4 miliardi di dollari. Certo, la colpa è stata data all’apertura anticipata dei saldi anche nel Giorno del Ringraziamento, cosa che è chiaramente falsa in quanto in quel giorno non si sarebbe arrivati a spendere quel 10%. Così, la notizia sulle vendite è inequivocabilmente cattiva – cosa che non sorprende dato il crollo della fiducia dei consumatori.
Quindi, per chiarire… (via The Guardian).

 

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Il totale delle vendite negli Stati Uniti nel Black Friday è sceso del 10% a $10 .4 miliardi quest’anno, giù dai $11 .6 miliardi nel 2014, secondo la società di ricerca ShopperTrak.
Il calo delle vendite nella tradizionale giornata di shopping più trafficato dell’anno è stato addebitato all’apertura dei negozi su negozi il giorno prima. Ma quest’anno, le vendite del Giorno del Ringraziamento sono anch’esse cadute e per la stessa percentuale, a $1,8 miliardi.
Così, per coloro che hanno difficoltà con la lettura e la matematica…

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Se sommiamo tutto questo può significare solo una cosa: la Federal Reserve sa esattamente come pilotare un’economia e ha fatto un gran bel lavoro dall’inizio della crisi finanziaria del 2008! Quantitative Easing (QE) e politica monetaria del tasso di interesse Zero (ZIRP) hanno funzionato a meraviglia! La “ripresa” è in pieno svolgimento; con piena occupazione, secondo il Bureau of Labor Statistics soltanto il 5,0% sono disoccupati. Il Dow Jones Industrial Average è in gran forma, e le persone stanno spendendo, spendendo, spendendo! Ah, che periodo felice!

Ora, schiavi, tornate al lavoro, se avete un lavoro e assicuratevi di salvare qualche energia per la vostra altra occupazione part-time che servirà per altre occupazioni più tardi, oggi. La piena occupazione, come definita dalla Federal Reserve è due o più lavori part-time per tutti. Per generare reddito sufficiente a pagare le tasse, l’assicurazione e forse un affitto e un mutuo. Forza!

 

 

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(ImmaginI dal web)

Giuseppe Pinelli. Anarchico. Innocente

Giuseppe Pinelli. Anarchico. Innocente

Giuseppe-Pinelli

di Maria CAPURRO

Ignoro – sempre che ci sia – il disegno sotteso alla pressoché totale rimozione di ogni ricordo delle vittime della strage di piazza Fontana dai media ufficiali, in questi giorni.

Si tratta di un bilanciamento al ribasso della notizia –comunque positiva- di un interessamento dell’attuale prefetto di Milano a conoscere la famiglia di Giuseppe Pinelli: un atto dovuto, ma ritardato di quarantasei anni?

Oppure, della paura che lo spettatore medio confonda questa strage con quella del Bataclan, anzi, che non la confonda ma gli suggerisca di scendere in piazza per reclamare dal governo italiano la cessazione di ogni vendita d’armi all’Arabia Saudita finanziatrice del Daesh e quindi dei terroristi del Bataclan.

Si potrebbe trattare anche di una fanfara – per omissione – aggiunta alla marcia trionfale del figlio del responsabile istituzionale della morte di Pinelli – il commissario Calabresi – verso la direzione di Repubblica (superfluo rivangare un passato così poco assimilato e digerito, come dimostra lo spazio qualitativamente modesto dedicato dal direttore in pectore alla vittima del proprio padre nel suo memorabile saggio Spingendo la notte più in là!).

Quel che ci resta – quel che i media ci restituiscono – è la politica ridotta a Leopolda: ammantata di un nuovo isterico e ormai già rappezzato, un nuovo che si è fatto largo grazie ai denari sporchi del vecchio, del vecchio ancor più stantio.

Il nuovo, per me, resta sempre un uomo gettato innocente, in un inverno milanese di più di quarant’anni fa, dalla finestra della questura; diversamente da altre povere vittime della polizia di stato, ucciso non per una declinazione di debolezza, non per l’errore di un momento, perdonabile ma risultato fatale; ucciso, invece, proprio per la sua innocenza, per la sua forza morale e per la dignità impeccabile della sua rivolta – modello imprescindibile e indimenticato di ogni rivolta futura.

 

 

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