Il popolo minorenne e il nuovo Leviatano

Il popolo minorenne e il nuovo Leviatano

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di Turi COMITO

E’ ormai una moda quella che hanno messo su i governi di mezzo mondo di fare trattati  segreti o “riservati” se si preferisce. Non si fa a tempo a capire cosa è il TTIP o il TTP che subito ne salta fuori un altro: il TISA (ne ha parlato L’Espresso qui e qui).

Sono trattati, accordi, internazionali nel segno della liberalizzazione degli scambi di merci e prodotti finanziariari (TTIP) e accordi internazionali nel segno della liberalizzazione, della privatizzazione, della “deregulation” nel settore dei servizi (TISA). Tutti i servizi: quelli sanitari, quelli dell’istruzione, quelli dei trasporti, quelli assicurativi e perfino quelli militari. Compreso, naturalmente, il “servizio/merce” lavoro. Cioè la possibilità di servirsi di operai, professionisti, consulenti e quant’altro senza che vi siano barriere legate, ad esempio, ai contratti collettivi nazionali di lavoro o alle legislazioni, poco “globalizzate”, dei paesi aderenti al trattato.

Dovrebbe essere chiaro a tutti che trattati di questo genere intervengono radicalmente nella vita di ogni singolo cittadino di ogni paese che aderirà a questi accordi. E dovrebbe essere altrettanto chiaro a tutti che la mancanza di discussione pubblica, di conoscenza su questi accordi è non una limitazione della democrazia ma il suo annullamento, la sua liquidazione quale che sia la motivazione che ci sta dietro.

Le trattative supersegrete relative a questi trattati sono nelle mani dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e di parecchi altri paesi occidentali. Almeno teoricamente. Più realisticamente sono nelle mani delle grandi multinazionali e dei grandi gruppi di interesse internazionali che, per interposta persona (cioè attraverso i governi dei paesi in trattativa), decidono come il mondo dovrà essere da qui a qualche anno.

Tanto per dire: uno dei principali soggetti che ha pressato governi, parlamenti e parlamentari acché si promuovesse il TISA è la Coalition of Services Groups. Un gruppo di pressione statunitense impegnatissimo da un trentennio nelle politiche di globalizzazione e che include al suo interno membri quali IBM, Google, Citigroup, Walt Disney, Microsoft, JP Morgan. Insomma il gotha del potere economico, finanziario, tecnologico oggi esistente.
Indipendentemente dai contenuti – in ogni caso inquietanti almeno per me – dei trattati di cui si parla, due sono gli elementi significativi, dal punto di vista politico, di queste operazioni.

Il primo è proprio quello cui si accennava prima: la segretezza delle trattative e dei trattati.
Il TISA prevede che non solo il trattato sia segreto e segreto debba rimanere, nel caso di approvazione, per almeno cinque anni, ma che anche le trattative, se non si concludono positivamente, debbano rimanere segrete per lo stesso periodo di tempo.
Il perché di questa segretezza è evidente. Il popolo è minorenne come diceva nel celebre monologo Gian Maria Volonté nel film di Elio Petri “Indagine su un cittadino al si sopra di ogni sospetto”. E come tutti i minorenni, magari pure minorati, il popolo potrebbe fare i capricci: organizzare manifestazioni di piazza con dentro i no-global pronti a imbrattare e rompere le vetrine delle banche o dei mac donald’s, votare per partiti contrari ai trattati segreti, insomma si potrebbero creare situazioni seccanti che nuocerebbero al buon ordine della civiltà dei consumi. Pertanto meglio mettere tutti di fronte al fatto compiuto dicendo poi, quando l’ultimo degli ospedali pubblici diventerà una clinica privata, che “ce lo chiede l’Europa” nel nome del progresso, della ripresa economica e del benessere di pochi che coincide con la minchioneria di tutti.

Il secondo elemento che va segnalato è la sostituzione di quella cosa che chiamiamo Stato democratico con un insieme di regole definite da multinazionali che, come tutti sanno, non sono strutture democratiche ed elettive ma strutture sociali gerarchiche organizzate sul potere economico e sulla capacità che hanno di produrre non benessere collettivo ma profitto privato.

Hobbes nel suo “Leviatano” indicava lo Stato come il mostro cui ciascun individuo cedeva una parte della sua libertà per potere vivere in sicurezza e pace. L’atto era volontario ed era un male necessario per evitarne un altro ben peggiore: il caos e la violenza di tutti contro tutti.

Oggi il nuovo Leviatano non è più lo Stato. Sono i grandi imperi finanziari, economici ed industriali che usano gli Stati per trovare accordi che non solo proteggano i loro interessi e i loro profitti, ma li amplifichino e li rafforzino.

Il problema è che a questo nuovo Leviatano nessuno ha ceduto volontariamente alcuna parte della sua libertà. Semplicemente se l’è presa. Né vi è garanzia che questa cessione di libertà porti ad una pace e sicurezza maggiori rispetto al passato. In compenso questa cessione di libertà è, almeno da punto di vista della percezione, ampiamente ricompensata con un consumismo di massa sempre più scintillante, sempre più futuristico, sempre più fascinoso.

Ed è sorretto da una idea di fondo ormai passata in giudicato: che solo la concorrenza, solo la competizione possano assicurare a tutti il meglio. Non vi è più posto in una concezione del mondo di questo genere per la solidarietà (che è sostituita dalla carità volontaria, altrimenti detta beneficienza, da parte dei supermiliardari di turno), né per l’inclusione sociale che è sostituita da questa idea finto darwinista della “meritocrazia” che altro non è – nella pratica – che premio per chi è più cinico e spregiudicato e più “resistente” ad un mondo fatto di legge della giungla e del più forte. Ne v’è più spazio per la partecipazione politica che è delegata agli “esperti”, ai “tecnici” provenienti dalle fila delle multinazionali, ovvero ai politici al servizio di questi.
E’ il ritorno al passato tutto questo. E’ la vera unica e sola “antipolitica”. E’ l’annullamento di ogni forma di democrazia e il trionfo dell’oligarchia. E’ il ritorno al sovrano assolutista fintamente illuminato.

E’ il ritorno al re, al Leviatano, padre e padrone che si occupa, quando ha tempo e come dice lui, del suo popolo.
Minorenne e minorato.

Però contento e con poco tempo per informarsi. Perfino quando le informazioni gliele sbattono in faccia (L’Espresso, non un samizat di anarco-insurrezionalisti, vi ha dedicato spazio e  titoli di copertina).

Il popolo, minorenne e minorato, è indaffaratissimo a guardare partite di calcio in tv, comprare il comprabile salvo bestemmiare se non può comprarlo, lamentarsi dei politici ladri e osannare i politici servi a forza di tweet.
E’ tutta lì, nei tweet, la nuova frontiera della partecipazione (anti)politica. Quella che piace al nuovo Leviatano.

Il TISA nei documenti di Wikileaks
La Coalition of Services Groups
Uno dei testi del TISA

Siamo in una nuova era padronale legittimata dal basso

Siamo in una nuova era padronale legittimata dal basso

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di Ettore Davide COSCIONE

Stiamo vivendo un regresso sociale continuo verso posizioni sempre più convintamente padronali, cioè sempre più ponendo gli interessi dei singoli, dei più forti – Totò avrebbe detto dei ” caporali” – al di sopra di quelli della comunità, intesa anche come l’insieme dei lavoratori, oltre che dei cittadini.

Quindi gli attacchi al sindacato sono, anche quando ragionevolmente meritati dalle sigle sindacali, un attacco all’idea di tutela e diritti della comunità lavoratrice.

La cultura che si sta ri-diffondendo è quella del “homo homini lupus”, per cui colui che è in posizione di dominanza, utilizza tutti i mezzi a disposizione per sfruttare la situazione a discapito di chi sta sotto.

Siamo in una nuova era padronale: non che essi non ci fossero e non esercitassero bene il loro potere  prima, ma oggi c’è una legittimazione da parte dell’ oppresso, da parte di chi sta sotto… per cui il padrone lo fa con l’idea di essere nel giusto, per carica “nobiliare” di superiore umano.

Un capo, un leader, un superiore (in responsabilità) di un’azienda – che sia un manager o un proprietario – dà le disposizioni di come un lavoro va fatto, se è necessario formerà il lavoratore, stabilirà il tempo preciso in cui il lavoratore presterà l’opera, stabilirà una paga e soprattutto pagherà.

Il padrone non è interessato solo al lavoro da fare, ma vuole averti a disposizione per ogni cosa, non vuole che tu sappia cosa, deve sentire il piacere del potere sulle tue braccia, vuole vedere il tuo volto gelarsi quando magari ti chiede cose non previste, nel tempo non prestabilito, non ti dice niente, non predispone… aspetta che tu ti “butti nella fatica”, per poi magari dirti : “ma che stai facendo, non si fa così”.

Il padrone vuole averti per un tempo non dichiarato, la paga può essere fissa  ma se il tempo non lo è, non lo è nemmeno la paga) e vuole pagarti quando lui decide di farlo.

Il ritorno all’era padronale straccia i contratti, straccia gli statuti dei lavoratori, elimina le regole non scritte sulla dignità del lavoratore, lo de-mansiona, lo controlla, lo spia ( così come il jobs act prevede) e tende a rendere estremamente precaria la propria posizione, in quanto , seppur lo chiami indeterminato, il lavoro nell’era padronale è completamente dipendente dalla tua capacità di venderti a quel sorriso padronale che ti comanda, come un servo dell’antica Roma.

Se non ti sottometti alla sua logica da ” farò di te quello che mi va” non andrai avanti nel lavoro, se non ti “butti nella fatica” avrai una stretta di mano derisoria e sarai cacciato senza pietà.

La cosa peggiore di questa “era culturale” è che i poveracci, i lavoratori, gli sfruttati, i derisi, gli schiacciati… si chiudono a riccio nel proprio mondo, nei propri interessi, c’è diffidenza e al posto di unirsi per creare una forza che si contrapponga al potere padronale, ci si divide e ci si adegua ad un destino ineluttabile di sottomessi del “Caro Padrone” magari ferendo e approfittando del collega lavoratore.

“Ognuno per sé”, questa la logica dell’epoca padronale legittimata dal basso.

 

(Pubblicato su Guardo Libero)

La crediamo innocenza ma è ancora violenza

La crediamo innocenza ma è ancora violenza

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di Serena CORTI

Faccio parte di alcuni gruppi su Facebook, come la maggior parte di noi.

In uno di questi ieri un giovane uomo ha asserito che noi donne non dobbiamo fare un dramma se non abbiamo un bel fisico o una pancia piatta perché in fondo la cosa più importante per una donna è che quella pancia verrà riempita da un figlio, che una donna realizza pienamente se stessa solo quando è incinta e poi diventa madre. Che addirittura in quel momento raggiunge l’apice della sua bellezza.

Io sono madre. Amo mia figlia profondamente. Ho adorato tenerla dentro di me per 9 mesi.
Ma sono rimasta decisamente senza parole quando ho letto queste affermazioni benché fatte, immagino, in buona fede.

Ho trovato violento il commento.

Violento sottilmente perché il ragazzo in questione non si è reso nemmeno conto di aver rimandato un immagine sessista delle donne, un’immagine che ci “ autorizza” ad essere belle e realizzate solo ed esclusivamente nel momento in cui ci riproduciamo popolando il mondo di altri uomini.

Violento perché non ha tenuto minimamente conto di tutte quelle donne che per volere o per impossibilità non saranno mai madri, che di questo soffrano o ne facciano un punto di forza.

Violento perché pensare che tutto il mondo di una donna si riduca all’essere madre e che questo ci debba bastare è come sentirsi dire tutti i giorni che non valiamo abbastanza per avere altro nella vita o come venire schiaffeggiate quotidianamente.

Violento perché non considera che nessuna donna ha bisogno del benestare di un uomo per sentirsi realizzata, nessuna di noi ha bisogno che siano gli uomini a dirci quali sono i motivi per cui dobbiamo essere serene e sicure di noi stesse.

Perché noi la nostra “ bellezza” a tutto tondo dovremmo trovarla a margine delle rassicurazioni e dal giudizio degli uomini.
E la cosa che mi ha stupito moltissimo è stato vedere quante poche donne siano intervenute per ribadire questo concetto.

La maggior parte ha esternato grida di letizia di fronte ad un uomo che “finalmente comprende la vera essenza delle donne”.

Questo mi fa ancor più paura.

Finchè non saremo in grado di insegnare ai nostri figli, che saranno gli uomini e le donne di domani, che una donna non può essere considerata realizzata solo in funzione dell’essere madre o dell’essere sposata, che una donna ha diritto di scegliere se esserlo o meno senza per questo doversi giustificare o doversi sentire sbagliata, che una donna non è proprietà di nessuno se non di se stessa, che nessuno può decidere per lei quali sono i motivi per cui sentirsi pienamente donna e che nessuno può usarle violenza anche solo affermando un concetto come questo, beh non basteranno 1000 giornate internazionali contro la violenza alle donne.

 

(immagine dal web)

Quelle insospettabili violenze

Quelle insospettabili violenze

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di Ivana FABRIS

In questa giornata vorrei fermarmi a riflettere su come ci focalizziamo sempre e solo sulla violenza fisica, contro le donne, ma in realtà è della violenza che si annida nelle pieghe del perbenismo, del conformismo, del moralismo di un certo pensiero borghese che ci dovremmo occupare e preoccupare maggiormente.

Perchè spesso il sessismo e la discriminazione, ma anche le patologie peggiori, nascono e si nutrono avidamente proprio da questi modelli sociali.

In generale ognuno pensa di volere che le donne italiane e non, si emancipino definitivamente e vedano riconosciuti i loro diritti che, ci tengo a ribadirlo, non sono di genere, ma sono UMANI.
Ma nei fatti, poi, non è così.

Praticamente tutti cadiamo in piccole o grandi trappole comunicative, in modelli preconfezionati dalla cultura patriarcale che ancora ammorba la nostra società e che, come un veleno, si insinua nelle nostre vene sin da piccoli anche a causa di un’educazione in cui l’idea della donna è ancora legata a doppio filo ad un’icona cattolico-moralista che la vede comunque in una posizione di subalternità rispetto all’uomo.

Proviamo solo a pensare che nell’immaginario collettivo, per esempio, una donna che nella sua vita sceglie di non diventare madre o di sposarsi (sì, anche quello, specialmente nella provincia italiana che costituisce una larga fetta del tessuto sociale del paese) viene vista come qualcuna che ha negato se stessa, una donna incompleta, una che ha “ripiegato” e che usa l’alibi della scelta consapevole, secondo la vulgata, e che alla fine viene considerata, a tutt’oggi, come una donna che ha una “marcia in meno” rispetto a tante altre che invece hanno scelto di avere figli.

Oppure soffermiamoci sull’insulto: verso le donne, anche da parte di altre donne, la prima parola che viene pronunciata spesso è “puttana”.
Inezia? No, semmai indicatore di come venga percepita la donna: corpo sessuato, moralmente esposto a continuo giudizio e a prescindere dal motivo per cui viene giudicata.

Ma più banalmente, vorrei dire a tutti che sarebbe ora di SMETTERE di usare la parola femminicidio.
Non esiste niente di più sessista di questo termine: quando si uccide una donna, è una persona alla quale si toglie la vita o solo all’appartenente ad una specie a sè stante dal genere umano?

Viviamo un ghetto comunicativo creato ad arte che mira a strutturare ghetti che difficilmente poi si scardinano e che a loro volta generano altri ghetti.

Che dire, poi, del fatto che il primo pensiero su una donna è legato alla sua avvenenza? Se non ci si crede, basterebbe parlare un po’ con quelle donne fuori dai canoni estetici prestabiliti dalla società, per capire quanto debbano faticare per guadagnarsi stima e rispetto in ogni ambito in cui si relazionino.

Ma pure le famiglie non scherzano. La bellezza è uno dei primi obiettivi cui tendono i nuclei famigliari verso una ragazza. Residua, quindi, un retropensiero più o meno inconscio, che senza bellezza non ci sarà incontro, quindi non ci sarà unione o matrimonio, quindi niente maternità, propaggine di una cultura ottocentesca mai morta che vedeva le figlie femmine come un capitale a perdere, atto solo alla riproduzione e da questo si può chiaramente intuire quale sia la concezione della famiglia italiana media sulle donne.

E delle pressioni che a causa di questo vengono esercitate? E l’autostima che non viene mai rafforzata adeguatamente in una ragazza, per non parlare poi di quando si traduce in disistima?
Indubbiamente rafforzare la personalità di una donna, significa che sarà poi più difficile piegarla ai dettami della società e del marito o della famiglia.

Ma è comunque vero che anche i ragazzi lo sentono come problema, quello della bellezza fisica, ma la società tende ad essere più benevola e tollerante verso un ragazzo meno belloccio rispetto a come si relaziona con una ragazza.

Non parliamo poi di quale sia il pensiero comune sulla libertà sessuale di una donna. E’ generalizzato che, se una donna ha una vita sessualmente e consapevolmente attiva, se ha molte relazioni nel corso della sua esistenza, c’è sempre anche se in minima parte, anche se non lo si dice a voce alta, una certa riprovazione.

Un uomo è un uomo, ha diritto di scegliere quante più partners perchè fa esperienza, una donna che si comporta allo stesso modo, “la dà all’ingrosso” quando il giudizio è, come dire, gentile.

La cosa sconcertante è che questo pensiero appartiene anche alle nuove generazioni, indistintamente, ragazze o ragazzi che siano.

Ci sarebbe poi da scrivere lungamente su come a tutt’oggi i rapporti uomo-donna siano determinati da equilibri instabili che ancora attingono ad una cultura che vede la supremazia maschile voler avere la meglio. E quando ciò accade, al di là delle soggettive convinzioni sull’essere a favore della parità, è di esercizio di potere che si parla, non certo di rapporti paritari.
Oggi molti uomini cercano una donna forte e consapevole ma poi pretendono che si uniformi e adegui al rispetto della figura maschile in quanto tale nel senso più ancestrale del termine.

Che per certi versi potrebbe anche starci, come concetto, ma quantomeno dovrebbe essere binario, ossia dovrebbe prevedere anche l’accettare che la propria compagna abbia i suoi meccanismi ancestrali che non sono solo regolati dalla biochimica del corpo ma anche da strutture mentali differenti senza per questo servirsene per continuare a denigrarla o per sminuirla.

Il senso è che ci vogliono forti ma poi molti temono che la nostra forza sia una sorta di dominio. Che spaventa, perchè evoca quello materno.

E adesso sarei pure curiosa di vedere le facce di molti tra quelli che stanno leggendo queste parole: il conflitto madre-figlio, il “male” assoluto.
In realtà un po’ esagero, ma nemmeno più di tanto perchè il condizionamento esiste ed è ancora preponderante anche nella sua ricaduta sul rapporto di coppia.

Non si contano i conflitti più o meno acclarati che una coppia vive a causa di questo perchè purtroppo non si contano le madri che esercitano un potere esclusivo sui figli maschi, madri che sono soffocanti la personalità di un uomo, che ne detengono un controllo feroce anche nell’età adulta, che non li svezzano mai, mantenendo vivo e pulsante un cordone ombelicale che diviene fortemente limitativo e persino castrante, che vede figure materne ergersi ad icone del martirio dal vago sapore mariano, pur di piegare la volontà dei figli maschi assoggettandoli ad un senso di colpa millenario.

Ed è così che una madre diviene conflitto ed è così che un figlio, il più delle volte inconsciamente, vedrà in ogni donna una potenziale rappresentante di quel modello di madre-matrigna.

Ed è così che una donna forte che un uomo si sceglie per compagna, diviene un potenziale nemico. Talvolta fino a slatentizzare vere e proprie patologie che radicano nel dominio e che, allo stesso tempo, attingono dal dominio e fino alle estreme conseguenze.

L’altra faccia della medaglia, invece, è quella di chi per almeno un trentennio ha creduto che emanciparsi significasse, come donne, di farsi trattare al pari di come vengono trattano gli uomini. E, negli ambienti di lavoro, questo meccanismo ha rivelato tutti gli aspetti perversi dei modelli che ci hanno propinato.

Io, invece, rivendico la mia specificità di donna ed esigo di avere il diritto di affermare di esserlo esprimendo la mia autenticità e la mia libertà di essere ciò che sono, nel mio femminile e nel mio maschile, ma altrettanto esigo il diritto ad essere riconosciuta e protetta, nel mio desiderio di maternità.

Perchè dico questo? Perchè gli ultimi 30 anni hanno dimostrato che siamo diventate uomini rimanendo donne, ma giusto per un bisogno imposto da una società predatrice di diritti in cambio di omologazione.
E ci siamo trovate così, senza nemmeno rendercene conto, a fare bambini che poi non possiamo crescere e ci convinciamo che sia giusto così, a danno dei bambini stessi e a danno del nostro bisogno di esprimere il nostro materno.

Ma la cosa paradossale, è la guerra che ci fanno le donne stesse, quelle che hanno assunto con orgoglio e in tutto e per tutto, il ruolo maschile all’interno della società, e che quando affermi di voler crescere tuo figlio almeno fino all’anno e mezzo, ti tacciano di essere “mammona”.

Povere, mi fanno quasi compassione, per come hanno perso la loro identità pur di sanare le loro frustrazioni e appagare le loro ambizioni o per un insano senso di rivalsa, perchè in realtà non sanno che è l’esatto contrario, ovvero che se è ad avere un figlio indipendente affettivamente e non, che si tende, allora gli si dovrà dare il tempo di maturare quel distacco necessario e che questo richiede tempi specifici di maturazione nella crescita emozionale di OGNI bambino.

E siamo state, così, sfruttate due volte: come esseri umani e come donne che non hanno MAI potuto esercitare il diritto di scegliere di essere se stesse.
E siamo state costrette, così, a piazzare i nostri figli di qui e di là nelle varie strutture che la società ancora ci fornisce, parcheggiandoli come pacchi postali pur di far fronte alle necessità lavorative, sentendoci in colpa verso i figli, in colpa verso una società estremamente esigente ma anche giudicante e frustrate nel non poter vivere serenamente la maternità.

Ci parlino pure del lavoro, le tante che hanno stuoli di tate, baby-sitter, colf e varie altre figure sostitutive, ma la realtà dei fatti è che non è negando se stesse che ci si afferma. E va detto pure che, mediamente, le donne non hanno la possibilità economica di farsi coadiuvare nel proprio vissuto quotidiano e che la sola risultante, alla fine, è quella di vivere una condizione di sfruttamento che non ha eguali e una negazione continua di sè in nome di un’emancipazione fittizia, oserei dire manipolatoria, per come ci è stata concessa e venduta dal sistema.

La cosa tragica, in tutto questo, è che non siamo minimamente consapevoli dei perchè.

Poche donne, purtroppo, si rendono conto che ogni manifestazione della violenza quotidiana che una donna subisce, mira alla destrutturazione della forza della donna stessa.

Lo diciamo tutte perchè tutte siamo sicure che la forza, la resistenza, la capacità di sopportazione della fatica e del dolore, in una donna sono elevatissime.
Altrettanto sappiamo tutte che è una donna quella che in generale riesce a far fronte a casa, lavoro, figli, famiglia originaria e non.

Sappiamo tutte che la vera forza, il vero traino sociale è proprio la donna.
Ma non siamo abbastanza consapevoli che solo piegandoci diventiamo “governabili” per la società. Una società che il sistema erige a sua immagine e somiglianza, in cui, quindi, lo sfruttamento e l’annichilimento di una forza potenzialmente pericolosa per il sistema di potere, è il suo fine primo.

Una società, dunque, in cui la cultura patriarcale è uno dei meccanismi più distruttivi che appartengono ad un’economia come la nostra, ossia il capitalismo.

Non va mai mai mai dimenticato, inoltre, che la prima forma comunitaria con cui veniamo a contatto, è proprio la famiglia e che questa, da sempre, è funzionale al sistema nel generare individui conformi al tipo di società che il potere si prefigge di ottenere.
Dunque è lecito dire che se lo sfruttamento e l’annichilimento di un uomo è importante, quello di una donna è essenziale.
Ed è proprio la famiglia a creare i presupposti giusti per l’ottenimento di un certo modello sociale, specie nei confronti delle donne.
Si comincia quindi dal particolare per passare all’universale.

Infatti, una figlia che non si ribella è manipolabile per i bisogni genitoriali, di qualsiasi natura siano, e sarà più “mansueta” per il marito, più abituata a rassegnarsi che “tanto gli uomini sono così” – altra forma di sessismo feroce e di manipolazione che mortifica anche gli uomini – quindi più gestibile una volta inserita nel sistema e basta provare a pensare in ambito lavorativo, ad un soggetto remissivo, per capire quali saranno gli effetti.

Una figlia che ha poca autostima, difficilmente sarà assertiva e quindi non eserciterà facilmente il suo diritto ad autodeterminarsi, con tutto ciò che comporta. E nell’ambito della società e delle istituzioni o verso l’autorità costituita, altrettanto difficilmente sarà ribelle e oppositiva a ciò che vuole negare il suo diritto all’affermazione di sè.

Una figlia che ha bisogno della conferma sociale, è una persona che si piegherà più facilmente ai voleri della propria famiglia, a quella del compagno/marito ma anche della società, quindi anche del datore di lavoro che la sfrutta o la mobbizza.

Una figlia che non ha raggiunto la sua libertà sessuale è una figlia che non avrà mai il pieno possesso del suo corpo e quindi del suo piacere, che non sarà consapevole fino in fondo del suo essere persona, padrona della sua esistenza, che non sarà mai libera fino in fondo di essere se stessa e libera di ribellarsi e di esercitare una scelta consapevole.

Non sarà quindi, nemmeno mai una madre libera che cresce figli a loro volta liberi.

Riflettiamo, dunque, ogni qualvolta affermiamo un pensiero verso una donna se quel pensiero è realmente scevro da condizionamenti e pregiudizi che alimentano il modello patriarcale.

Perchè spesso il grande male si annida nelle piccole e apparentemente insignificanti cose che compongono il nostro quotidiano, quelle che sovente, noi società,  non consideriamo come violenze perchè guardiamo alla violenza come a qualcosa di eclatante senza considerare, invece, che chi ci domina ha bisogno di nutrirsi soprattutto della nostra inconsapevole violenza, rendendoci, così, drammaticamente e inconsapevolmente complici.

 

(immagine dal web)

Analisi di una strage

Analisi di una strage

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di Alice CARELLA

Sono passati alcuni giorni dall’attentato di Parigi ed io ancora mi sento confusa e frastornata. Mi sono limitata a condividere post su Facebook e fare copia e incolla di pensieri altrui ma non sono riuscita a scrivere un mio pensiero.

Forse perché non ne ho. O forse perché ne ho troppi. Non sono riuscita nemmeno a commentare quei post superficiali e xenofobi condivisi e scritti da alcuni miei contatti.

Questa mattina mi sono resa conto che era arrivato il momento di riordinare le mie idee e cercare di fare un’analisi personale ma il più possibile obiettiva dei fatti avvenuti. Sono una psicologa. Come tale non posso permettermi di dare un parere che non faccia riferimento a fatti precisi e condivisi. Mi devo attenere alla verità. Ma qual è la verità? Non ne esiste una sola.

I francesi hanno la loro ma anche i terroristi ne hanno una che, seppur difficile da capire, è meritevole di essere considerata.

Considerando la complessità della situazione, cercherò di fare un’analisi priva di giudizio. Tuttavia, non cadrò nell’ errore di schierarmi da una parte piuttosto che dall’altra ma cercherò di considerare quei meccanismi psicologici che sono alla base di questi eventi.

Primo. “I terroristi sono tutti matti”.

Questa è una frase che leggo molto spesso in questi giorni. Valutazione del tutto superficiale e priva di fondamento.Cosa significa in termini pratici essere matti? In psicologia il “matto” non esiste. Pensate che nel “dizionario internazionale di psicoterapia” non esistono neanche i termini “pazzo” e “folle”.

Questi sono due costrutti che rientrano all’interno di patologie serie come la psicosi, la schizofrenia e così via. Sicuramente i responsabili degli attacchi terroristici presentano una qualche patologia grave dovuta a un trauma.

Su questo non ci piove.Lo scorso anno ascoltai l’intervista fatta da una giornalista de “Le iene” a uno dei capi di un gruppo estremista islamico: egli raccontava di aver visto torturare un amico fino alla morte e che lui era riuscito a fuggire per miracolo. I responsabili? Noi. Per noi intendo i grandi paesi, quelli industrializzati, civilizzati. Ora, devo spiegare cosa può provocare un’esperienza del genere nella mente di un essere umano?

Provo a fare un esempio parallelo sperando di non andare fuori tema.

Se un bambino o un giovane subiscono una violenza o meglio una serie di violenze continue nel tempo, è molto probabile che in etá adulta questo stesso ragazzo userà lo stesso modus operandi con un’altra persona.

Obiettivo: far provare all altro ciò che ha provato lui. Non fa una piega. Ovviamente questo succederà se la persona non avrà quelle risorse necessarie per elaborare il trauma. È ovvio che nei paesi musulmani dove la prima regola è “cerca di salvarti la vita”, il lavoro sui traumi infantili è del tutto irrisorio.

Morale della favola: questi terroristi hanno subito nella loro vita traumi continui che non hanno elaborato e che sono diventati delle vere e proprie bombe. Consideriamo poi che questo tipo di esperienze sono vissute da molteplici persone con il risultato di una psicosi sociale: ognuno sostiene e alimenta il trauma dell’altro.

Secondo: “i musulmani sono cattivi e noi siamo i buoni“. Se i terroristi islamici soffrono di una evidente psicosi, i nostri cari Capi di Stato non sono da meno. Ipotizzo un disturbo narcisistico con presenza di un meccanismo di difesa caratterizzato da onnipotenza, scarsa autostima e bisogno di sentirsi superiore al resto del mondo.

Aggiungo, spiccata tendenza alla manipolazione che si evidenzia nella capacità di rigirare la verità a proprio favore. Proprio ieri ho condiviso lo stato di un ragazzo il quale diceva che l’aspetto nevrotico di tutta questa situazione è che il governo francese ha fatto passare l’attentato di venerdì come un atto terrostico e la reazione della Francia sulla Siria come una difesa quando, in realtà, questa azione militare francese, rappresenta proprio il contrario!

Tutto questo discorso non vuole essere una giustificazione ai loro atti ma sicuramente è una prima e semplice analisi del problema.

Davanti a persone che usano violenza perché  è l’unica modalità relazionale che conoscono, usare altra violenza è del tutto controproducente; non si fa altro che reiterare il trauma ed aggravare il problema.

Purtroppo la nostra società odierna utilizza molto poco l’analisi psicologica per comprendere fatti di questo genere e anche i Grandi della Psicologia si sono occupati molto poco di questi temi.

Usare la psicologia in questo settore può servire per comprendere alcuni meccanismi sottostanti a tali eventi e a comportarsi di conseguenza.

Non vuole dare alcuna giustificazione. Non si dà alcun giudizio.Ci si mette nei panni dell altro e si cerca di comprendere il suo punto di vista. D’altra parte che alternativa abbiamo?

Quale spiegazione vogliamo dare ai nostri bambini che sono il futuro?

Che quei brutti ceffi dalla pelle scura sono dei matti?

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